agricoltura conservativa: provincia di pavia

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  • AGRICOLTURA CONSERVATIVA: DEFINIZIONI, ASPETTI TECNICI, ESPERIENZE E OPPORTUNITA PER

    LAGRICOLTURA DELLA PROVINCIA DI PAVIA

    PROVINCIA DI PAVIA SETTORE AGROAMBIENTALE

    A cura di:

    Gian Luca Rognoni, Alberto Finzi, Antoniotto Guidobono Cavalchini

  • Autori

    Gian Luca Rognoni

    agronomo libero professionista, PhD in Genio Rurale

    Alberto Finzi

    agronomo libero professionista, PhD in Innovazione Tecnologica per le Scienze Agro-alimentari e Ambientali

    Antoniotto Guidobono Cavalchini

    ordinario di meccanica agraria presso il Dipartimento di Scienze Veterinarie per la Salute, la Produzione Animale e la Sicurezza Alimentare (DESPA), Universit degli Studi di Milano

    Ringraziamenti:

    Si ringraziano i dottori Irene Pansini e Piero Stella del Settore Agricoltura della provincia di Pavia per aver promosso liniziativa e aver fattivamente collaborato ad una delle esperienze citate nel presente volume.

    Si ringraziano le aziende agricole Parrocchetti Botta Adorno e Santa Caterina per aver ospitato ed aver collaborato allesecuzione di alcune delle prove citate, la ditta MA-AG e il dr. Mauro Grandi per aver fornito parte delle attrezzature utilizzate. Si ringrazia inoltre la ditta KWS Italia per le analisi effettuate.

  • Introduzione

    Nel prossimo futuro al settore primario verranno richieste sfide sempre pi impegnative: produrre sempre pi alimenti per una popolazione mondiale in rapida crescita e al contempo svolgere un ruolo sempre pi importante per la salvaguardia dellambiente e per il contrasto ai cambiamenti climatici.

    Lagricoltura dovr farsi carico di tali impegni e contestualmente ritrovare quei margini di redditivit che negli ultimi anni sono stati progressivamente sempre pi erosi a causa del continuo aumento dei costi di produzione e della volatilit dei prezzi dei prodotti agricoli.

    Una possibile via per affrontare con successo le sfide del futuro rappresentata dalle tecniche conservative di gestione del suolo le quali attraverso la riduzione delle lavorazioni, la rotazione delle colture e la gestione dei residui colturali si prefiggono lincremento della sostanza organica nel terreno. Il raggiungimento di tale obiettivo consente di limitare linquinamento da agrochimici e di ridurre le emissioni dei sistemi agricoli senza pregiudicarne il livello produttivo.

    Anche lagricoltura della nostra provincia, molto importante per produzioni e superfici nel contesto regionale, chiamata ad esercitare il proprio ruolo nellambito di tali tematiche. Nel presente contributo, dopo aver preso in esame gli aspetti relativi alle emissioni del sistema agricolo, analizzato le peculiarit dellagricoltura conservativa e definito le caratteristiche salienti del panorama agricolo in provincia di Pavia vengono riportate esperienze e prove realizzate sul territorio allo scopo di valutarne la reale applicabilit nel contesto agricolo provinciale.

  • Indice

    1 Agricoltura e cambiamenti climatici . 1

    1.1. Premessa . 1

    1.2. Le emissioni del settore agricolo 1

    1.3. Le emissioni del settore agricolo provinciale . 2

    1.4. Conclusioni . 2

    2 Lagricoltura conservativa . 7

    2.1. Premessa . 7

    2.2 Scopi delle lavorazioni del terreno 7

    2.3. Effetti delle lavorazioni . 8

    2.4. Lagricoltura conservativa 10

    2.5. Le tecniche dellagricoltura conservativa . 12

    2.5.1 Semina su sodo 12

    2.5.2 Minima lavorazione . 13

    2.5.3 Lavorazione a strisce o strip till 16

    2.5.4 Vertical tillage .. 17

    2.6. I rimedi per le tecniche conservative .. 18

    2.7. Conclusioni . 20

    3. Il sistema agricolo della provincia di Pavia 21

    3.1. Premessa . 21

    3.2. Territorio e caratteristiche delle aziende agricole pavesi .. 21

    3.3. Conclusioni . 26

    4. Lagricoltura conservativa in provincia di Pavia . 27

    4.1. Premessa . 27

    4.2. Esperienze di agricoltura conservativa in provincia di Pavia 29

    4.2.1 Prova su frumento 29

    4.2.2 Prova su mais 34

    4.2.3 Prova su riso . 39

    4.3. Conclusioni . 42

    5. Conclusioni .. 45

    Bibliografia consultata .. 46

    Siti internet consultati 47

  • 1

    1. Agricoltura e cambiamenti climatici

    1.1. Premessa Nel quadro Europeo delle politiche finalizzate al contrasto ai cambiamenti climatici, gli Stati membri con lapprovazione nel 2009 del pacchetto Clima-Energia, si sono posti lobiettivo di ridurre entro il 2020 le emissioni di gas serra del 20%, di portare al 20% la quota di consumo energetico da fonti rinnovabili e di ottenere un incremento del 20% dellefficienza energetica.

    Il settore agricolo non escluso da tali obiettivi, ma anzi chiamato a giocare un ruolo fondamentale. Lagricoltura, responsabile di una quota non trascurabile dei gas ad effetto serra - principalmente metano (CH4) e protossido di azoto (N2O) - potrebbe avere un ruolo di primaria importanza nella riduzione complessiva dei gas climalteranti. Il settore agricolo pu contribuire alla diminuzione delle sue emissioni attraverso un uso pi razionale dei fertilizzanti, la produzione di energie rinnovabili, una maggiore produttivit del bestiame, ma anche attraverso lo stoccaggio di carbonio nei suoli e nelle foreste. Nel valutare le modalit di finanziamento per favorire la transizione verso uneconomia a bassa intensit di carbonio, in particolare per lagricoltura e la silvicoltura, nella PAC 2014-2020 la mitigazione dei cambiamenti climatici sembra avere assunto un ruolo centrale, sia per le priorit di adattamento del settore, sia per il ruolo dellagricoltura come fornitrice di beni pubblici, tra cui la stabilit climatica (Coderoni et al., 2013).

    1.2. Le emissioni del settore agricolo

    Oltre ai sopra citati metano e protossido di azoto, un altro gas di origine prevalentemente agricola lammoniaca (NH3), regolamentato dalla direttiva 2001/81/CE che ne stabilisce tetti nazionali di emissione e quote di riduzione, insieme al biossido di zolfo (SO2) e agli ossidi di Azoto (NOx), per ridurre fenomeni di acidificazione, eutrofizzazione e riduzione dellozono troposferico di cui sono responsabili (Cndor et al., 2011).

    Esaminando pi nel dettaglio le responsabilit del settore agricolo stata fatta unindagine a partire dalla scala nazionale fino a considerare le zone agrarie della provincia di Pavia. Lanalisi ha permesso di quantificare sia lentit delle emissioni prodotte, ma anche la capacit di assorbimento tramite lintroduzione di azioni specifiche, e in particolare delle tecniche di agricoltura conservativa.

    Secondo quanto riportato nel Italian Greenhouse gas inventory 1990-2012 redatto dallIstituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), sul totale delle emissioni a effetto serra italiane del 2012, il contributo dellagricoltura stato stimato pari al 7.5%, al secondo posto dopo il settore dellenergia, che ha contribuito per l 82.6%. Le fonti emissive agricole per non consistono in CO2 in quanto il settore viene escluso come fonte produttrice di questo gas in seguito allassorbimento da parte delle colture. Al contrario per, risulta essere la fonte principale di protossido di azoto (N2O) raggiungendo il 73% delle emissioni complessive italiane. Questo gas deriva principalmente dal reparto zootecnico e in particolare dalla gestione degli effluenti (18.4%) e dalla somministrazione alle colture dei fertilizzanti azotati minerali e organici compresi quelli di origine zootecnica (81.6%).

    Altro gas serra di cui lagricoltura responsabile con il 40% delle emissioni nazionali il metano (CH4). Questo valore la posiziona al secondo posto, dopo il settore dei rifiuti. Il metano del settore agricolo ha origine essenzialmente dalla fermentazione enterica del

  • 2

    bestiame allevato (76.6%) e dalla gestione dei relativi effluenti (12.2%), ma una quota deriva anche dalle risaie (11%).

    Per quanto riguarda le emissioni di ammoniaca, queste nel 2008 su base nazionale hanno avuto origine per il 95% dal settore agricolo e in particolare il 59% deriva dalle attivit di allevamento e gestione degli effluenti zootecnici, mentre il 41% da suoli agricoli in seguito alla distribuzione dei fertilizzanti (Cndor et al., 2011).

    Passando al livello regionale (Fig. 1.1), i dati INEMAR (INventario EMissioni ARia) del 2010 confermano il dato nazionale, attribuendo al settore agricolo lombardo l80% delle emissioni di protossido di azoto (N2O) e il 52% di quelle di metano (CH4). I valori sono superiori rispetto al dato nazionale perch in Lombardia concentrata una grossa fetta della zootecnia italiana e si pratica unagricoltura intensiva con elevati input di fattori produttivi. Osservando per il dato dellanidride carbonica equivalente (CO2eq) lagricoltura lombarda risulta avere un peso sul totale delle emissioni di tutti i settori produttivi del 9%.

    La CO2 equivalente un parametro che permette di pesare insieme emissioni di gas serra diversi con differenti effetti climalteranti. Ad esempio il metano ha un potenziale climalterante 21 volte superiore rispetto alla CO2, mentre quello del protossido di azoto 310 volte superiore alla CO2. I dati INEMAR relativi allemissione di ammoniaca (NH3), evidenziano lagricoltura come il maggiore produttore con il 98% del totale, confermando quanto stimato su scala nazionale.

    1.3. Le emissioni del settore agricolo provinciale

    Osservando i dati provinciali emergono valori emissivi leggermente diversi che derivano dalle peculiarit del territorio. Infatti, a causa di una minore presenza dellattivit zootecnica le emissioni di ammoniaca (90%) e protossido di azoto (64%) sono inferiori rispetto al dato regionale e nazionale, aumentano invece le emissioni di metano (73%) che hanno origine dalle risaie la cui tecnica colturale irrigua a sommersione favorisce linstaurarsi di condizioni anaerobiche nel terreno che degradano la sostanza organica trasformandola in metano (Fig. 1.2)

    Le principali fonti emissive del settore agricolo della provincia di Pavia sono da ricercare nelle due zone agrarie a Nord del Po - la Lomellina e il Pavese - e in particolare nella coltivazione dei terreni (fertilizzazione azotata) e nella gestione degli effluenti zootecnici. La quota preponderante delle emissioni di N2O imputabile alla coltivazione dei terreni per cui la Lomellina detiene il 24.7% e il pavese il 13.8% delle emissioni provinciali, e alla gestione dei reflui zootecnici di cui la Lomellina responsabile del 17%, mentre il Pavese del 19.6%. Passando al metano, il dato pi significativo deriva dalla coltivazione dei terreni, dove la Lomellina responsabile del 60.3% delle emissioni provinciali mentre il Pavese ha un dato nettamente pi basso: 19.4%. Il dato della Lomellina dipende soprattutto dalla maggiore estensione occupata dal riso. Lemissione di ammoniaca invece ha origine dalla gestione degli effluenti zootecnici, i quali sono responsabili in Lomellina del 28.8% e nel Pavese del 32% delle emissioni provinciali, mentre dalla fertilizzazione azotata delle colture deriva il 16.1% in lomellina e il 9.6% nel pavese (Fig. 1.3).

    1.4. Conclusioni

    Le valutazioni di cui sopra evidenziano le fonti principali di gas climalteranti del settore agricolo e contengono anche una possibile soluzione al problema in quanto la stessa fonte emissiva pu contribuire con opportuni interventi a diventare uno stoccaggio. Mentre per la maggior parte delle fonti emissive - gli allevamenti e la relativa gestione degli effluenti, la

  • 3

    produzione di energia rinnovabile e la fertilizzazione con concimi minerali - si pu solo ridurre limpatto, tramite tecniche innovative per la gestione del suolo, quindi le lavorazioni conosciute come agricoltura conservativa, possibile invertire il flusso emissivo trasformando i suoli in carbon sink, serbatoio di carbonio.

    Protossido di Azoto - N2O

    64%

    0%1%

    2%

    4%

    0%

    0%

    20%

    5% 4% 0%

    Metano - CH4

    74%

    0%

    0%

    0%

    1%

    16%

    0%

    0%

    0%9% 0%

    Anidiride Carbonica equivalente - CO2eq

    9%

    2%1%

    5%

    11%

    1%

    7%

    44%

    15%

    4% 1%

    Ammoniaca - NH3

    91%

    0%

    0%1%

    0%0%0%

    0%

    3%5% 0%

    Figura 1.1 - Ripartizione delle emissioni di gas serra: Protossido di Azoto (N2O), Metano (CH4), Anidride Carbonica equivalente (CO2eq) e ammoniaca (NH3) della Regione Lombardia nel 2010, per settori produttivi ed economici (fonte: INEMAR)

  • 4

    Protossido di Azoto - N2O

    81%

    0%

    0%

    3%

    5%

    0%0%

    3%

    5% 3% 0%

    Metano - CH4

    53%

    1%0%0%

    2%

    23%

    0%

    0%

    0%

    21%

    0%

    Anidride Carbonica equivalente - CO2eq

    9%

    5%

    2%

    13%

    21%

    2%5%

    17%

    22%

    3%1%

    Ammoniaca - NH3

    98%

    0%

    0%0%

    0%0% 0% 0% 2%

    0%0%

    Figura 1.2 Ripartizione delle emissioni di gas serra in provincia di Pavia: Protossido di Azoto (N2O), Metano (CH4), Anidride Carbonica equivalente (CO2eq) e di ammoniaca (NH3) della provincia di Pavia nel 2010, per settori produttivi ed economici. (fonte: INEMAR)

  • 5

    Figura 1.3 Ripartizione delle emissioni di gas serra: Protossido di Azoto (N2O), Metano (CH4), Anidride Carbonica equivalente (CO2eq) e di ammoniaca (NH3) tra le zone agrarie della provincia di Pavia nel 2010 (fonte: INEMAR)

    Riuscire a quantificare, o meglio stimare, quanto carbonio e quindi quanta CO2 pu trattenere il suolo evitando di cederla in atmosfera, pu dare lidea della potenzialit. Se prendiamo ad esempio lo studio di Soane (Soane et al., 2012) risulta che il passaggio dallaratura alla non lavorazione consente di accumulare ogni anno nel terreno tra 0 e 1300 kg/ha di carbonio. Questo intervallo cos ampio perch ci sono molti fattori che condizionano la capacit di accumulo di un terreno. Innanzitutto c una grande variabilit dovuta al clima, alla tipologia di suolo, alla rotazione colturale e alla durata delle non lavorazioni. In questo studio viene indicativamente considerato che nelle condizioni Italiane si possano stoccare 800 kg/ha di carbonio ogni anno, corrispondenti a circa 2.960 kg di CO2. Considerando un contenuto medio di sostanza organica dei terreni agricoli del 2%, incrementare di 800 kg di carbonio nel suolo significherebbe un incremento annuo di sostanza organica dello 0,017 %.

    Se per assurdo tutta la S.A.U. della provincia di Pavia (176.934,85 ha) fosse condotta con tecniche conservative si potrebbero sequestrare circa 520.000 t CO2/anno, che corrispondono, secondo i dati INEMAR 2010, al 55% delle emissioni annue di CO2 equivalenti del settore agricolo provinciale.

  • 6

    Lo sforzo richiesto al settore agricolo per mitigare il suo impatto ambientale e allo stesso tempo ottimizzare i processi produttivi ben definito anche nel Piano di Sviluppo Rurale 2014-2020 della Regione Lombardia, che individua 6 priorit e al loro interno 15 Focus Area, che delineano gli obiettivi e le specifiche forme di finanziamento alle aziende agricole per raggiungerli. La priorit 5 affronta in modo specifico il problema delluso efficiente delle risorse e il passaggio ad una gestione a basse emissioni di carbonio e in particolare con 3 focus area descritte di seguito.

    Focus area (c) Favorire lapprovvigionamento e lutilizzo di fonti di energia rinnovabili, sottoprodotti, materiali di scarto, e residui e altre materie grezze non alimentari ai fini della bioeconomia. In questo ambito i territori boschivi hanno un ruolo fondamentale sia per la produzione di legname da opera e di legna a fini energetici, sia perch concorrono alla prevenzione di fenomeni di dissesto idrogeologico e alla difesa da eventi naturali calamitosi. La proposta quella di incentivare una gestione sostenibile dei boschi, migliorando i soprassuoli forestali e aumentando la qualit e il valore economico dei prodotti, promuovendo il miglioramento e lo sviluppo di una efficiente e diffusa rete viaria di servizio, per favorire laccesso e lutilizzo razionale di superfici forestali. Inoltre, passando al territorio agricolo, la proposta di sostenere i progetti integrati tra imprese zootecniche per la produzione e luso di energia attraverso la realizzazione di impianti collettivi che favoriscono una gestione pi razionale ed efficiente degli effluenti di allevamento e la gestione pi efficiente della distribuzione degli effluenti trattati sui terreni aziendali, con notevoli vantaggi dal punto di vista ambientale, soprattutto nelle aree con un elevato carico di bestiame.

    Focus area (d) Ridurre le emissioni di gas a effetto serra e di ammoniaca prodotte dall'agricoltura. Lobiettivo riguarda principalmente il settore zootecnico che potrebbe ridurre le proprie emissioni introducendo miglioramenti di strutture, impianti e sistemi che utilizzano tecnologie innovative, quali la copertura delle vasche di stoccaggio degli effluenti di allevamento. La priorit sar data ai progetti integrati che coinvolgono sinergicamente pi aziende e consentono di realizzare su scala territoriale un maggiore contenimento delle emissioni di ammoniaca e metano in atmosfera. Un contributo indiretto alla riduzione delle emissioni in atmosfera sar assicurato dalle pratiche di agricoltura biologica e dallintroduzione delle tecniche di coltivazione che prevedono una riduzione delle lavorazioni dei terreni agricoli nonch dalle modalit di distribuzione degli effluenti zootecnici che riducono la dispersione nellaria di gas serra e soprattutto di ammoniaca.

    Focus area (e) Promuovere la conservazione e il sequestro del carbonio nel settore agricolo e forestale . I suoli agricoli e forestali costituiscono la pi importante riserva di carbonio organico presente negli ecosistemi terrestri. In Lombardia il contenuto di carbonio organico dei suoli agricoli e forestali piuttosto variabile, in funzione soprattutto delle caratteristiche e delle modalit di utilizzo dei terreni e della differente disponibilit di sostanza organica a livello territoriale, conseguente alla localizzazione e concentrazione degli allevamenti zootecnici. Occorre pertanto incentivare, in particolare in alcune aree di pianura ad agricoltura intensiva con una scarsa disponibilit di sostanza organica e di carbonio, lintroduzione di tecniche di coltivazione e di pratiche agronomiche, quali lagricoltura conservativa, che consentono di contrastare il progressivo depauperamento della fertilit dei terreni. Per aumentare lefficacia di questi interventi, sar data priorit ai progetti integrati con approccio collettivo alle nuove tecniche di coltivazione a livello territoriale pi ampio di quello aziendale, incrementando cos lefficacia, limpatto e gli effetti positivi prodotti dalle pratiche innovative.

  • 7

    2. Lagricoltura conservativa

    2.1. Premessa

    La consapevolezza del potenziale ruolo dei sistemi agricoli nel contenimento dei

    cambiamenti climatici ha progressivamente esaltato limportanza delle tecniche

    conservative di gestione del suolo. Non solo Veneto e Lombardia ma molte regioni italiane

    nei prossimi Programmi di Sviluppo Rurale emaneranno a tal proposito specifiche azioni di

    sostegno.

    E bene tuttavia sottolineare che laspetto suolo emissioni solo uno dei molteplici fattori

    che hanno influenza o possono venir influenzati dalle tecniche di lavorazione del terreno. Si

    pu anzi affermare che la consapevolezza delle classiche interazione tra terreno e

    lavorazione pu esercitare una funzione determinante ai fini della diffusione delle tecniche

    conservative. Lagricoltore che si accinge ad abbandonare laratura non spinto a farlo

    perch ci contribuisce a ridurre le emissioni di gas clima-alteranti ma perch convinto che

    ci avr effetti positivi sulle condizioni fisiche, idriche, biologiche ecc. del proprio terreno

    che gli consentiranno di incrementare il reddito aziendale.

    Ai fini della corretta valutazione delle prerogative dellagricoltura conservativa pertanto

    opportuno esaminare in prima istanza gli aspetti agronomici delle lavorazioni, per poi

    provare a comprendere come tali aspetti possono essere influenzati rispettivamente dalle

    lavorazioni tradizionali e dalle tecniche conservative.

    2.2. Scopi delle lavorazioni del terreno

    La rivisitazione in chiave critica delle lavorazioni del terreno oggi possibile in quanto parte

    degli obiettivi originari sono stati progressivamente surrogati grazie, ad esempio, alla

    disponibilit di molecole di sintesi per il controllo delle infestanti, dei patogeni e degli

    insetti dannosi, oppure grazie ai fertilizzanti chimici per la nutrizione delle piante coltivate

    (tab. 2.1).

    Tabella 2.1 principali scopi della lavorazione del terreno e loro rivisitazione in chiave critica

    Scopi tradizionali Criticit

    Controllo della vegetazione spontanea Con le lavorazioni in alcune condizioni viene favorita la

    germinazione delle infestanti

    Creazione delle condizioni adatte alla germinazione dei semi e/o

    allattecchimento di altri organi di moltiplicazione delle piante

    -

    Creazione di condizioni favorevoli allo sviluppo degli apparati

    radicali e alla creazione della riserva idrica

    Per la formazione di una zona compattata sul fondo della

    lavorazione possibile leffetto opposto

    Interramento dei residui colturali e degli effluenti zootecnici Lavorazione e interramento favoriscono la

    mineralizzazione, compromettono la stabilit strutturale

    del suolo e lerosione

  • 8

    Lunica prerogativa delle lavorazioni che non ha potuto essere surrogata la creazione di

    condizioni favorevoli per la germinazione dei semi e lattecchimento degli organi di

    riproduzione e moltiplicazione delle piante. Tuttavia, come anticipato in premessa,

    nellesercitare tali funzioni le lavorazioni hanno ricadute sulle propriet fisico-chimiche e

    biologiche del suolo.

    La disamina di tali ricadute rappresenta lo strumento per un confronto oggettivo tra

    tecniche tradizionali e lavorazioni conservative.

    2.3. Effetti delle lavorazioni

    Gli effetti delle lavorazioni sulle propriet di un terreno agrario, di natura fisica, chimica,

    biologica ecc., cambiano a seconda che si tratti di lavorazioni tradizionali - segnatamente

    aratura oppure di tecniche conservative. Nella tabella che segue (tab. 2.2) tali effetti

    vengono schematizzati e posti a confronto (Toderi et al., 1986).

    Linsieme delle interazioni tra lavorazioni e propriet del suolo ha, in ultima analisi, delle

    ricadute sulla produzione delle colture. Nella gran parte delle condizioni pedo-climatiche

    del nord e del centro del paese, pur operando una inevitabile generalizzazione, possibile

    osservare che (Toderi et al., 1986):

    nel caso dei cereali vernini le produzioni ottenibili con le tecniche tradizionali sono normalmente maggiori di quelle derivanti dalle tecniche conservative anche se tale vantaggio sembra esaurirsi oltre i 20-25 cm di profondit della lavorazione. La motivazione risiede nella maggior suscettibilit dei suoli non lavorati alleccesso idrico che spesso si manifesta durante la stagione autunnale e primaverile in concomitanza con la maggior frequenza delle precipitazioni. Per contro in annate con decorso autunnale e/o primaverile siccitoso la produzione dei cereali vernini coltivati con tecniche conservative paragonabile o superiore a quella ottenuta con tecnica tradizionale;

    per le colture a ciclo primaverile estivo in primo raccolto, ad esclusione della barbabietola da zucchero, le rese ottenute con laratura sono maggiori. Tale risultato motivato con la minor temperatura del terreno sottoposto a minima o non lavorazione al momento della semina. Ci rallenta lo sviluppo iniziale con negativi riflessi sui risultati produttivi. Al contrario le stesse colture coltivate in secondo raccolto producono di pi se coltivate con minima o non lavorazione. E evidente che leffetto temperatura del suolo viene meno con il progredire della stagione e questo spiega, unitamente alla maggior capacit idrica dei terreni in conservativa, i risultati incoraggianti ottenuti nel caso dei secondi raccolti;

    nel caso della barbabietola da zucchero generalmente da preferire la lavorazione tradizionale anche se, in caso di terreno ben strutturato, non sembrano avere effetti importanti le lavorazioni oltre i 25 cm di profondit. Per tale coltura laspetto della maggior resistenza alla penetrazione da parte del terreno non lavorato sembra assumere un ruolo determinante ai fini dei risultati produttivi.

  • 9

    Tabella 2.2 lavorazioni e loro effetti sulle principali propriet del terreno agrario

    Aspetto considerato Lavorazioni tradizionali Lavorazioni conservative

    Condizioni fisiche e idriche del terreno

    Massa volumica apparente Minore Maggiore

    Resistenza alla penetrazione Minore in assenza di suola

    di lavorazione

    Maggiore

    Porosit totale Maggiore Minore

    Contenuto di ossigeno Maggiore Minore

    Strutturazione Minore Maggiore

    Stabilit degli aggregati strutturali Minore Maggiore

    Formazione di crosta superficiale Maggiore Minore

    Omogeneit dello strato interessato dalle

    radici

    Minore Maggiore

    Drenaggio Pi rapido in assenza di

    suola di lavorazione

    Pi lento

    Capacit di ritenzione idrica Minore Maggiore

    Conducibilit idrica Minore Maggiore

    Disponibilit idrica per le colture Minore Maggiore

    Eccesso idrico Meno frequente Pi frequente

    Temperatura del terreno Pi calda Pi fredda

    Condizioni chimiche del terreno e concimazione

    Mineralizzazione delle sostanza organica Maggiore Minore

    Contenuto di sostanza organica Minore Maggiore

    Stratificazione degli elementi nutritivi Lungo il profilo lavorato In superficie

    pH Omogeneo lungo il profilo Acidificazione superficiale

    per accumulo si sostanza

    organica

    Dosaggio concimazione azotata Pi basso Pi elevato

    continua

    Aspetto considerato Lavorazioni tradizionali Lavorazioni conservative

    Condizioni biologiche del terreno

    Attivit enzimatica Minore Maggiore negli strati

    superficiali per accumulo di

    sostanza organica

    Dinamiche dellazoto Maggiore mineralizzazione,

    minore denitrificazione

    Minore mineralizzazione,

    maggior denitrificazione

    Formazione di sostanze tossiche Improbabile Pi probabile con eccesso

    idrico per la decomposizione

    del materiale organico fresco in

    superficie

    Pedofauna utile Minore presenza Maggiore presenza

    Parassiti animali Minore presenza Maggiore presenza

    Patogeni fungini Effetti contrastanti Effetti contrastanti

    Controllo infestanti Meno problematico Pi problematico specie con le

    infestanti perenni

    Residui colturali, erosione e trafficabilit del terreno

    Residui Temperatura pi alta dello

    strato superficiale, minore

    umidit, minore attivit della

    pedofauna, maggiore velocit

    di scorrimento dellacqua,

    minore infiltrazione ed

    evatraspirazione

    Temperatura pi bassa dello

    strato superficiale, maggiore

    umidit, maggiore attivit della

    pedofauna, minore

    scorrimento superficiale,

    maggiore infiltrazione e minore

    evapotraspirazione

    Erosione idrica ed eolica Maggiore Minore

    Trafficabilit del terreno Minore Maggiore

  • 10

    Lanalisi proposta permette di affermare che entrambe i sistemi, aratura tradizionale e

    tecniche conservative, presentano aspetti positivi e negativi. Ladeguata conoscenza di

    questi lindispensabile strumento per scelte appropriate.

    E tuttavia facile affermare che, specie nel nostro paese, hanno sino ad ora prevalso i timori

    circa i possibili rischi delle tecniche conservative. In ogni caso alcune considerazioni di

    fondo sono necessarie e possono aiutare a comprendere perch auspicabile la diffusione

    delle tecniche alternative allaratura tradizionale.

    1. Gli effetti negativi delle lavorazioni tradizionali, oggettivi e indiscutibili, sono esaltati e resi evidenti dai cambiamenti intervenuti nei sistemi agricoli: monocoltura e soprattutto mancata coltivazione delle colture che garantivano il regime sodivo dei terreni le foraggiere hanno messo prepotentemente in luce il problema della preservazione della sostanza organica dei suoli.

    2. tra le principali accuse rivolte al mondo agricolo vi quella di utilizzare in modo inefficiente lacqua ma anche quella di comprometterne la qualit. E stato dimostrato che lagricoltura conservativa riduce il rischio di inquinamento delle falde dovuto ad erosione superficiale. Inoltre con lincremento di sostanza organica nel suolo, prerogativa dellagricoltura conservativa, vi una progressiva maggior degradazione e immobilizzazione delle molecole degli agrofarmaci (Pisante et al., 2011).

    3. Il progressivo calo dei redditi agricoli ha reso inevitabile una revisione critica del modo di produrre. In questo quadro il costo delle lavorazioni soprattutto nel nostro paese apparso subito come una criticit a cui porre adeguata attenzione.

    In tale contesto e indipendentemente dai riconosciuti benefici nel contrasto ai cambiamenti

    climatici, risulta inevitabile pensare ad alternative. Tra queste lagricoltura conservativa

    sembra la pi appropriata per il ruolo che pu esercitare sulla preservazione della sostanza

    organica, sulla riduzione dellinquinamento delle acque e per la contrazione dei costi che

    pu garantire. Tuttavia, come evidenziato, presenta delle criticit che possono essere

    esasperate se non ne vengono correttamente applicati i principi.

    2.4. Lagricoltura conservativa

    Come schematizzato in figura (fig. 2.1) fare agricoltura conservativa significa (Baker et al.,

    2008):

    creare il minimo disturbo possibile al suolo riducendo al minimo le lavorazioni;

    avvicendare le colture e utilizzare colture di copertura tra un ciclo colturale e il successivo;

    lasciare in loco e gestire i residui colturali.

    Le tre prerogative, o pilastri, su cui si basa lagricoltura conservativa vanno applicate

    contemporaneamente pena lesaltazione di una o pi delle criticit prima evidenziate (tab.

    2.2) e il conseguente mancato raggiungimento di risultati apprezzabili dal punto di vista

    delle rese.

  • 11

    Carbonio organico del suolo

    Agricoltura conservativa

    Lavo

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    Figura 2.1 principi o pilastri dellagricoltura conservativa (Baker et al., 2008)

    Non sono infrequenti i casi di agricoltori che hanno intrapreso la strada conservativa per poi

    abbandonarla dopo pochi anni di applicazione. In tali circostanze probabile che i principi

    venissero applicati solo in parte oppure in maniera non contemporanea. Un esempio

    classico quello di coloro che perseverano nellasportare i residui colturali. Lasportazione

    dei residui, soprattutto in presenza di suoli limosi di difficile strutturazione, non consente di

    limitare lazione battente delle piogge e la conseguente formazione di crosta o comunque

    di un suolo costipato allatto della semina e nei primi stadi del ciclo di vita delle coltivazioni.

    La non lavorazione o la minima lavorazione in questi casi non sono in grado di ripristinare

    o solo parzialmente nel caso della minima - adeguate condizioni di abitabilit del terreno

    con probabili riduzioni della produttivit delle colture (fig. 2.2).

    Figura 2.2 la permanenza e luniforme

    distribuzione dei residui colturali rappresenta

    una premessa essenziale per il successo delle

    tecniche conservative

  • 12

    E pertanto importante sottolineare quello che, allo stato attuale, appare il fattore pi

    critico, che spesso scoraggia chi si avvicina alle tecniche conservative oppure fa ritornare sui

    propri passi chi le ha adottate in maniera non appropriata. Con le lavorazioni classiche

    spesso possibile rimediare alle difficolt create, ad esempio, dalleccessivo calpestamento

    delle macchine da raccolta. Con lagricoltura conservativa e in particolare con la sua forma

    pi estrema, la semina diretta, non possibile alcun rimedio agli errori umani e/o alle

    difficolt del clima. In questo senso lapplicazione dellagricoltura conservativa richiede

    maggior attenzione e perizia da parte degli addetti anche se non sempre vero, come

    vedremo meglio in seguito, che non esistono possibilit di correzione o rimedio alle

    difficolt che di volta in volta si possono incontrare.

    2.5 Le tecniche dellagricoltura conservativa

    I principi dellagricoltura conservativa possono essere applicati attraverso il ricorso a:

    semina su sodo (sod seeding);

    minima lavorazione (minimum tillage);

    coltivazione a strisce (stip tillage);

    vertical tillage.

    2.5.1 Semina su sodo

    E effettuata da apposite seminatrici, universali e di precisione, grazie alle quali risulta

    possibile effettuare in un unico passaggio la sequenza delle operazioni meccaniche per

    arrivare alla semina: lavorazione e preparazione del terreno, fertilizzazione e semina vera e

    propria.

    Nella seminatrice per semina su sodo lorgano a cui viene demandata lesecuzione di tutte

    le lavorazioni prima elencate lassolcatore. Lassolcatore di una macchina da sodo pu

    assumere forme diverse ed esser pi o meno arricchito da altri utensili che svolgono

    funzioni complementari. Al di l delle sfaccettature commerciali lassolcatore deve aprire il

    solco di semina, deporvi il seme - in alcuni casi anche il fertilizzante - chiudere il solco

    garantendo la copertura del seme: il tutto creando il minor disturbo possibile alla fetta di

    terreno interessata al suo passaggio.

    Pur avendo il mercato intrapreso una direzione ben precisa circa la forma e la tipologia di

    assolcatori disponibili, per la gran parte del tipo a doppio disco, bene non sottovalutare

    i seguenti aspetti circa la tipologia di assolcatore:

    assolcatori differenti generano solchi di semina aventi profilo differente;

    a un determinato profilo corrisponde un maggiore o minore grado di disturbo arrecato al fondo e alle pareti del solco di semina;

    le diverse tipologie di assolcatori presentano differenti gradi di operativit in presenza di elevate quantit di residui colturali;

    la forma dellassolcatore determina la facilit con cui lo stesso incide il terreno e di conseguenza le specifiche necessit in termini di carico verticale (mediamente il range compreso tra i 120 e i 220 kg/elemento);

  • 13

    la tipologia di assolcatore pu determinare la possibilit o meno della distribuzione contemporanea del fertilizzante ma soprattutto la possibilit che seme e fertilizzante siano separati o sul piano orizzontale o sul piano verticale.

    In questo studio pi che la disamina dei modelli di seminatrici per semina su sodo

    disponibili sul mercato (meccaniche o pneumatiche, tramoggia singola, doppia e/o

    supplementare per consociazioni ecc.) si cercher di evidenziare le peculiarit del lavoro

    eseguito delle diverse tipologie di assolcatori, evidenziandone vantaggi e svantaggi allo

    scopo di fornire oggettivi criteri di scelta (tab. 2.3).

    Come evidenziato in tabella non sempre la tipologia di macchina che incontra oggi

    maggiore diffusione, quella dotata di doppio o triplo disco di semina, in realt quella che,

    dal punto di vista qualitativo, presenta i maggiori vantaggi. Il costipamento che si crea sia

    sul fondo, sia sulle pareti del solco di semina obbligano ad una oculata scelta del momento

    ottimale di intervento pena la deposizione del seme in un ambiente difficile. Inoltre in tali

    seminatrici deve essere prestata particolare attenzione anche agli organi chiudi solco i

    quali devono garantire la copertura del seme pur in assenza di terreno libero da utilizzare

    a tale scopo.

    Dal punto di vista della facilit di chiusura del solco di semina le macchine dotate, ad

    esempio, di assolcatori a dente, creando comunque una certa quota di terreno smosso in

    superficie, rendono loperazione pi semplificata, tanto vero che in questa tipologia di

    macchine gli organi copri-seme non differiscono sostanzialmente da quelli applicati alle

    macchine per la semina su terreno lavorato.

    In ultima analisi si pu affermare che per una scelta oculata della macchina per semina

    diretta si deve obbligatoriamente valutare, in prima istanza, le interazioni tra suolo e organi

    di lavoro. A seconda delle singole esigenze e dello specifico contesto territoriale, pedo-

    climatico e colturale la scelta potr anche ricadere sulle tipologie di seminatrici

    commercialmente meno diffuse.

    2.5.2 Minima lavorazione

    Mentre nel caso del sodo si ha ben presente il salto anche psicologico che separa tale

    tecnica da quella tradizionale, quando si tratta di minime lavorazioni si spesso portati a

    credere che esse rappresentino semplicemente una maniera meno dispendiosa per

    lavorare il terreno. Il caso tipico che rappresenta tale fraintendimento quello di coloro che

    una volta minimamente lavorato il terreno, magari con un attrezzo appropriato e costoso,

    eseguono una o pi passate di erpice rotante per ottenere un letto di semina

    perfettamente pareggiato ed eliminare la quota di residuo rimasta in superficie. Al

    contrario anche nel caso delle minime lavorazioni valgono i principi che stanno alla base

    dellagricoltura conservativa (fig. 2.1): ogni deroga a tali principi significa non fare

    agricoltura conservativa.

  • 14

    Tabella 2.3 principali tipologie di assolcatori per macchine da semina diretta e loro principali caratteristiche (Baker et al., 2008)

    Tipologia assolcatore Profilo del solco Vantaggi e svantaggi

    A doppio disco

    verticale

    Fonte: khun

    A V I vantaggi sono quelli di richiedere una bassa manutenzione e di consentire operativit anche in presenza di

    elevate quantit di residuo. Gli svantaggi sono: il profilo del solco a forma di V con compattamento del

    fondo e delle pareti e difficolt di copertura; la necessit di elevata forza di penetrazione; la non

    separazione tra seme e fertilizzante (eccetto casi specifici); la possibilit che parte del residuo venga a

    contatto con il seme

    A triplo disco

    verticale

    Fonte: Bertini

    A V Vantaggi e svantaggi sono analoghi al doppio disco. La presenza di un disco aggiuntivo limita la possibilit di

    trascinamento dei residui nel solco di semina.

    A disco singolo

    inclinato

    Fonte: Maschio Gaspardo

    A U I vantaggi sono: richiesta di minor forza di penetrazione rispetto al doppio disco, non compattazione del

    profilo, operativit anche con elevata presenza di residui. Gli svantaggi sono: la maggior probabilit che il

    residuo cada nel solco di semina; la non separazione tra seme e fertilizzante (eccetto casi specifici); la

    minor velocit di avanzamento rispetto al doppio e triplo disco.

    A dente

    Fonte: Laseminasusodo

    A U Sono assolcatori di basso costo che non trattengono il residuo nel solco di semina e richiedono una bassa

    forza di penetrazione oltre ad una buona adattabilit in presenza di suoli sassosi. Per contro non

    consentono di operare al meglio con elevata presenza di residui, sono soggetti ad usura e non consentono,

    se non in casi specifici, la separazione tra seme e fertilizzante

    A doppia ala

    sottosuperficiale

    Fonte: Tonutti Wolagri

    A T invertita Il solco di semina si chiude facilmente senza che vi sia la possibilit di inquinamento da parte dei residui.

    Le condizioni per la germinazione dei semi sono ottimali ed possibile ottenere la separazione sul piano

    orizzontale tra seme e fertilizzante. Per contro in presenza di elevate quantit di residui loperativit

    limitata

  • 15

    Secondo i dettami della tecnica conservativa di gestione del suolo eseguire una minima

    lavorazione significa pertanto:

    operare ad una profondit variabile tra i 10 e i 20 cm,

    non provocare linversione degli strati di suolo;

    rilasciare una quota significativa dei residui colturali presenti in superficie.

    Per ottenere quanto sopra le possibilit offerte dal mercato delle macchine agricole sono

    molteplici: si va dai tradizionali erpici a dischi con forme rivisitate degli stessi, ad

    attrezzature combinate di varia natura dotate di molteplici tipologie di utensili,

    normalmente ancore, dischi e rulli (fig. 2.3).

    Figura 2.3 esempi di attrezzature per minima lavorazione: in alto a sinistra tradizionale erpice a

    dischi con sezioni ad X; in alto a destra erpice a dischi nel quale le due sezioni di dischi sono

    posizionate in maniera leggermente inclinata rispetto alla direzione di avanzamento: la macchina

    dotata di rullo posteriore per laffinamento e il pareggiamento del terreno; in basso a destra

    attrezzatura portata dotate di ancore, dischi pareggiatori e rullo per laffinamento; in basso a

    destra attrezzatura combinata trainata

    E importante sottolineare che la corretta applicazione delle minime lavorazioni non pu

    prescindere dalla disponibilit di seminatrici adatte ad operare su terreno minimamente

    lavorato che, si ribadisce, non pu, o meglio non deve, essere lo stesso terreno ottenuto

    con una sequenza di lavorazioni tradizionale. Anche in questo caso il mercato offre

    molteplici possibilit (fig. 2.4).

  • 16

    Figura 2.4 seminatrici dotate di organi assolcatori a disco e a doppio disco adatte ad operare in

    condizioni di suolo minimamente lavorato: a sinistra seminatrice universale della ditta Kuhn; a

    destra seminatrice di precisione della ditta MaterMacc.

    In ultimo si sottolinea che il ricorso alle minime lavorazioni pu essere in alcuni casi

    obbligato: il caso delle aziende zootecniche o comunque delle aziende che ricorrono ai

    fertilizzanti organici quali il compost, la pollina ecc. per la nutrizione delle proprie colture. In

    tali circostanze lobbligo di interramento rende imprescindibile il ricorso alle minime

    lavorazioni quale pratica conservativa.

    2.5.3 Lavorazione a strisce o strip till

    Si prefigge la lavorazione della sola zona dellappezzamento dove verr posizionata la fila di

    semina. E adatta a quelle colture normalmente seminate con file poste ad una certa

    distanza tra di loro quali mais e soia.

    Lobiettivo della coltivazione a strisce quello di favorire il riscaldamento del terreno

    alluscita dallinverno, riscaldamento che, come visto in precedenza, pu risultare

    difficoltoso nei climi temperati in presenza di quantit elevate di residui colturali.

    Viene eseguita mediante apposite operatrici, definite coltivatori a strisce, i quali risultano

    costituiti nella maggior parte dei casi dai seguenti elementi (fig. 2.5):

    utensili per lo spostamento del residuo, normalmente costituiti da una coppia di dischi stellati, che hanno il compito di formare una banda larga 10-15 cm libera da residui vegetali senza smuovere il terreno a cavallo della linea di semina;

    un disco e un ancora con il compito di smuovere il terreno ad una profondit compresa tra i i 15 e i 20 cm;

    una coppia di dischi, posizionati a lato dellancora, che definiscono la larghezza della striscia di suolo lavorata e impediscono che il terreno smosso fuoriesca da tale striscia;

    un piccolo rullo di larghezza pari a quella della striscia lavorata i cui elementi trasversali (traversine o catene normalmente) possiedono un profilo leggermente concavo per far si che la sezione verticale della striscia assuma un profilo convesso atto a favorire lapertura e la successiva chiusura del solco di semina.

  • 17

    Figura 2.5 a destra coltivatore a strisce Combi Strip della ditta MA-AG, a destra semina sulle

    strisce di terreno lavorato

    Al pari della minima lavorazione anche per la lavorazione a strisce la successiva semina

    deve essere eseguita con seminatrici dotate di assolcatore a doppio disco.

    2.5.4 Vertical tillage

    La pratica del vertical tillage si sviluppata nelle zone maidicole a clima temperato, in

    particolare negli Stati Uniti e nel Canada, dove il problema della temperatura del terreno

    alluscita dellinverno particolarmente sentito. Lo scopo quello di ovviare, in tali

    contesti, ad un difetto delle minime lavorazioni eseguite su colture a ciclo primaverile

    estivo: incorporando parte dei residui negli strati superficiali del suolo questi

    contribuiscono a rendere il terreno pi umido e di conseguenza pi freddo. Attraverso il

    vertical tillage il residuo colturale non viene mischiato e incorporato nel terreno ma

    semplicemente sminuzzato e distribuito uniformemente sulla superficie dello stesso.

    Le attrezzature da vertical tillage sono usualmente costituite da una o pi serie di dischi a

    profilo ondulato (di tipo radiale, corrugato o tangenziale) (fig. 2.6) a cui seguono dei rulli di

    diametro ridotto posizionati con una leggera inclinazione rispetto alla direzione di

    avanzamento (fig. 2.7).

    I dischi eseguono un taglio sottosuperficiale che separa la parte ipogea da quella epigea del

    residuo mentre i rulli, in virt dellelevata velocit davanzamento (> 15 km/h), sollevano il

    residuo permettendone la ricaduta sulla superficie del terreno. In tal modo il residuo si

    decompone pi facilmente per una miglior esposizione agli agenti atmosferici e limita

    laccumulo di umidit nel terreno. In sostanza la temperatura del terreno alluscita

    dellinverno pi elevata e questo permette semine pi tempestive con risultati produttivi

    migliori.

  • 18

    Figura 2.6 esempi di dischi: in alto disco ondulato

    radiale; al cento disco ondulato corrugato; in basso

    disco ondulato tangenziale (fonte: Sartori t al. 2012)

    Figura 2.7 esempio di attrezzatura per

    vertical tillage al lavoro: evidente leffetto di

    sollevamento del residuo colturale (fonte:

    verticaltillage.com)

    2.6 I rimedi per le tecniche conservative

    Uno dei peggiori ostacoli al successo delle lavorazioni conservative rappresentato

    dalleccessivo compattamento del terreno. E superfluo sottolineare che il calpestamento

    per quanto possibile deve essere evitato (fig. 2.8), tuttavia possono verificarsi evenienze,

  • 19

    quali la raccolta in concomitanza con periodi piovosi, per le quali una certa quota di

    calpestamento risulta inevitabile.

    Figura 2.8 trattrici e macchine da raccolta

    dotate di ruote gemellate, pneumatici a larga

    sezione o cingolature in gomma contribuiscono

    a ridurre sensibilmente il calpestamento

    In presenza di ormaie diffuse oltre i 10 cm di profondit molto probabile che

    lapplicazione di una qualsiasi forma di lavorazione conservativa porti a risultati molto

    negativi (Sartori et al., 2012). Se la frequenza delle ormaie nellappezzamento limitata e la

    loro profondit non supera indicativamente i 10 cm possibile intervenire con particolari

    attrezzature dette decompattatori.

    Un decompattatore atto ad operare in agricoltura conservativa deve consentire la riduzione

    della densit apparente nello strato di terreno interessato dallattivit radicale,

    normalmente 30-50 cm, senza provocarne linversione degli strati. Tale risultato ottenuto

    mediante operatrici dotate di ancore e rullo pareggiatore posteriore che funge anche da

    regolatore della profondit di lavoro.

    Buoni risultati qualitativi sono ottenuti con ancore dritte a T capovolta dotate sul fondo di

    alette parallele al piano orizzontale, ma anche con ancore dritte dotate di puntale inclinato

    e piede provvisto di alette oblique. Sul mercato esistono anche modelli di decompattatori

    provvisti di ancore ricurve lateralmente (tipo Micheal) (fig. 2.9). Le ancore possono essere

    montate su di un telaio a forma di V oppure costituito da 2 o tre traverse.

    Alcune case costruttrici propongono laccoppiamento tra decompattatore e attrezzatura

    per minima lavorazione. Lepoca ottimale per eseguire la decompattazione e la lavorazione

    possono in alcuni casi coincidere ma molto pi probabile che, nelle condizioni pedo-

    climatiche del nostro paese, tale eventualit non si verifichi. Vi in primo luogo da

    considerare che lumidit lungo il profilo del terreno aumenta con la profondit. Non

    pertanto infrequente il caso in cui possano esservi condizioni idonee per lesecuzione della

  • 20

    lavorazione ma non per la decompattazione a causa delleccessiva umidit degli strati pi

    profondi del terreno. Pu anche verificarsi la situazione inversa: strati profondi del suolo in

    perfetta tempera e strati superficiali troppo poveri di umidit, pi tenaci e quindi non in

    condizione per una corretta esecuzione della minima lavorazione. Potrebbe infine

    presentarsi la necessit che la lavorazione superficiale del suolo debba essere eseguita in

    concomitanza con la nascita delle infestanti e che, a tale momento, non corrispondano

    adeguate condizioni per la decompattazione. In definitiva si ritiene che accorpare in un

    unico attrezzo le due funzioni sia una scelta non premiante e come tale da evitare anche se

    questo comporta costi di investimento e di lavoro superiori.

    Figura 2.9 ancore per decompattatori: a sinistra ancora a T capovolta; al centro ancora tipo

    Micheal; a destra ancora con puntale inclinato (Fonte: Veneto Agricoltura)

    2.7 Conclusioni

    La conoscenza delle interazioni tra propriet del suolo e tecniche di lavorazione

    rappresenta lo strumento indispensabile affinch una determinata tecnica agronomica

    possa essere applicata con successo. Nel caso delle lavorazioni conservative tale

    considerazione assume ancora maggior peso in quanto sono decisamente inferiori le

    possibilit di rimedio ad errori gestionali e/o ad eventi climatici sfavorevoli.

    Le tecniche conservative di gestione del suolo presentano, per lazienda agricola, indubbi

    vantaggi quali lincremento della sostanza organica del suolo, la riduzione dei tempi di

    lavoro e dei costi di produzione. Per lambiente esse possono concorrere a: ridurre le

    emissioni di gas con effetto serra; proteggere le acque dallinquinamento; limitare nelle

    aree declivi i fenomeni erosivi e i conseguenti dissesti idrogeologici.

    Lottenimento di quanto sopra passa attraverso lapplicazione dei principi che stanno alla

    base dellagricoltura conservativa: minimo disturbo del suolo con le lavorazioni, rotazione

    delle colture e gestione dei residui colturali. La deroga ad anche solo uno dei principi

    aumenta esponenzialmente il rischio connesso alle pratiche conservative ed spesso causa

    di risultati tecnicamente scoraggianti. Per praticare lagricoltura conservativa non

    sufficiente quindi acquistare le macchine e le attrezzature necessarie, ma indispensabile

    utilizzarle sulla base dei principi sopra enunciati.

  • 21

    3. Il Sistema Agricolo della Provincia di Pavia

    3.1 Premessa

    Il territorio della provincia di Pavia caratterizzato da una notevole variabilit pedo-

    climatica, non comune nel panorama delle provincie italiane, che la rende adatta ad

    ospitare una variegata tipologia di colture, a partire dal riso, fino ad arrivare alla vite.

    Questa ricchezza colturale si traduce in sistemi agricoli gestiti da aziende agricole

    estremamente differenti tra loro in termini di dimensione e caratterisitche dei terreni,

    impostazione dei sistemi irrigui, grado e tipologia di meccanizzazione, presenza

    dellallevamento e oggi anche dalla presenza di impianti per la produzione di energie

    rinnovabili.

    3.2. Territorio e caratteristiche delle aziende agricole pavesi

    Linquadramento territoriale porta a definire 5 zone agrarie omogenee in cui possibile

    classificare il sistema agricolo provinciale:

    1. Pavese

    2. Lomellina

    3. Oltrep Pianura

    4. Oltrep Collina

    5. Oltrep - Montagna

    Il Pavese collocato tra il milanese, il lodigiano, il Ticino e il Po ed una zona vocata sia alla

    risicoltura, che alla coltivazione di cereali e colture foraggere destinati alla zootecnia,

    basata soprattutto sullallevamento bovino e suino.

    La Lomellina situata tra il basso Novarese, il Ticino, il Sesia e il Po ed la regione risicola

    per eccellenza, non solo della provincia di Pavia, ma dellintero Paese.

    LOltrep il territorio a sud del Po che possibile suddividere in tre zone distinte: la

    pianura, la collina e la montagna. LOltrep di pianura vocato per la coltivazione di erba

    medica, colture orticole a pieno campo e cereali, mentre lOltrep di collina uno dei

    territori viticoli pi importanti dItalia. LOltrep di montagna si caratterizza per unampia

    diffusione di colture foraggere, anche se permane una discreta superficie vitata.

    Esaminando in modo pi approfondito il territorio agricolo, con il supporto dei dati ufficiali

    ISTAT relativi al Censimento 2010, emergono indicazioni importanti che consentono di

    capire come articolata e strutturata lazienda agricola nelle 5 zone agrarie individuate.

    Osservando i dati riportati in tabella 3.1 la superfice agricola utilizzata (SAU) della Lomellina

    si estende su 83.771 ha, pi del doppio del Pavese che la segue con 39.747 ha. LOltrep di

    pianura si attesta sui 28.626 ha mentre lOltrep di collina con 11.921 ha e lOltrep di

    montagna con 12.871 ha sono territori meno estesi, ma non meno importanti per

    leconomia agraria provinciale.

  • 22

    Osservando il dato del numero di aziende agricole, lOltrep ha la quota maggiore seguito

    da Lomellina e Pavese. Combinando la SAU e il numero di aziende agricole si ottiene

    lindicazione forse pi importante e cio lestensione media aziendale. La Lomellina

    caratterizzata da aziende con estensioni maggiori, meno frammentate e una SAU media

    aziendale di 54.8 ha. La SAU media aziendale del Pavese inferiore del 47% rispetto alla

    Lomellina, ma comunque con 36.6 ha di media ben al di sopra dei valori medi italiani, pari

    a 7.9 ha. LOltrep caratterizzato da aziende agricole pi frammentate e di dimensioni

    inferiori. Infatti in pianura le aziende dispongono in media di circa 16.7 ha, a scendere fino

    ai 10.7 ha in zone montane e 8.9 ha in collina.

    Tabella 3.1 Inquadramento generale della provincia di Pavia suddivisa per zone agrarie

    Zona Superficie Agricola Utilizzata (SAU)

    Numero di aziende agricole SAU Media Aziendale

    (ha) (%) (ha) (%) (ha)

    Pavese 39,747 0.31 1,085 0.07 36.6

    Lomellina 83,771 0.65 1,528 0.09 54.8

    Oltrep-Pianura 28,626 0.22 1,717 0.11 16.7

    Oltrep-Collina 11,921 0.09 1,343 0.08 8.9

    Oltrep-Montagna 12,871 0.10 1,207 0.07 10.7

    Totale Provincia di Pavia 176,935 1.38 6,880 0.42 25.5

    Lombardia 986,826 7.68 54,333 3.35 18.2

    Italia 12,856,048 100.00 1,620,884 100.00 7.9

    Fonte: nostra elaborazione su dati ISAT, Censimento Generale dellAgricoltura 2010

    Ad ulteriore conferma di quanto sopra, dal grafico in figura 3.1, risulta evidente come la

    maggior parte della SAU di pianura appartenga ad aziende di medio-grandi dimensioni.

    Basti considerare che nelle aziende oltre i 50 ha concentrato l80% della SAU in Lomellina,

    il 70% nel Pavese, mentre in Oltrep di pianura la quota scende al 46% e in Oltrep di

    collina e montagna intorno al 20%. In Oltrep al contrario, sono le aziende di dimensioni

    inferiori ai 50 ha che dispongono di una parte importante della SAU, soprattutto in collina e

    montagna dove le aziende sotto i 20 ha ocuupano oltre il 50% della SAU.

    Questi dati consentono di dare una prima valutazione positiva in merito allintroduzione

    dellagricoltura conservativa in tale sistema agricolo. Soprattutto per quanto riguarda le

    zone agrarie di pianura, le aziende in Lomellina e nel Pavese dispongono di superfici elevate

    e quindi potenzialmente sono in grado di sostenere questo linvestimento. Da non

    sottovalutare il ruolo dei contoterzisti che sono gi attrezzati con trattori e macchine

    operatrici pensate per lavorare in spazi molto pi ampi di tante altre zone italiane e quindi

    sono in grado di valutare lacquisto di attrezzature specifiche per lagricoltura conservativa.

  • 23

    Figura 3.1 Ripartizione della SAU di ogni zona agraria tra le aziende agricole suddivise in base alla classe di superficie aziendale (nostra elaborazione su dati Censimento 2010 ISTAT)

    La scelta del cantiere pi adatto per introdurre le tecniche di agricoltura conservativa non

    dipende solo dalle superfici disponibili ma anche dalle colture praticate. La ripartizione

    colturale delle zone agrarie della provincia di Pavia (Fig. 3.2) fornisce unaltra indicazione

    utile in questo senso.

    Figura 3.2 - Ripartizione della SAU occupata dalle tipologie di colture presenti in provincia di Pavia allinterno di ogni zona agraria (nostra elaborazione su dati Censimento 2010 ISTAT e Ente Risi)

    Le superfici destinate alla produzione di cereali sono preponderanti nel Pavese (80%) e in

    Lomellina (92%), dove il riso gioca un ruolo fondamentale, occupando nel 2010 il 65% della

  • 24

    SAU a cereali nel Pavese e ben l87% in Lomellina, anche se i dati del 2014 evidenziano un

    calo delle superfici investite a riso che confermano il trend degli ultimi anni. Infatti

    questanno il riso ha occupato il 54% della SAU a cereali nel Pavese e il 77% in Lomellina

    (Ente Risi). Il territorio pianeggiante dellOltrep invece caratterizzato da un investimento

    minore in cereali rispetto alle zone sopra al Po, con il 47% della SAU, ma c una forte

    presenza di foraggere avvicendate, essenzialmente erba medica, che occupa il 30% della

    SAU.

    Nel territorio collinare e montano i cereali diventano una coltivazione pi marginale,

    mentre le foraggere avvicendate si confermano una coltura privilegiata del territorio,

    occupando il 15% della SAU in collina e il 56% in montagna. Unimportanza strategica per

    questo areale agricolo hanno, invece, coltivazioni legnose agrarie e dunque la vite, che si

    estende sul 65% della SAU in collina e sul 23 % della SAU in montagna.

    Visti i numeri importanti della viticoltura e delle foraggere avvicendate nei territori collinari

    e montani, lintroduzione dellagricoltura conservativa potrebbe diventare uno strumento

    per ridurre i costi colturali aumentando la qualit e la fertilit del suolo, ma anche per

    preservare il suolo dai fenomeni erosivi, migliorando la stabilit dei versanti e riducendo i

    rischi di alluvioni in pianura. I benefici ambientali come noto sono importanti per la

    collettivit, ma non sufficienti per lagricoltore che dalla sua attivit deve comunque

    ricavare un reddito. Nel caso dei vigneti noto che le tecniche di minima o non lavorazione

    tendono a ridurre la vigoria delle viti e spesso le rese produttive, ma allo stesso tempo

    bisogna considerare che ci ha un effetto migliorativo sulla qualit delle uve (Maggiore et

    al., 2000; Lisa et al., 2002;).

    La panoramica sulle colture praticate si pu concludere inquadrando lentit delle produzioni e il peso che hanno sulla produzione regionale e nazionale. Il confronto con i dati nazionali evidenziano che le produzioni provinciali si attestano intorno al 2% di quelle italiane. Solamente il riso ha un peso notevole, dato che in provincia di Pavia viene prodotto il 35% del totale nazionale e addirittura quasi l85% della produzione regionale (tab. 3.2).

    Tabella 3.2 Produzioni di maggior rilievo della provincia di Pavia nel 2010

    Zona Produzione raccolta

    Riso Frumento tenero Orzo Erba medica

    (t) (%) (t) (%) (t) (%) (t) (%)

    Provincia di Pavia 556,081 63,660 20200 525,000.0

    Lombardia 657,074 84.6 339,215 18.8 126606 16.0 3,164,100.0 16.6

    ITALIA 1,576,826 35.3 2,928,117 2.2 944257 2.1 21,928,700.0 2.4

    Fonte: www.agri.istat.it

    Tra le altre colture cerealicole i cereali a paglia, frumento tenero e orzo, raggiungono quote produttive rispettivamente del 18.8% e 16% della produzione regionale concentrati soprattutto nella pianura dellOltrep, cos come lerba medica. Passando allaltra coltivazione di punta del territorio, la vite, la provincia di Pavia emerge come maggior produttore di uva da vino e di vino della Lombardia con oltre il 55% della produzione (tab. 3.3). Tra le colture orticole (tab. 3.4), la produzione del pomodoro da industria raggiunge una discreta produzione, ma non ai livelli di altre province lombarde e italiane, al contrario della cipolla la cui produzione rappresenta l80% di quella regionale.

  • 25

    Tabella 3.3 Produzione di uva e vino della provincia di Pavia nel 2010

    Zona

    Uva da vino Vino

    Produzione raccolta

    (t) (%) (t) (%)

    Provincia di Pavia 104,057 75,800

    Lombardia 187,935 55.4 134,911 56.2

    ITALIA 6,478,743 1.6 4,673,656 1.6

    Fonte:www.agri.istat.it

    Tabella 3.4 Produzione delle principali colture orticole a pieno campo della provincia di Pavia nel 2010

    Zona

    Pomodoro da industria Cipolla

    Produzione raccolta

    (t) (%) (t) (%)

    Provincia di Pavia 62,970 12,480

    Lombardia 552,193 11.4 15,188 82.2

    ITALIA 4,997,146 1.3 380,855 3.3

    Fonte: www.agri.istat.it

    Il reparto zootecnico pavese seppur caratterizzato da aziende altamente specializzate e moderne, non ha il peso che assume in altre province pi vocate a questo tipo di attivit. Infatti solo il 4% circa delle stalle lombarde sono situate in provincia di Pavia, che corrispondono a circa il 14% del totale delle aziende agricole pavesi. A conferma di quanto detto, basti pensare che in provincia di Brescia sono concentrati il 25% degli allevamenti lombardi e che il 43% delle aziende bresciane sono ad indirizzo zootecnico (tab. 3.5).

    Tabella 3.5 Descrizione e confronto regionale e nazionale della zootecnia in provincia di Pavia nel 2010

    Zona Totale aziende

    Bovini Suini Avicoli

    Aziende Capi

    Aziende Capi Aziende Capi Totale Di cui vacche

    Provincia di Pavia 968 562 40,018 13,120 158 328,611 114 212,622

    Lombardia 22,064 14,718 1,484,991 546,320 2,642 4,758,963 2,396 26,512,923

    Italia 217,449 124,210 5,592,700 1,599,442 26,197 9,331,314 23,953 167,512,019

    Fonte: www.agri.istat.it

    Lultima valutazione che sembrato opportuno fare, riguarda la presenza del contoterzismo sul territorio provinciale (tab. 3.6), in quanto tale attivit un volano importante per garantire una diffusione capillare dellagricoltura conservativa. Il numero di aziende della provincia di Pavia che svolge o beneficia di attivit contoterzi per operazioni di tipo agromeccanico pari al 42.6%, in linea con il dato regionale e superiore rispetto al dato nazionale. Distinguendo tra aziende passive, che quindi beneficiano di operazioni contoterzi e aziende attive, ossia che svolgono tali operazioni, i dati provinciali indicano che il 40.6% delle aziende si affidano a terzisti. Nello specifico il 9% demanda al conterzismo tutte le operazioni aziendali, mentre il 31.6% solo una parte. A svolgere lattivit contoterzi invece il 3.6% delle aziende, quota superiore rispetto al dato regionale (2.4%) e nazionale

  • 26

    (1.1%). Questi numeri stanno a significare che il contoterzismo molto ben integrato nel territorio provinciale che quindi pu fare da tramite per lintroduzione nelle aziende agricole delle tecniche di agricoltura conservativa.

    Tabella 3.6 Contoterzismo in provincia di Pavia nel 2010 e confronto con il dato regionale e nazionale

    Zona

    Aziende che svolgono o

    beneficiano del contoterzismo

    Contoterzismo attivo

    Operazioni effettuate in contoterzismo passivo

    Aziende Affidamento completo Affidamento parziale totale

    (n.) (%) (%) (%) (%) (%)

    Provincia di Pavia 2,933 42.6 3.6 9.0 31.6 40.6

    Lombardia 26,876 49.5 2.4 8.9 39.7 48.6

    Italia 553,362 34.1 1.1 10.8 23.9 34.7

    Fonte: nostra elaborazione su dati www.agri.istat.it

    3.2 Conclusioni

    A seguito della valutazione del sistema agricolo della provincia di Pavia possibile individuare quali sono i fattori gi presenti che consentirebbero la diffusione dellagricoltura conservativa, e quali invece mancano e di conseguenza sono un ostacolo alla sua diffusione.

    I territori della Lomellina e del Pavese presentano aziende tendenzialmente accorpate e di dimensioni medio-grandi, accompagnate da terzisti con parco macchine in grado di dominare superfici elevate. Questa condizione ideale viene un po meno in Oltrep, vista la dimensione aziendale pi ridotta e frammentata, in cui lintroduzione dellagricoltura conservativa potrebbe avere qualche difficolt in pi.

    Per quanto riguarda le colture arboree invece la dimensione aziendale e le attrezzature non sono il vincolo principale, ma in questo contesto gioca un ruolo fondamentale la tradizione nella gestione del vigneto che ancora distante dalle tecniche di agricoltura conservativa.

  • 27

    4. Lagricoltura conservativa in provincia di Pavia

    4.1. Premessa

    Un percorso di introduzione delle tecniche conservative di gestione del terreno comporta

    una matura conoscenza delle problematiche e la propensione agli investimenti necessari,

    sia che si tratti della singola azienda, per la quale la dimensione aziendale importante, sia

    di un terzista che voglia proporre un servizio innovativo ai suoi clienti.

    Le attrezzature per le minime lavorazioni anche se sostituiscono numerose attrezzature

    tradizionali (aratro, erpici, ecc.) e consentono di ridurre i tempi di lavoro e il consumo di

    carburante, hanno un costo iniziale abbastanza elevato in quanto hanno usualmente

    larghezze di lavoro considerevoli e un peso elevato. Da non sottovalutare quindi che il

    trattore da abbinare a tali attrezzature dovr disporre di una potenza consistente rendendo

    ancora pi costoso il cantiere di lavoro. Lagricoltura conservativa al momento pi

    sostenibile e facilmente ammortizzabile in aziende che dispongono di superfici elevate e/o

    grandi contoterzisti.

    Nel caso della semina su sodo invece sono richieste trattrici di potenza relativamente

    modesta e di conseguenza gli investimenti si riducono in prima battuta allacquisto della

    seminatrice. In realt opportuno prevedere attrezzature complementari (rif. Cap. 2) e

    lequipaggiamento con pneumatici a larga sezione per limitare il compattamento del suolo.

    Discorso diverso per le minime lavorazioni svolte su colture arboree come il vigneto, dove

    le dimensioni delle macchine devono tenere conto della larghezza dei filari e dove

    soprattutto le operazioni colturali eseguibili sono molto pi limitate e semplificate. Infatti

    se prendiamo in considerazione un tipico inerbimento tra le file non servir un attrezzatura

    diversa dai comuni trinciasarmenti ampiamente diffusi nelle aziende agricole.

    In generale importante tenere presente che non basta essere consapevoli della necessit

    di un parco macchine differente rispetto a quelli tradizionalmente impiegati, ma cruciale

    investire in un cambio di mentalit che possa portare verso una gestione del suolo

    finalizzata a trasformarlo da un semplice substrato inerte che ospita le colture e i prodotti

    per farle sviluppare, in un ecosistema vitale in grado di resistere e rispondere agli stimoli a

    cui sottoposto, siano essi climatici o antropici.

    Le caratteristiche strutturali di almeno una parte delle aziende del sistema agricolo

    provinciale e in particolare le grandi aziende della Lomellina e del Pavese dovrebbero,

    secondo quanto analizzato, favorire una pronta e proficua diffusione delle tecniche

    conservative di gestione del suolo.

    Eppure anche in tali realt linteresse e lapplicazione di tale pratica agricola stata sino ad

    ora decisamente modesta.

    La veridicit di tale affermazione supportata dai dati relativi alle domande di adesione alla

    Misura M del PSR 2007-2013 della regione Lombardia, misura che prevedeva aiuti specifici

    alle aziende agricole che intraprendevano la strada dellagricoltura conservativa. In tre anni

    di apertura del bando di adesione, dal 2011 al 2013, solo il 2 % delle aziende agricole della

  • 28

    provincia ha aderito a tale misura che, complessivamente, ha interessato non pi del 5 %

    della SAU provinciale. La distribuzione territoriale delle adesioni non stata uniforme: nel

    pavese ha aderito circa l8 % delle aziende con circa il 13 % della SAU; in Lomellina

    ladesione ha riguardato circa il 3 % sia delle aziende, sia della SAU; nellOltrep di pianura

    ladesione ha riguardato solo 14 aziende, circa l1 % del totale, ma evidentemente quelle di

    dimensione considerevole (circa il 3 %della SAU). Infine nella porzione di territorio

    provinciale dove ladozione di pratiche conservative consentirebbe le maggiori ricadute per

    lintera collettivit la collina e la montagna appenniniche - ladesione stata praticamente

    nulla (tab. 4.1).

    Tabella 4.1 aziende e SAU in Misura M in provincia di Pavia nel 2013

    Zona Aziende e SAU totali Aziende e SAU in misura M

    (n.) (ha) (n) (%) (ha) (%)

    Pavese 1.085 39.747 84 7,7 5.096 12,8

    Lomellina 1.528 83.771 45 2,9 2.379 2,8

    Oltrep-Pianura 1.717 28.626 14 0,8 796 2,8

    Oltrep-Collina 1.343 11.921 1 0,1 8 0,1

    Oltrep-Montagna 1.207 12.871 - - - -

    Totale Provincia di Pavia 6.880 176.936 144 2,1 8.278 4,7

    Fonte: nostra elaborazione da dati ISTAT (Censimento dellagricoltura 2010) e SIARL

    Quanto indicato porta ad una inevitabile considerazione: i benefici dellagricoltura

    conservativa sono accettati e condivisi solo da una piccola parte di coloro che hanno a che

    fare con il mondo agricolo i tecnici, il modo scientifico accademico e i decisori politici

    mentre sono ancora estranei alla gran parte dei protagonisti di tale mondo: gli agricoltori.

    Il mondo agricolo viene normalmente connotato come piuttosto resistente alla

    penetrazione delle innovazioni ma a volte una certa titubanza ad intraprendere nuove

    strade frutto semplicemente di mancanza di informazioni. Lagricoltura conservativa

    probabilmente uno di questi casi. E pertanto auspicabile che vengano messi in essere gli

    sforzi necessari, a livello di sperimentazione e divulgazione dei risultati, affinch gli

    agricoltori della provincia di Pavia possano disporre delle opportune conoscenze e valutare

    oggettivamente benefici e rischi legati alle tecniche di agricoltura conservativa. Se tale

    processo verr attuato probabile che i dati scoraggianti evidenziati possano cambiare.

    Alcuni contributi in tale senso vengono proposti nella presente trattazione senza

    ovviamente avere la pretesa che gli stessi possano esaurire i molteplici aspetti tecnici,

    ambientali ed economici legati alla materia.

  • 29

    4.2. Esperienze di agricoltura conservativa in provincia di Pavia

    Vengono descritte tre differenti sperimentazioni riguardanti, rispettivamente, i cereali

    vernini, il mais e il riso. Per quanto riguarda frumento e mais si fa riferimento ad esperienze

    dirette degli autori. In tali esperienze oltre alla produzione delle colture, sono stati rilevati

    anche i parametri meccanici dei cantieri posti a confronto (tempi di lavoro, consumi di

    carburante). Per il riso si citano i primi risultati di una sperimentazione, opportunamente

    pluriennale, curata dallEnte Nazionale Risi (Romani et al., 2013) nella quale non sono stati

    presi in esame gli aspetti prestazionali dei cantieri ma sono stati approfonditi gli aspetti

    agronomico produttivi della coltura.

    4.2.1 Prova su frumento

    Materiali e metodi

    La prova, eseguita nella stagione 2011-2012 su frumento della variet Asuncion coltivato in

    successione al mais e allerba medica, stata allestita nella porzione pianeggiante del

    territorio dellOltrep Pavese in comune di Castelletto di Branduzzo (Guidobono Cavalchini

    et al., 2013). Il contesto pedologico tipico della zona: suolo argillo-limoso con pH alcalino,

    medio contenuto di sostanza organica ed elevata capacit di scambio cationico (tab. 4.2).

    Tabella 4.2 principali caratteri fisico-chimici del suolo oggetto di prova

    Carattere U.M. Frumento dopo

    mais

    Frumento dopo

    medica

    Sabbia % 7,70 18,60

    Limo % 53,20 41,60

    Argilla % 39,10 39,80

    pH H2O - 8,20 8,23

    Sostanza organica % 2,02 1,99

    CSC meq/100g 37,40 47,00

    Sono state confrontate tre tipologie di gestione del suolo: aratura tradizionale, estirpatura a

    30 cm di profondit e semina su sodo. I test sono stati eseguiti su parcelle di 1 ha nel caso

    della coltivazione del frumento dopo mais e su parcelle di 0,5 ha nel caso della coltivazione

    del frumento dopo erba medica. In entrambe i casi si provveduto allesecuzione di tre

    ripetizioni per ogni tesi. Per ogni operazione meccanica eseguita, aratura, erpicatura ecc., si

    provveduto al rilievo dei consumi di carburante e dei tempi di lavoro. Nella tabella che

    segue (tab. 4.3) vengono descritte le motrici e le operatrici utilizzate nel corso della prova

  • 30

    Tabella 4.3 sequenza operazioni e macchine impiegate

    Precessione

    colturale

    Tesi Operazione Trattrici e operatrici impiegate

    Trattrice Operatrice

    Mais

    Tradizionale

    Aratura a 0,35 m

    John Deere 7530 (150

    kW)

    Aratro Vittone 3 vomeri

    Erpicatura con erpice

    rotante Erpice rotante Alpego Rotiller 4 m

    Erpicatura e semina Seminatrice combinata Amazone

    D9 2,5 m

    Minima

    Estirpatura a 0,35 m John Deere 7530 (150

    kW)

    Estirpatore Alpego Craker 3 m

    Erpicatura e semina Seminatrice combinata Amazone

    D9 2,5 m

    Sodo Semina diretta Fend Favorit 311 (75

    kW) Seminatrice Semeato TDNG 300

    Erba medica

    Tradizionale

    Aratura a 0,35 m

    John Deere 7530 (150

    kW)

    Aratro Vittone 3 vomeri

    Erpicatura con erpice

    rotante Erpice rotante Alpego Rotiller 4 m

    Erpicatura e semina Seminatrice combinata Amazone

    D9 2,5 m

    Minima

    Estirpatura a 0,35 m John Deere 7530 (150

    kW)

    Estirpatore Alpego Craker 3 m

    Erpicatura e semina Seminatrice combinata Amazone

    D9 2,5 m

    Sodo

    Diserbo chimico Landini 7000 (51 kW) Botte irroratrice Berthoud 3000 l

    Semina diretta Fend Favorit 311 (75

    kW) Seminatrice Semeato TDNG 300

    La tecnica colturale adottata (tab. 4.4), tarata sulla prassi dellazienda che ha ospitato le

    prove, ha previsto lesecuzione dei medesimi interventi in ogni tesi. Le uniche differenze -

    relative alla dose di azoto impiegata e ai principi attivi utilizzati nella lotta alla infestanti -

    sono da ricondursi alla differente precessione colturale.

    Le operazioni di preparazione alla semina sono iniziate ad inizio ottobre con lesecuzione di

    un intervento erbicida per la devitalizzazione della coltura dellerba medica. Sono

    proseguite nei giorni 7 e 8 ottobre con lesecuzione delle lavorazioni principali

    programmate (aratura ed estirpatura) per terminare nei giorni 9 e 10 ottobre con le

    operazioni di affinamento del terreno e di semina vera e propria (fig. 4.1).

    Nel corso della stagione di coltivazione, in corrispondenza delle fasi di accestimento ed

    inizio levata, sono stati eseguiti due interventi di fertilizzazione azotata - per complessivi

    101 kg/ha in successione alla medica e 160 kg/ha in successione al mais un intervento

    erbicida, un intervento fungicida e un intervento aficida: questi ultimi sono stati eseguiti in

    fase di spigatura del cereale miscelando i due principi attivi utilizzati.

  • 31

    Tabella 4.4 scheda colturale relativa al frumento

    Operazione Epoca di

    esecuzione

    Prodotto impiegato Quantit impiegata

    (prodotto

    commerciale, unit

    fertilizzanti)

    Note

    (kg/ha)

    Controllo infestanti

    (pre-semina) 02/10/2011 Glyphosate 3,00

    In successione alla

    medica

    Semina 09-10/10/2011 Frumento tenero vr.

    Asuncion 170,00 -

    Fertilizzazione azotata

    di copertura 10/03/2012 Nitrato ammonico 33, 5%

    54,00 In successione alla

    medica

    50,00 In successione al

    mais

    Controllo infestanti

    28/03/2012

    (Iodosulfuron metil

    sodium + Mesosulfuron

    metile + mefenpir dietile)

    +

    Tribenuron methil

    0,40

    +

    0,03

    In successione alla

    medica

    29/03/2012 Ioxynil otanoato +

    Bromoxynil 1,68

    In successione al

    mais

    Fertilizzazione azotata

    di copertura 29/03/2012 Nitrato ammonico 33, 5%

    47,00 In successione alla

    medica

    110,00 In successione al

    mais

    Difesa fitosanitaria

    (fungicida e insetticida) 13/05/2012

    Tebuconazole +

    Deltametrin 5,00+0,74 -

    Raccolta granella 02/07/2012 - - -

    Figura 4.1 alcune delle macchine impiegate nel corso delle prove su frumento: a sinistra

    lestirpatore Alpego Craker; a destra la seminatrice universale per semina diretta della ditta

    Semeato.

  • 32

    Risultati delle prove

    Il sistema di gestione del suolo che ha fornito i migliori risultati produttivi stata la tecnica

    tradizionale seguita dal sodo e dalla minima lavorazione e questo indipendentemente dalla

    coltura che aveva preceduto il frumento (graf. 4.1 e 4.2). In termini assoluti le migliori

    performances sono state ottenute dopo la medica. La motivazione sta nella maggiore

    disponibilit di azoto, tipica della successione alle leguminose, ma anche nella migliore

    abitabilit del suolo dovuta agli anni di regime sodivo trascorsi dallimpianto alla rottura

    del medicaio: nello specifico 5 anni.

    6,75

    5,87

    6,23

    5,4

    5,6

    5,8

    6,0

    6,2

    6,4

    6,6

    6,8

    7,0

    Tradizionale Minima Sodo

    Pro

    du

    zio

    ne

    (t/

    ha)

    8,44

    7,97 7,99

    7,7

    7,8

    7,9

    8,0

    8,1

    8,2

    8,3

    8,4

    8,5

    Tradizionale Minima Sodo

    Pro

    du

    zio

    ne

    (t/

    ha)

    Grafico 4.1 produzione di granella per il

    frumento in successione al mais

    Grafico 4.2 produzione di granella per il

    frumento in successione alla medica

    Molto marcate sono risultate le differenze sia di consumo di combustibile sia di capacit di

    lavoro tra la tecnica del sodo e le altre messe a confronto (graf. 4.3 e 4.4). In termini di

    capacit di lavoro la semina diretta ha dimostrato, in successione al mais, di poter dominare

    da 6 a 10 volte la superficie dominata, rispettivamente, dal cantiere di estirpatura e da

    quello tradizionale di aratura. In successione alla medica la maggior capacit di lavoro del

    sodo risultata da 5 a 7 volte superiore a quella registrata, rispettivamente, dallestirpatura

    e dallaratura; questo conteggiando anche i tempi di lavoro per lintervento di diserbo di

    pre-semina effettuato.

    0,370,63

    3,85

    0,350,51

    2,44

    0,0

    0,5

    1,0

    1,5

    2,0

    2,5

    3,0

    3,5

    4,0

    4,5

    Tradizionale Minima Sodo

    Cap

    acit

    d

    i lav

    oro

    (h

    a/h

    )

    dopo mais

    dopo medica

    61,4

    36,6

    4,3

    60,4

    50,9

    6,7

    0,0

    10,0

    20,0

    30,0

    40,0

    50,0

    60,0

    70,0

    Tradizionale Minima Sodo

    Co

    nsu

    mo

    di c

    om

    bu

    stib

    ile (

    kg/h

    a)

    dopo mais

    dopo medica

    Grafico 4.3 capacit di lavoro effettiva dei diversi

    cantieri su frumento.

    Grafico 4.4 consumi di gasolio dei diversi

    cantieri su frumento

  • 33

    Anche in termini di consumo di combustibile i vantaggi del sodo sono stati evidenti: il

    gasolio utilizzato per arrivare alla semina stato di oltre 60 kg/ha nel caso della tecnica

    tradizionale, tra 37 e 51 kg/ha nel caso della minima lavorazione, mentre stato contenuto

    tra i circa 4 e 7 kg/ha nel caso della tecnica della semina diretta.

    Valutazioni economiche

    In termini economici quanto rilevato nel corso delle prove si traduce in consistenti risparmi

    a cui non sono corrisposti proporzionali decrementi di introiti. Nella tabella che segue (tab.

    4.5) vengono evidenziati i costi della varie tecniche di gestione del suolo e le relative

    produzioni lorde vendibili ottenute.

    Circa i costi si precisa che sono quelli che mediamente sostiene lazienda dove sono state

    eseguite le prove, mentre per quanto riguarda il conteggio della PLV il prezzo applicato alla

    granella di frumento stato di 190 /t.

    Tabella 4.5 Valutazioni economiche

    Coltura Precessione

    colturale

    Tesi Costo Variaz.

    rispetto a

    tradiz.

    PLV Variaz.

    rispetto a

    tradiz. (/ha) (/ha)

    Frumento Mais

    Tradizionale 405,00 - 1.288,20 -

    Minima 260,00 -42 % 1.115,30 -14 %

    Sodo 100,00 -75 % 1.183,70 -8 %

    Frumento Erba medica

    Tradizionale 405,00 - 1.603,60 -

    Minima 260,00 -42 % 1.514,30 -6 %

    Sodo 145,00 -64 % 1.544,70 -4 %

    Aspetti ambientali

    Il minor consumo di gasolio della semina diretta si traduce in minori emissioni. Nello

    specifico della presente sperimentazione sono state considerate, per semplicit, le sole

    emissioni originate dallenergia diretta utilizzata per arrivare alla semina (tab. 4.6).

    Tabella 4.6 emissioni dovute allenergia diretta impiegata per arrivare alla semina del frumento

    Precessione

    colturale

    Fattore di

    conversione

    (kg CO2 / kg

    gasolio)

    Tradizionale Minima Sodo

    Gasolio Emis. CO2 Gasolio Emis. CO2 Gasolio Emis. CO2

    (kg/ha) (kg/ha) (kg/ha) (kg/ha) (kg/ha) (kg/ha)

    Mais 3,14 61,4 192,8 36,6 114,9 4,3 13,5

    Erba medica 3,14 60,4 198,7 50,9 159,8 6,7 21,0

  • 34

    4.2.2 Prova su mais

    Materiali e metodi

    La sperimentazione sulla coltura del mais avvenuta nel corso del 2014 e al pari di quella

    del frumento, stata realizzata nella porzione pianeggiante del territorio dellOltrep

    Pavese in comune di Bastida Pancarana. In questo caso la tipologia di suolo presente non

    era quella tipica dei suoli posti a sud del Po ma denotava connotati pi frequentemente

    riscontrabili nei terreni posti a nord del fiume (suolo franco-sabbioso) (tab. 4.7).

    Tabella 4.7 principali caratteri fisico-chimici del suolo che ha ospitato le prove

    Carattere U.M. Valore

    Sabbia % 62,00

    Limo % 30,00

    Argilla % 8,00

    pH in H2O - 8,37

    Sostanza organica % 1,70

    CSC meq/100g 12,0

    Si trattato di mais in secondo raccolto coltivato dopo segale raccolta alla maturazione

    latteo-cerosa della granella e destinata a insilamento. Le tesi poste a confronto sono state

    4: lavorazione profonda; minima lavorazione; coltivazione a strisce (strip till); semina su

    sodo (fig. 4.2). Nelle tabella che segue sono elencate le sequenze di lavorazioni eseguite e

    le rispettive attrezzature utilizzate (tab. 4.8).

    Figura 4.2 alcune delle macchine impiegate nel corso delle prove su mais: a sinistra il coltivatore

    a strisce della ditta MA-AG; a destra la seminatrice di precisione per semina diretta.

  • 35

    Tabella 4.8 sequenza di operazioni e macchine impiegate nel caso del mais

    Tesi Sequenza operazioni Trattrici e operatrici impiegate

    Trattrice Operatrice

    Tradizionale

    Estirpatura profonda a 0,4

    m

    Trattrice John Deere 8345

    (279 kW) Estirpatore Alpego Craker 3 m

    Erpicatura con erpice

    rotante

    Trattrice John Deere 6830

    (107 kW) Erpice rotante Lely Terra 3 m

    Semina Trattrice John Deere 6900

    (95,6 kW) Seminatrice pneumatica 8 file Matermac

    Minima

    Erpicatura con erpice a

    dischi a 0,1 m

    Trattrice New Holland 110-

    90 (81 kW) Erpice a dischi artigianale 3 m

    Semina Trattrice John Deere 6900

    (95,6 kW) Seminatrice pneumatica 8 file Matermac

    Strp till

    Lavorazione a strisce Trattrice John Deere 4055

    (95,6 kW)

    Coltivatore a strisce MA-AG Combi strip

    4 file

    Semina Trattrice John Deere 6900

    (95,6 kW) Seminatrice pneumatica 8 file Matermac

    Sodo Semina diretta Trattrice New Holland T6 Seminatrice artigianale con elementi di

    semina Baumer 4 file

    La tecnica colturale utilizzata ha previsto: lutilizzo di un ibrido precoce (classe FAO 300); la

    semina ad una densit di 10,7 semi/m2; lesecuzione di un intervento erbicida in pre-

    emergenza; due fertilizzazioni azotate di copertura per complessivi 184 kg/ha di azoto;

    lesecuzione di un unico intervento irriguo in corrispondenza della fase di levata del mais

    (tab. 4.9). Non sono stati eseguiti trattamenti insetticidi alla semina contro gli insetti

    terricoli (geodisinfestazione).

    Risultati della sperimentazione

    La maggior produzione di granella stata ottenuta con la tecnica della minima lavorazione,

    la minore con lo strip till; produzioni intermedie sono state ottenute con il sodo e la tecnica

    tradizionale. In ogni caso le differenze tra le alternative testate sono risultate

    complessivamente modeste, rispettivamente: 2,5%;, - 4,7%; -8,5% (graf. 4.5).

    Da sottolineare il fatto che le forme di gestione del suolo che, a fine ciclo, hanno fornito i

    migliori risultati sono quelle nelle quali lavvio della coltura risultato pi stentato.

    Lemergenza stata minore nelle tesi sodo e strip mentre risultata ottimale nelle tesi

    minima e tradizionale. Al pari dellemergenza anche lo sviluppo iniziale stato pi lento

    nelle tesi sodo e strip (fig. 4.3, tab. 4.10).

  • 36

    Tabella 4.9 scheda colturale relativa al mais

    Operazione Epoca di

    esecuzione

    Prodotto impiegato Quantit impiegata

    (prodotto

    commerciale, unit

    fertilizzanti)

    Note

    (kg/ha)

    Fe