assemblea infinita

Author: crisiproject

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  • 7/27/2019 Assemblea Infinita

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    categoria utilizzata dai media per descrivere glieffetti della vita sociale giovanile a Bologna.

    4) stata sviluppata in due sessioni: la prima quella del LABORATORIO ERRORI-STA: NO WORK - NO SHOP. Questolaboratorio stato svolto in una tre giorni diassemblea permanente, improvvisazione, eprova teatrale in cui il collettivo di collettiviha discusso i temi ed i concetti che ruotanoattorno allessere rappresentati in PiazzaVerdi. In questi incontri i partecipanti si sonoesercitati a diventare Attori-cidi (ovvero,suicidarsi davanti alla propria forma rappre-sentativa: gli stereotipi) attraverso untraining errorista per rimanere pronti adinvertire (e modificare) il proprio ruolo passi-vo di spettatore in un ruolo attivo di spett-at-tore. Il laboratorio ha coinvolto singoliindividui e iniziative collettive allinterno diuno spazio di discussione, dibattito, (ri)crea-zione, produzione di sceneggiature, perso-naggi e scenografie.

    LASSEMBLEA INFINITA si svoltacome assemblea aperta nello spazio pubblicodi Piazza Verdi, dentro il quale artisti, attivi-sti, studenti e passanti si sono uniti allinco-ntro e sono intervenuti nella performancepartecipativa. I sei protagonisti sono stati:C.S.I, Collettivo Senza Identit (CostanzaAcquisti), ORGANIZZATORE DI EVENTI(Cosimo Vestita), 1977 (Pietro Botte),CULTURAL RESEARCHER (DorianBatycka), STUDENTE FOURI SEDE (Anto-nio Tufano), COMITATO ANTI-DEGRADO(Ariela Maggi), MODERATORE (Piergiu-seppe Francione).

    Il Teatro Errorista non inventa scenari fittizi

    o convenzioni unilaterali. Si rivolge agli

    scenari sociali e si appropria di essi, rielabo-

    randoli sulla scena. Non importante la

    distinzione fra chi recita e chi osserva: la

    drammaturgia si fonda sulla successione e

    simultaneit di errori. Qui non ci sono test:

    lazione drammatica emerge dalla mappa di

    errori della vita. MANIFESTO ERRORISTA

    The FOURTH CHAPTERof C.R.I.S.I.

    was a mise en scene of an assembly

    held in the public space of Piazza

    Verdi and based on the premise:

    "The Assembly has become the representation of

    an Assembly

    So, if we make the representation of an Assem-

    bly, could it become a truly Assembly?

    1) In times of crisis all meanings of peoplesrepresentation and participation are intension, being questioned and debated. Thecrisis also affects the representationalmodels adopting different and complexways: sometimes are built from its ownstereotypes, sometimes arise from thememory and history and sometimes are

    experiences which renew the democraticsense and its social representation.

    2) Today, when the effectiveness of suchmodels of participatory representation ishighlighted, the ASSEMBLEA INFINITAis an act of reenactment based on memoryand storytelling, performance and othersocial imagination devices. Its a socialreadymade, a mise en scene of an assem-bly in which the participants are reals, butthey act their own social characters. Thepiece consists in an exercise of repetition;bringing some reminisces from the mytho-logical 70, jumping to the present time inorder to activate the social imagination abouta possible common future (or not).

    3) PIAZZA VERDI is a social scenariowhich has a long history of meetings andassemblies that still continue as a symbolicpermanency. Its a public common spacewhere hundreds of people (those who partic-ipate in social and political discussions andthose who do not take part) share every day.At the same time Piazza Verdi represents thesite of the so call degradation a categoryused by the media to describe the effects ofthe youngs social life in the public space ofBologna.

    Il QUARTO CAPITOLO di C.R.I.S.I.

    stato la mise en scene di una assem-

    blea che si tenuta nello spazio pub-

    blico di Piazza Verdi e si basata sulle

    premessa:

    L'assemblea divenuta la rappresentazione di

    un'Assemblea...

    Dunque, se si rappresenta un'Assemblea, pu

    questa divenire una vera e propria Assemblea?

    1) In tempi di crisi i significati della rappre-sentazione e della partecipazione delle perso-ne sono in tensione, posti in discussione edibattuti. La crisi, in modo variegato ecomplesso, riguarda anche i modelli rappre-sentativi: talvolta sono costruiti a partire daipropri stereotipi, talvolta emergono dallamemoria e dalla storia, e talvolta sono espe-rienze che rinnovano il senso della democra-zia e la sua rappresentazione sociale.

    2) Oggi, che l'effettivit di tali modelli dirappresentazione partecipativa assume unruolo di primo piano, l'ASSEMBLEA INFI-NITA diviene un atto di rievocazione basatosulla memoria e sul racconto orale, perfor-mance ed altri dispositivi di immaginazionesociale. un readymade sociale, una mise enscene di un'assemblea, in cui i partecipan-ti sono reali, ma agiscono quali rappresen-tazioni sociali di s. L'opera consiste dunquein un esercizio di ripetizione; riattualizzandoalcune reminescenze dai mitologici anni '70per poi saltare al presente con il fine di attiva-re l'immaginazione sociale di un possibilefuturo comune (o no).

    3) PIAZZA VERDI uno scenario socialeche pu vantare una lunga storia di incontri eassemblee, che tuttora persistono con tutta lapotenza simbolica del caso. uno spaziopubblico e comune dove centinaia di persone(tutti coloro che partecipano in discussionipolitiche e sociali ma anche tutti coloro chenon partecipano) si incontrano ogni giorno.Allo stesso tempo, Piazza Verdi rappresentaanche il luogo del cosiddetto degrado,

    4) It happened in two sessions:ERRORIST LABORATORY:

    NO WORK - NO SHOP. It was based in athree days of permanent assembly, improvi-sation and rehearsal in which a collective ofcollectives were discussing the topics andconcepts to be re-presented in Piazza Verdi.In these meetings the participants were

    prepared to become Actor-cides (whichmeans among other things "to suicide infront of your own representative form: thestereotypes") with an errorist training tostay ready to confront (and change) the

    passive role of the spectators into the activerole ofspect-actors.

    That laboratory involved individuals andcollectives initiatives as an space for discus-

    sion, debate and (re)creation, the productionof the scripts, character and scenography.

    The second stage was the ASSEMBLEAINFINITA, and it consisted in an openassembly in the public space of PiazzaVerdi, where artists, activist, students and

    passersby joined the meeting and has inter-vened in the participatory performance. Thesix protagonist were C.S.I, Collective With-out Identity (Costanza Acquisti), EVENTSORGANIZER (Cosimo Vestita), 1977(Pietro Botte ), CULTURAL RESEARCH-ER (Dorian Batycka), STUDENTE FOURISEDE (Antonio Tufano), ANTIDEGRA-DATION COMMITTEE (Ariela Maggi),MODERATOR (Piergiuseppe Francione).

    The Errorist Theatre does not inventfictitious scenarios or unilateral conven-

    tions. It looks for social scenarios and

    appropriates them, working them into the

    scene. It does not matter who acts and who

    observes: Dramaturgy is created by the

    succession and simultaneity of errors. Here,

    there is no assay: the dramatic action

    results from the map of errors of life.

    ERRORIST MANIFESTO

    ASSEMBLEA INFINITA

    crisiproject.org

    IV

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    UNA CONVERSAZIONE CON GERALD RAUNIG

    ETCETERA: Ricordiamo quando ci siamo incontrati per la prima volta nel 2005, in occasione di una

    tavola rotonda, dove eravamo stati invitati a partecipare, dallAccademia dArte di Vienna. A quellep-

    oca facevi parte del http://eipcp.net (Istituto Europeo per le politiche culturali progressive) e ricordiamo

    che gia lavoravi sul tuo libroArt and Revolution. Transversal Activism in the Long Twentieth Century.

    GERALD RAUNIG: Infatti, avevo appena finito la versione tedesca del libro, quando ci siamo incon-

    trati per la prima volta a Vienna. In esso cercavo di sviluppare un concetto post-strutturalista della rivolu-

    zione, come macchina rivoluzionaria senza unita, priva di totalit, o di una classe identificabile.

    Le teorie classiche sulla rivoluzione osserverebbero questo come problema. Per esse il soggetto omoge-

    neo rivoluzionario condizione per una possibilit di rivolta. In uno scenario dove questi stereotipi

    dogmatici ricorrevano anche nei movimenti contemporanei, iniziai i miei scritti contro quelli. Ho cercato

    di fare una ricerca su diverse macchine rivoluzionarie storiche come la Comune di Parigi, le avanguardie

    post-rivoluzionarie nellUnione Sovietica e i movimenti sociali pi estesi dellepoca, come la anti-global-

    izzazione o il movimento no-borders, o pi localmente, il movimento antirazzista austriaco contro Jrg

    Haider. In tutte queste pratiche storiche e contemporanee lassenza del soggetto non doveva essere

    interpretata come carenza. Tutto il contrario, potrebbe indicare una nuova qualit nella rivoluzione, in una

    rivoluzione molecolare a venire, e la supremazia della molteplicit in essa.

    ETCETERA: In quellincontro una delle prime domande che ci hai posto, era sulluso del lessico cheavevamo utilizzato per il nostro primo manifesto Etcetera... Ci avevi chiesto perch utilizzavamo la

    parola rivoluzione e parte della nostra risposta a quellepoca stata e perch no?

    GERALD RAUNIG: Non si tratta di una questione di si o no, perch si o perch no . Semplicemente

    volevo cercare quale concetto di rivoluzione volevate proporre. Ero certamente interessato delle vostre

    esperienze nella rivoluzione argentina del 2001, ma non come componente fissa di una teoria delle fasi di

    resistenza, insurrezione e socialismo su una sequenza temporale lineare. La mia idea di una macchina

    rivoluzionaria stata (ed oggi) non-lineare, interessata alle sovrapposizioni ed intrecci delle differenti

    componenti: la resistenza giornaliera come primaria, molecolare e inventiva, linsurrezione delle masse

    non-conformiste, non come la gran rottura, bens come una catena in corso di eventi istituenti e

    finalmente un potere costituente che implicitamente o esplicitamente attraversa ormai ogni forma di

    resistenza. Negli ultimi anni, quando mi sono pi familiarizzato con le vostre pratiche erring, ho capito

    che gran parte di questa idea molecolare di rivoluzione, si ritrova nelle pratiche poetico-politiche di Etcet-

    era e della Errorist International.

    ETCETERA:Dagli inizi dei nostri esercizi con Etcetera... abbiamo cercato di prendere e riciclare le

    vecchie parole, in riferimento a quelle parole, che sono state quasi dimenticate nella narrazione

    postmoderna, in parte per enunciare e ridare significato ad esse in un contesto nuovo e differente

    (quellepoca era ancora molto viva, in particolare se si ricorda la crisi argentina del 2001). Dal nostro

    punto di vista era altamente necessario enunciare questa ri-appropriazione e ri-significazione di quellevecchie parole (come rivoluzione), per avanzare verso il richiamo di questo linguaggio che era stato

    stigmatizzato come vecchio, o parte del passato, sinonimo di fallimento (errore) , o definito come

    terrorismo.

    GERALD RAUNIG: Sono perfettamente daccordo in generale, e nello specifico quando si tratta del

    mondo dellarte, dove ancora esiste un imperativo di ambiguit, di non parlare chiaro, di non schierarsi

    in assoluto. E qui insistere sul discorso delle politiche radicali tradizionali una totale provocazione.

    Mentre nei movimenti sociali contemporanei a volte compaiono problemi ricorrenti di semplificazione e

    unificazione/totalizzazione, nel mondo dellarte la situazione quasi lopposto. Nel mondo borghese

    dellarte lambiguit sembra essere la norma quasi naturale, s tereotipica, mentre la non ambiguit sembra

    qualcosa relativa ad un criterio di esclusione. A proposito, questa chiusura conduce inoltre a valutazioni

    di denuncia su espressioni artistiche non-ambigue, come cattiva arte o non-arte. La doppia frontiera

    verso arte e movimenti sociali diventa uno dei fondamenti di tutte - ed in particolare delle vostre

    pratiche artistiche politiche. Verso la tendenza dominante nellarte, dovete criticare limperativo di ambi-

    guit e uscirne con verit singolari, verso i movimenti sociali dovete attaccare la totalizzazione ed

    insistere nella molteplicit.

    ETCETERA: Oggi nel 2013, otto anni dopo il nostro primo incontro, sembra di trovarci in un altro

    contesto in quanto alluso di queste parole. Come in un salvataggio massivo e globale delluso delle

    parole e del linguaggio, queste parole sono riemerse e si sono disseminate attraverso punti distanti ediversi nel mondo, nella forma di contesti politici differenti. Parole come Crisi, Rivoluzione, Occupazi-

    one, Movimento, Lotta, Protesta e Solidarieta sono tornate oggi nel vox populi ed interrompono la

    narrazione dominante dei mass media. Come interpreti la riapparizione di tali parole nelluso contempo-

    raneo del linguaggio?

    GERALD RAUNIG: E certamente fantastico quando il flusso tacitatore delle narrazioni stereotipate dei

    mass media viene interrotto da voci rivoluzionarie. Tuttavia una cosa avanzare concetti radicali. Un

    altra e dare significati o come il loro significato viene fissato (o invece rimane nomade). Si tratta di un

    concetto di rivoluzione di insurrezione unilaterale che prende lapparato statale, cambiando un regime

    A CONVERSATION WITH GERALD RAUNIG

    ETCETERA: We remember when we met for the first time in 2005, on the occasion of a round table that

    we were invited to participate at the Art Academy in Vienna. In that time you were involved in the

    http://eipcp.net (european institute for progressive cultural policies), and we remember that you were

    also already working on your bookArt and Revolution. Transversal Activism in the Long Twentieth

    Century.

    GERALD RAUNIG: In fact, I had just finished the German version of the book, when we met for the

    first time in Vienna. In it I tried to develop a post-structuralist concept of revolution, as revolutionary

    machine without unity, wholeness, or identifiable class. Classical theories of revolution would see this as

    a problem, the homogenous revolutionary subject being a condition for the possibility of revolt. Against

    the background that these dogmatic stereotypes were recurring also in contemporary movements, I began

    my writings against them. I tried to research different historical revolutionary machines as the Paris Com-

    mune, the post-revolutionary avantguardes in the Soviet Union as well as the most timely social move-

    ments then, like the anti-globalisation or the no-border-movement or, more locally, the Austrian anti-rac-

    ist movement against Jrg Haider. In all of these historical as well as contemporary practices the absence

    of the subject did not have to be interpreted as a deficiency. Quite the opposite, it could indicate a new

    quality in the revolution, in a henceforth molecular revolution, and the primacy of multiplicity within it.

    ETCETERA: At this meeting one of the first questions you posited to us was about the use of the vocab-ulary we were using for our first Etcetera manifesto. You asked us about why we use the word "revolu-

    tion," and part of our response at that time was and why not?

    GERALD RAUNIG: It is not so much a question of yes or no, why or why not. I just wanted to find out

    which concept of revolution you wanted to propose. Of course I was interested in your experiences in the

    Argentinian revolution in 2001, but not as a fixed component of a theory of stages of resistance, insurrec-

    tion, and socialism on a linear timeline. My idea of a revolutionary machine was (and is) a-linear,

    interested in the overlaps and i ntertwinings of the different components: everyday resistance as primary,

    molecular, and inventive, insurrection of non-conformist masses not as the one big rupture, but as an

    ongoing chain of instituent events, and finally constituent power which im- or explicitily already travers-

    es every form of resistance. And during the last years, when I got more and more familiar with your erring

    practices, I got to know that much of thismolecularidea of revolution finds itself in the poetico-political

    practices of Etcetera and the Errorist International...

    ETCETERA: Since the beginning of our practices with Etcetera we have attempted to take and

    recycle the so called old words, in reference to those words which have almost been forgotten in the

    postmodern narration, partially in order to enunciate and resignify those words in a new and different

    context (that time was still very fresh especially if one remembers the Argentinean crisis of 2001). From

    our point of view, it was very necessary to enunciate this re-appropriation and re-signification of those

    old words (such as revolution), in order to move towards reclaiming this language that had beenstigmatized as old, or part of the past, synonymous with failure (error), or even as terrorism.

    GERALD RAUNIG: I perfectly agree, in general, but especially when it comes to the art world, where

    you still have an imperative of ambiguity, of not speaking clearly, of not speaking up at all. Here insisting

    on the discourse of traditional radical politics is quite a no-go. Whereas in contemporary social move-

    ments sometimes there are recurring problems of simplification and unification/totalization , in the realm

    of art the situation is almost the inverse. In the bourgeois art world, ambiguity seems to be the quasi-natu-

    ral, stereotypical norm, and disambiguity seems to be something of a criterion of exclusion. This closure,

    by the way also leads to denunciatory evaluations of non-ambiguous art practices as bad art or

    non-art. The double frontier towards art and social movements is one of the fundamentals of every -

    and specifically your - political art practice: Towards the mainstream of art you have to criticize the

    imperative of ambiguity and come up with singular truths, and towards the social movements you have

    to attack totalization and insist on multiplicity.

    ETCETERA: Now in 2013, eight years after our first meeting, it seems like we are in another context

    respective to the use of such words. Like a new massive and global rescue of the use of words and

    language, these words have reappeared and spread throughout distant and diverse points all over the

    world and in the form of different political contexts. Words like: Crisis, Revolution, Occupy, Movement,

    Struggle, Protest and Solidarity, have today come back to the vox populi and interrupt the mass media

    mainstream narration. How do you interpret the reappearance of such words in the contemporary use of

    language?

    GERALD RAUNIG: It is definitely great when the silencing stream of stereotype mass media narra-

    tions is interrupted by revolutionary voices. But again, one thing is to bring forward radical concepts. A

    second thing is what they mean, or how their meaning is fixed (or instead stays nomadic): Is it a one-sided

    insurrectionary concept of revolution as taking over the state apparatus, just changing one regime by

    the other, or is it a complex, experimental, alinear, machinic, molecular concept, changing the modes of

    subjectivation, the very forms of life? Is it a simple idea of occupying as a reformist spatial practice that

    tries to push through some demands towards a national government, or does occupy mean a molecular

    strike, not only occupying space, but also time, radically changing the conditions of machinic

    ERRARE MACHINARUM EST

    eipcp.net

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    per un altro, o trattasi di un concetto complesso, sperimentale, non lineare, macchinico, molecolare, chetrasforma i modi di soggettivazione, le forme stesse della vita? E una semplice idea di occupare comeesercizio spaziale riformista che cerca di aprirsi un passaggio attraverso alcune rivendicazioni verso ungoverno nazionale, ovvero occupare significa sciopero molecolare, non solo occupare lo spazio maanche il tempo, cambiando radicalmente le condizioni dell asservimento macchinico in un potenziale di

    pratiche disubbidienti (sulla base dello slogan Chiedere niente, occupare tutto?) Infine ed in riferimentoa queste domande, quanto facilmente questi concetti vengono appropriati e cooptati? Menzionare positi-vamente la Primavera Araba o occupare, detto in Repubblica, cambia qualcosa per i movimenti socialiitaliani?

    ETCETERA: Come pu questo incidere sul discorso dellegemonia e sulla proliferazione di movimentisociali?

    GERALD RAUNIG: Ok, il problema della proliferazione e propagazione rimane, e con esso il funziona-

    mento dei media e la vecchia questione: Come noi possiamo essere pi? Intanto questa domanda malposta. Iniziando con un Noi, finiamo sempre con la questione della maggioranza. Esserci pi nel senso dimaggioranza costituisce un pensiero illusorio cosi come un obiettivo appartenente ad unimmaginelineare di propagazione da emittente a ricettore, produzione di conoscenza e ricezione, rappresentanti erappresentati. Soltanto spostandosi dalla questione della maggioranza e di esserci pi, e andando verso ildivenire molteplicit, la logica dominante di n + 1 pu trasformarsi in n 1, in rifiuto dellidentificazi-one e della rappresentazione.Qui neanche il 99 per cento costituisce maggioranza, neanche quel 146 per cento del quale il filosofomoscovita Alexei Penzin, scrisse ironicamente in relazione alla frode elettorale russa del dicembre 2011,che cambi il fragile inizio per alcuni mesi di occupy Mosca in un vero movimento sociale.In una ecologia post-media, la moltiplicazione e propagazione non si devono capire come addizione diuno con laltro, bens principalmente nel modo di contagio macchinico-mostruoso. Qui dove i media

    perdono la loro qualit come centro di un processo lineare di rappresentazione che va dalla produzionealla ricezione. Il mezzo la molteplicit in se stesso. Da esso la molteplicit cresce e si sparge. Non sitratta pi di gruppi-obiettivo ai quali dirigersi attraverso i mass media con un raggio dazione pigrande possibile, bens di produrre un mezzo puro qui e ora, completamente differente, un torrente incon-trollato in mezzo alla molteplicit.Qui i media non sono semplicemente un mezzo per raggiungere un scopo. Prendono parte nella produzi-one di socializzazione e diventano, sotto un senso nuovo, media sociali. Queste forme di media sociali sisottraggono a qualsiasi semplice strumentalizzazione come abbinamento di pari tra attivo e passivo, tra

    produzione e ricezione.Si pensi alla prassi del Cairo attraverso la quale nel 2011 una moltitudine di video-attivisti avevanocaricato le loro immagini su Youtube ed in altri canali web, e questi clips sono stati riportati come proiezi-oni a Tahrir Square e pi tardi in molti luoghi decentralizzati del Cairo. Le sfacettate produzioni e presen-tazioni video sono andate oltre la semplice tecnica difensiva di documentare gli attacchi della polizia e larepressione statale, diventando una produzione di immagini e suoni dalle molteplici-prospettive, un

    processo di produzione del sociale. Si pensi anche negli streams in diretta delle assemblee, ad incominci-are dalle occupazioni dellUniversit, dalle assemblee e delle adunanze generali. Sono diventate unareality TV rivoluzionaria, riuscendo a creare, aldil della trivialit e la frequente ridicolizzazione delleriprese di processi di banali discussioni, una nuova idea di trasparenza del politico.

    ETCETERA: Vedi qualche congiunzione tra parola e corpo sociale rispetto a questi movimenti?

    GERALD RAUNIG: Senzaltro qui dove le macchine sociali e le macchine linguistiche sincontrano.La socializzazione post-media emerge nelle forme interconnesse della produzione di espressione, nonnella separazione linguistico/sociale, virtuale/reale e media/corporeo. I corpi precari nelle piazze occu-

    pate, il microfono umano, gli stream in diretta e le reti sociali sono parti integranti di uno e dello stessomake-up, cosi come i media , in-media(ti), post-media sono reali. Le macchine linguistiche, le macchinesociali e le macchine tecnologiche si collegano in modi totalmente diversi dal socio-narcisistico via vaidi Facebook e Co.

    ETCETERA: Nel capitolo 3 del tuo libro, A Thousand Machines, usi la definizione di Macchina daguerra per problematizzare il rapporto dicotomico tra violenza e non-violenza. Definisci la Macchina daGuerra come un punto di fuga per sottrarsi dalla violenza dellapparato statale e dal suo ordine di rappre-sentazione. Hai detto che al contrario di questa macchina da guerra lapparato statale cerca di rappre-sentare quello che fugge allordine della rappresentazione.

    GERALD RAUNIG: S, questo il pericolo delle lotte macchiniche, che gli apparati di Stato catturinole macchine con la soggezione sociale e la repressione, o peggio ancora, le facciano diventare macchinefasciste. La questione principale : Come pu la macchina da guerra evitare di essere espropriata edintrappolata? Certo non esiste una ricetta come risposta, ma un percorso che anticipa la cattura e continuadeterritorializzando ogni riterritorializzazione, come se conservasse la giusta proporzione della criticasociale (verso le macchine economiche e gli apparati statali), la critica istituzionale (anche nei movimentisociali) e lauto-critica.

    ETCETERA: In questi giorni siamo a Bologna, per sviluppare lultimo capitolo del nostro ProgettoC.R.I.S.I. Questultimo capitolo si intitola L'ASSEMBLEA INFINITA, a partire dalla ricerca accumula-tiva condotta in diversi tipi di sintomatologie, abbiamo frequentemente osservato nella nostra attuale crisi(anomia, degradazione e crisi di rappresentazione). Durante il nostro soggiorno abbiamo assistito a varieadunanze pubbliche, molte nella storica Piazza Verdi, punto critico-spazio nel centro di Bologna, con una

    lunga storia di incontri, assemblee, uno spazio che ancora crediamo risuoni con simbolica presenza,evocando nozioni del pubblico e del popolo. Piazza Verdi uno spazio pubblico e comune dove centinaiadi persone che partecipano in discussioni politiche e sociali (cos come altri che non prendono parte in talidiscussioni) condividono ogni giorno.

    GERALD RAUNIG: Per essere onesto, mi sarebbe piaciuto raggiungervi a Bologna. Adesso che nonposso venire, vorrei fare una domanda aperta sulla vostra differenziazione di Piazza Verdi come pubbli-ca e spazio comune. L'essere pubblico stato l'ideale di democrazia dall'antica Grecia. Il centro

    pubblico o la piazza dove i cittadini si incontrano e discutono...Certo, ce ne erano delle esclusione alla base, delle donne, dei bambini e dei non- cittadini (esclusi dal

    pubblico) e forse il problema pi sconcertante, era ed il netto taglio tra privato e pubblico. Lo spaziooccupato, lo spazio delle assemblee, lo spazio dei corpi precari potrebbero avere molto di pi di unanuova e comune qualit di spazio, mandando allaria le divisioni di privato e pubblico in un modomolto specifico. Comune invece di pubblico non significa fare riferimento ad una comunit pre-esistenteo a una distante comunit futura, bens divenire-comune in un presente esteso. Cerano delle situazioni,dove potete esemplificare questa differenza tra pubblico e comune nella vostra esperienza di PiazzaVerdi? O ce stato uno sviluppo da un inizio contenuto nellidea tradizionale di pubblico e posteriormenteaperto?

    ETCETERA: Beh, una buona domanda. Abbiamo deciso di utilizzare la metafora del "buco nero" per

    riferirci allo strano fenomeno di Piazza Verdi. Un buco in cui noi siamo intrinsecamente immersi ognimomento che passiamo di l. Per qualche momento il pubblico, il privato e il comune perdono la loroforma ed il loro significato. In virt del buco nero ognuno implicato nel processo di normalizzazione.L si perde la cognizione del tempo e si fondono la memoria, la storia, il mito e la nostalgia. Qui il "pub-

    blico" (ci riferiamo allimposizione di determinate politiche pubbliche sull'uso di tali spazi) sta producen-do una sorta di consumismo compulsivo dello spazio pubblico, basato sull'uso di tali spazi per il diverti-mento di massa o per il semplice svago. Ma il buco nero ancora l, nello stesso punto, con una incredibileforza centripeta che scaturisce dall'epicentro del foro, risucchia gli ideali e le esperienze del corposociale.Il "comune" emerge dal desiderio collettivo di trasformare la forza centripeta in una forza centrif-uga. il ritorno del desiderio sopra il consumismo, il desiderio che riunisce le forze, che produce nuoveforme organizzative, che converge ed emerge nelle riunioni spontanee e nelle assemblee.

    eipcp.net

    subservience into a potential of disobedient practices (on the basis of the slogan Demand nothing, occupy

    everything)? And finally, connected with these questions, how easily are these concepts being appropriat-

    ed and coopted? Does the positive mentioning of the Arab Spring or occupy, say in Repubblica, change

    anything for the Italian social movements?

    ETCETERA: How could this affect the discourse of hegemony and of the proliferation of social movements?

    GERALD RAUNIG: Ok, the problem of proliferation and propagation remains, and with it the function

    of the media and the old question: How can there be more of us? But this question is put wrong to begin

    with. Starting out with a We, we always end up with the question of majority. Being-more in the sense of

    a majority is the wishful thinking and target point of a linear imagining of propagation via sender and

    receiver, knowledge production and reception, representatives and represented. It is only by turning from

    the question of majority and being-more to that of becoming multiplicity that the dominant logic of the n

    + 1 can be transformed into a rejection of identification and representation, into n - 1.

    Even the 99 % do not constitute a majority here, not even those 146 % the Moscow philosopher AlexeiPenzin ironically wrote about in connection with the Russian election fraud in December of 2011, which

    turned the frail fledgling of occupy moscow into a veritable social movement for some months. In a

    post-media ecology multiplication and propagation is not to be understood as the addition of one to anoth-

    er, but mainly in the mode of machinic-monstrous contagion. This is where the media lose their quality as

    the center in a linear process of representation from production to reception. The middle is multiplicity

    itself. From it the multiple grows and spreads. It is no longer a question of target-groups to be addressed

    through mass media with the greatest possible outreach, but that of producting a completely different

    middle here and now, the rampant torrent in the middle of multiplicity.

    Media are not just a means here. They take part in the production of sociality and become in a new sense

    social media. These forms of social media defy any simple instrumentalizing as a coupling between active

    and passive, between production and reception. Think of the praxis in Cairo by which in 2011 a multitude

    of video activists placed their pictures on YouTube and other web channels, and these clips were then

    brought back as screenings to Tahrir Square and later into many decentralized places in Cairo. The

    multi-faceted video production and presentation went beyond the purely defensive technique of docu-

    menting police assaults and state repression, and became a multi-perspective production of images and

    sounds, a process of production of the social. Or think of the live streams from the assemblies since the

    university occupations, from the asambleas and general assemblies. They became a revolutionary reality

    TV and created despite all the triviality, often even ridiculousness of the picture of banal discussion

    processes, a new idea of transparency of the political.

    ETCETERA: Do you see any conjunction between word and social body with respect to these movements?

    GERALD RAUNIG: Definitely, this is where the social machines and the linguistic machines meet.

    Post-media sociality emerges in the intertwined forms of the production of expression, not in the separa-

    tion of lingual/social, virtual/real and media/corporeal. The precarious bodies on the occupied squares, the

    human microphone, the live streams and social networks are components of one and the same make-up,

    just as media, im-media(te), post-media as they are real. Linguistic machines, social machines and

    technology machines interlink in entirely different ways than in the socio-narcissistic hustle and bustle of

    Facebook and Co.

    ETCETERA: In chapter 3 of your book A Thousand Machines, you use the definition of "War Machine"

    to problematize the dichotomous relationship between violence and nonviolence. Defining the War

    Machine as something as a leakage point to escape from the violence of the state apparatus and its order

    of representation. You say that in reverse of this war machine", the apparatus of the State is trying to

    make representable what escapes from the order of representation.

    GERALD RAUNIG: Yes, this is the danger of machinic struggles: that state apparatuses capture the

    machines, either with social subjection and repression, or even worse, turn them into fascist machines. The

    main question is: How can the war machine avoid being trapped and appropriated? Of course there is no

    recipe as an answer, but one flight line is anticipating the capture and keep deterritorializing every reterri-torialization, as in keeping the right proportion of social critique (towards economic machines and state

    apparatuses), institutional critique (even in social movements) and self-critique.

    ETCETERA: During these days we are in Bologna developing the last chapter of our C.R.I.S.I project.

    This last chapter is entitled LASSEMBLEA INFINITA, born from the accumulative research conducted

    into different kinds of symptomatology we currently observe within our present crisis (anomia, degrada-

    tion and crisis of representation). During our stay we have attended several public assemblies, most of

    them celebrated at the historic Piazza Verdi, a spatialized flash point in the centre of Bologna that has a

    long history of meetings, assemblies, and a space which we believe still resonates with a symbolic perma-

    nency evoking notions of the public and the commons. Piazza Verdi is a public and common space, where

    hundreds of people who participate in social and political discussions (as well as those who do not partake

    in such discussions) share every day.

    GERALD RAUNIG: To be honest, I would really have liked to join you in Bologna. Now that I could

    not come, I would like to ask an open question on your differentiation of piazza Verdi as a public and

    common space. Publicness has been the ideal of democracy since ancient Greece. The public centre, or

    the piazza where citizens meet and discuss ... Of course, there were its constituting exclusions o f women,

    children, non-citizens (who were excluded from the public), and perhaps the most puzzling problem was

    and is the clear cut between private and public. The occupied space, the space of assembling, the space of

    the precarious bodies might have much more of a new and common quality of space, queering theseparations of private and public in a very specific way. Common instead of public does not mean refer-

    ring to a pre-existing community or a distant future community, but becoming-common in an extended

    present. Where there situations, where you could exemplify this difference between public and common

    in your experience of piazza Verdi? Or was there a development from a beginning being enclosed in the

    traditional idea of the public and then opened up?

    ETCETERA: Well, its a good question. We decided to use the metaphor of the "black hole" to refer

    about the strange phenomenon of Piazza Verdi. A hole in that we are inherently plunged in every time

    when we pass by there. For some moment public, private and common lose their form and meaning.

    Following the black hole, one is spinning inside the Normalization process. Right there, you lose track of

    time, blending memory, history, myth and nostalgia. Here the "public" (referring to the imposition of

    certain Public Policies on the use of such spaces) is producing a kind of compulsive consumerism of the

    public space, based on the use of such spaces for the massive entertainment or just hang out. But the black

    hole still there, at the same site with an incredible centripetal force which comes from the epicenter of the

    hole, which sucks the ideals and experiences of the social body.

    The "common" appears on the collective desire to transform the centripetal force into a centrifugal force.

    It is the return of the desire behind the consumerism that brings together forces produces new organiza-

    tional forms, which converges and emerges in spontaneous meetings and assemblies. Today, what we

    understood talking with the people with whom we have interacted that the recovery of Piazza Verdi, is not

    just a fight for the public space; what is intended is a signify the Piazza as a common area, occupy theplace from a different corpus. It seems that what those students collectives are seeking today is a daily

    invention of new resources, shared between the struggle inside and outside of the university, on a social

    scene that they have decided to call "Piazza Verdi Liberata".

    At the same time, Piazza Verdi represents the site of a so-called degradation (in the language of Italian

    policy makers, politicians and social commentators), a category also used by the mass media to describe

    the transformation of public space by the young people of Bologna. On May 22 2013, the students assem-

    bly at the Piazza was repressed by the police; and after this situation a series of new assemblies and public

    interventions continued permanently as a ritual to recover the place and to reclaim Piazza Verdi for the

    commons and the use of the public. From what we saw in those assemblies, we felt interested in how the

    crisis also affects all the representational models adopted in different ways: sometimes built from their

  • 7/27/2019 Assemblea Infinita

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    Oggi, quello che abbiamo capito parlando con le persone con cui ci siamo relazionati, che il recupero di

    Piazza Verdi non solo una lotta per lo spazio pubblico; ci che vorrebbero una piazza come spazio

    comune, far s che la piazza sia occupata da un corpus diverso. Sembra che ci questi collettivi studentes-

    chi cerchino oggi sia uninvenzione quotidiana di nuove risorse, una condivisione che percorra la lotta

    dentro e fuori dall'universit, su una scena sociale che essi hanno deciso di chiamare "Piazza Verdi Liber-

    ata".

    GERALD RAUNIG: Allo stesso tempo, Piazza Verdi rappresenta il luogo di un cosiddetto degrado

    (nel linguaggio dei policy-makers italiani, dei politici e commentatori sociali), categoria utilizzata anche

    dai mass media per descrivere la trasformazione dello spazio pubblico da parte dei giovani di Bologna. Il

    22 Maggio 2013, lassemblea degli studenti in piazza stata repressa dalla polizia, e dopo questa situazi-

    one una serie di nuove adunanze ed interventi pubblici ha continuato in modo permanente, come rituale

    per riprendersi il luogo e per reclamare Piazza Verdi per il popolo e per luso pubblico.

    Da quanto abbiamo osservato in quelle adunanze, ci interessa come la crisi incida anche tutti i modelli di

    rappresentativit adottati in diversi modi: a volte costruiti dai propri stereotipi, a volte dalla memoria (e

    dalla storia) e altre volte semplicemente costituiscono esperienze che rinnovano il modello di assembleacome metodo potenziale di rappresentativit.

    Attraverso forme di manipolazione dei mass media e del monopolio multimediale di Berlusconi, il corpo

    sociale degli studenti in Italia diventato un simbolo, un degrado sociale, ritenuto al centro di molti

    problemi italiani riguardanti i giovani e spesso i membri marginalizzati della societ. In parte a causa del

    suo disseminarsi nei mass media, lidea di degrado stata criminalizzata ed stigmatizzata, a cominciare

    presumibilmente negli anni 80 e che continua fino al giorno doggi.

    Come se stessimo per precipitare in un buco nero, ed oggi ogni tentativo da parte degli studenti o degli

    attivisti di ricuperare la vita pubblica in Piazza stato permanentemente frustrato, i risultati di questo

    richiedono repressione poliziesca immediata, o al contrario questi movimenti e queste idee corrono il

    rischio di essere cooptate dallamministrazione culturale con i loro programmi per normalizzare la Piazza

    e tutte le attivit associative, in linea con lagenda e le politiche culturali neoliberali che promuovono

    legemonia sociale.

    ETCETERA: Dallidea che ogni tentativo di costruzione di un esperimento collettivo sulla effettivit di

    tali modelli di rappresentativit partecipativa in Piazza o altrove, cominciamo a chiederci: se lAssem-

    blea diventata la rappresentazione di un Assemblea, attuando come Assemblea pu diventare una

    Assemblea reale?. L ASSEMBLEA PERMANENTE funziona comesocial ready-made. Come mise en

    scene di un assemblea nella quale i partecipanti sono reali, tuttavia recitano attraverso i propri attori

    sociali. La piece consiste in un esercizio sulla ripetizione, portando alla luce idee presse dal mitologico

    passato degli anni 70 in Italia, facendo un salto al presente in modo di riattivare limmaginazione socialesu un futuro comune possibile (o no).

    GERALD RAUNIG: S, questo suona come un esperimento interessante: creando un nuovo territorio

    usando vecchie riappropriazioni territoriali, senza ripeterli ciecamente, ma riperterli con una differenza,

    la differenza specifica degli eventi attuali della crisi molteplice in Italia.

    Con questo in mente, il significato di rappresentativit e partecipazione del popolo diventato molto pi

    tenue, argomento di tante domande e dibattiti. Oggi qual il ruolo dellasssemlea come metodo di

    organizzazione politico/sociale?

    La mia tesi che oggi esiste una nuova necessit di trovare forme nuove di condensazione, concentrazi-

    one, riterritorializzazione. In tempi dove i modi di produzione e le forme di vita sono diventati perfetta-

    mente deterritorializzati, e lasservimento macchinico costituisce lunico modo di soggetivizzazione, la

    crisi non soltanto crisi delleconomia capitalista o della democrazia rappresentativa, ma anche crisi dei

    territori. Quindi, qui c bisogno dello spazio un altra volta, luogo come territorio (che allo stesso tempo

    spazio specifico e tempo specifico), una riterritorializzazione non asservente tra le tante deterritorializ-

    zazioni asserventi.

    ETCETERA: Se lo Stato riuscito a rompere ogni illusione di fuga e quella rimasta fuori dallordine di

    rappresentativit diventata una semplice rappresentazione, pu una macchina teatrale, con la propria

    forza rappresentativa, farla rientrare nello spazio nomadico da dove proviene?

    GERALD RAUNIG: Si, credo que questa una svolta certamente interessante. Usare certe forme di

    rappresentativit orgica, orgiastica, mostruosa per inventare e creare un nuovo territorio essitenziale di

    nomadismo no-rappresentativo. Qui la macchina teatrale il potenziale rompi giacchio allinterno della

    struttura degli apparati di cattura, una macchina destituente che permette linvenzione di pratiche istituen-

    ti, la creazione di un potere costituente.

    ETCETERA: Inoltre, credi che lassemblea come convergenza di spazio (e come evento) possa produrre

    nuovi modelli di rappresentativit?

    GERALD RAUNIG: Devo dire che produrre nuovi modelli di rappresentativit non nel mio interesse.

    Tuttavia, le adunanze come rotture nel tempo e nello spazio dallasservimento macchinico, cosi come

    invenzione di nuove riterritorializzazioni del tempo e dello spazio, possono produrre nuovi modeli di

    organizzazione molecolare. Moltitudine, dispersione, molteplicit sono diventate parte dei modi contem-

    poranei di produzione di capitalismo macchinico, di modi di vita, e tuttavia con fatica si trovano nelle

    forme di organizzazione politica. La moltitudine diventata la composizione tecnica della produzione

    post-Fordista, ma appena la sua composizione politica. Dallaltra parte le forme esistenti di composizione

    politica sembrano prevenire pi che promuovere la composizione non-identitaria in una moltidutine

    dispersa. Lorganizzazione molare fa nascere una riterritorializzazione a strisce e focalizza le lotte su un

    punto principale, una contraddizione principale, un principio. In un mondo molecolare di dispersione emoltitudine serve una forma diversa di riterritorializzazione, inclusiva e trasversale, aldil dei privilegi

    individuali o collettivi.

    Dal mio punto di vista, possiamo trovarla in certe lotte sociali degli ultimi anni: nei movimenti di

    libero-spazio, lotte per mantenere centri sociali, proteste contro le limitazioni dello spazio abitativo, occu-

    pazioni delle universit, movimenti contro sfratti, in Italia occupazioni di teatri o le occupazioni dei

    Lavoratori dellArte lanno scorso. In tutti questi movimenti, gli occupanti hanno dimostrato con la loro

    insistenza e caparbiet appropriandosi seriamente spazi specifici nella loro materialit e si assentano per

    vivere l, anche se per un periodo limitato. Molto vicino al senso di riciclare, del quale si parlato

    allinizio, gli indignados, gli occupanti delle piazze centrali, ed ancor un altra volta i protestanti precari

    su Piazza Tahrir riclamavano un vecchio fenomeno della teoria politica, la piazza principale come simbo-

    lo di democrazia. Non si tratta del simbolo del centro evacuato, punto focale del desiderio, bens di una

    certa condensazione, concentrazione, assemblea che produce un centro incontrollato nellesercizio tangi-

    bile ed inventivo delloccupazione, esattamente l dove il territorio appare completamente deterritorializ-

    zato, apparentemente inutile per qualsiasi pratica sociale. L gli occupanti prendono lo spazio ed il tempo

    seriamente assentandosi, riprendendosi il tempo nelle discussioni pazienti e prendendosi tempo per

    restare in questo luogo, sviluppando una nuova forma di vita, pur se per un breve periodo di tempo. Certa-

    mente, questa esperienza rimarr nei corpi e nelle anime dei partecipanti. In questo senso, lassemblea

    diventa veramente permanente, una assemblea infinita.

    Gerald Raunig un filosofo, teorico dell'arte e attivista di Vienna. Lavora alla Zrich University of the

    Arts, ed coodirettore dell'eipcp (European Institute for Progressive Cultural Policies). I suoi ultimi testi

    sono: A Thousand Machines: A Concise Philosophy of the Machine as Social Movement (2010); Art and

    Contemporary Critical Practice: Reinventing Institutional Critique (scritto in collaborazione con Gene

    Ray, 2009); e Art and Revolution: Transversal Activism in the Long Twentieth Century (2007).

    own stereotypes, sometimes from memory (and history), and sometimes simply form experiences that

    renew the model of assembly as a potential method for representation.

    Through forms of mass media manipulation and the Berlusconi multimedia monopoly, the social body of

    students in Italy has become a symbol a social degradation, deemed to be at the centre of many of Italys

    problems concerning the young and often marginalized members of society. Partially because of its

    dissemination in the mass media, the idea of degradation has been criminalized and stigmatized, which

    arguably began in the 1980s and continues through to the present day.

    It is almost as if we going to fall into a black hole, and today any attempt from students or activists to

    recover public life in the Piazza have become permanently frustrated, the results of which require immedi-

    ate police repression, or conversely, these movements and ideas run the risk of being coopted by the

    cultural administration with their programs to normalize the Piazza and all associated activities, very much

    in line with the neoliberal cultural agenda and policies promoting social hegemony.

    From the idea that any attempt to make a collective experiment about the effectiveness of such models of

    participatory representation in the Piazza and elsewhere, we began to wonder: if the Assembly has

    become the representation of an Assembly, making the representation of an Assembly could it become a

    real Assembly?. The ASSEMBLEA PERMANENTE works as social readymade . As a mise en scene ofan assembly in which the participants are real, but they act using their own social characters. The

    piece consists of an exercise concerning repetition; bringing to light ideas taken from the mythological

    past of the 70s in Italy, jumping to the present in order to reactivate the social imagination about a possi-

    ble common future (or not).

    GERALD RAUNIG: Yes, this sounds like an interesting experiment: inventing a new territory using the

    old territorial refrains, not blindly repeating them, but repeating them with a difference, the specific differ-

    ence of the actualities of the mu ltiple crisis in Italy.

    ETCETERA: With this in mind, the meaning of peoples representation and participation have become

    ever more tenuous, the subject of much question and debate. What is the role today for the assembly as a

    method of political/social organization?

    GERALD RAUNIG: My thesis is that today there is a new need for finding new forms of condensation,

    of concentration, of reterritorialization. In times when the modes of production and the forms of life have

    become perfectly deterritorialized, and machinic subservience is the main mode of subjectivation, the

    crisis is not only one of capitalist economy or representative democracy, but also one of territories. So here

    the place is needed again, the place as territory (which is both a specific space and a specific time), a

    non-subservient reterritorialization amid the many subservient deterritorializations.

    ETCETERA: If the State has managed to break down any illusion of escape and that which remained

    outside the order of representation has become mere representation, could a theatrical machine, with its

    own representational force, return it to the nomadic space from which it comes?

    GERALD RAUNIG: Yes, I think this is definitely an interesting turn. Using certain forms of orgic,

    orgiastic, monstrous representation to invent and create a new existential territory of non-representationist

    nomadism. Here the theater machine is the potential icebreaker in a structure of apparatuses of capture, a

    destituent machine that allows for the invention of instituent practices, for the creation of a constituent

    power.

    ETCETERA: Moreover, do you believe that the assembly as a convergence of space (and as event) can

    produce new representational models?

    GERALD RAUNIG: I have to say, producing new representational models is not my main interest. Yet,

    assemblies, as ruptures in time and space of machinic subservience, but also as inventions of new reterrito-

    rialization of time and space, can produce new modes of molecular organization. Multitude, dispersion,

    multiplicity have quite evidently become part of the contemporary modes of production of machinic

    capitalism, of current ways of living, and yet they can hardly be found in forms of political organizing. The

    multitude has become the technical composition of post-Fordist production, but to a much lesser extent its

    political composition. On the contrary, existing forms of political composition seem rather to prevent anon-identitarian composition in a dispersed multiplicity than to foster it. Molar organization arises as

    striating reterritorialization and focuses struggles on a main issue, a main contradiction, a master. In a

    molecular world of dispersion and multiplicity, a different form of reterritorialization is needed, inclusive

    and transversal, beyond individual or collective privileges.

    In my view, we can find it in certain social struggles of recent years: free-space movements, struggles to

    retain social centers, protests against the limitations of housing space, university occupations, movements

    against evictions, in Italy the theatre occupations or the occupations of Lavoratori dellArte in the last year.

    In all of these movements, the occupiers have shown through their in sistence and endurance that they take

    the specific spaces seriously in their materiality and set themselves up to live there, even if only for a limit-

    ed time. Very much in the sense of recycling you were referring to in the beginning, the indignados, the

    occupiers of the central squares, and right at the moment again the precarious protesters on Tahrir Square

    reclaim an old phenomenon of political theory, the main square as the symbol of democracy. It is not the

    symbolism of the evacuated center that is their focal point of desire, but rather condensation, concentra-

    tion, assembly, producing a rampant middle in the tangible and inventive practice of occupation, exactly

    there where the territory appears to be completely deterritorialized, apparently unusable for any social

    practice. There the occupiers take the space and time seriously that they set up, taking time for long,

    patient discussions and taking time to stay in this place, developing a new everyday life, even if only for a

    short time. And of course, this experience will remain in the bodies and souls of the participants. In this

    sense, the assembly really becomes permanent, an infinite assembly.

    Gerald Raunig is a philosopher, art theorist and activist from Viena. He works at the Zrich University of

    the Arts, and he is coodirector of the eipcp (European Institute for Progressive Cultural Policies). His

    recent books include: A Thousand Machines: A Concise Philosophy of the Machine as Social Movement

    (2010); Art and Contemporary Critical Practice: Reinventing Institutional Critique (co-edited with Gene

    Ray, 2009); andArt and Revolution: Transversal Activism in the Long Twentieth Century (2007).

    eipcp.net

  • 7/27/2019 Assemblea Infinita

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    UNA RAPPRESENTAZIONE ERRORISTA

    Il chiarimento dei significanti e dei significati di un atto definibile come performativo, deve impre-

    scindibilmente- tenere conto della complessit e del pluralismo dei dati, sociali e politici, costituenti.

    Dobbiamo cio proiettare il nostro sguardo verso quel rapporto indissolubile che sinstaura tra un unintu-

    izione e la sua attuazione pratica. In questo senso la performance, fin dal titolo, Assemblea (In)Finita, una

    rappresentazione errorista, in tutta la sua ricercata incertezza, pone le basi per una riflessione. Suggeria-

    mo dintendere Assemblea (In)Finita non come un processo definito e ultimato nella sua concretizzazi-

    one, ma come lincipit per una sceneggiatura da scrivere. Un copione che formula una descrizione antitet-

    ica alle polarizzazioni sociali e politiche che connotano la citt di Bologna, perch ne palesa le ambiguit,

    le debolezze, le sottili logiche, mettendo in evidenza la disgregazione del corpo politico dominante e le

    friabilit del corpo politico antagonista che costruisce una proposta alla precarizzazione.

    Lintuizione del collettivo Etcetera nasce da un momento reale, un momento che gli stessi membri hanno

    vissuto in prima persona, come spettatori, con lentusiasmo e langoscia di uno spettacolo imprevisto;

    lintuizione prende forma in una data e in un luogo precisi: il 27 maggio 2013, Piazza Verdi, Bologna.

    Studentesse e studenti, precarie e precari, davanti allimpossibilit di svolgere unassemblea pubblica in

    piazza, bloccati fisicamente dallintervento di polizia e carabinieri in tenuta anti-sommossa, si trovano

    uniti e solidali in un dato primariamente materiale (qual la piazza in quanto luogo fisico, quali sono la

    libert e lintimit di attraversare gli spazi della propria quotidianit). La risposta si concretizza respin-

    gendo le forze dellordine assieme ai loro mandanti politici. Dunque si forma unassemblea di tutte lesoggettivit che la piazza contiene e decomprime: una dimensione creativa della resistenza, immediata

    conseguenza di quella crepa ora visibile, ora palese, allinterno delle logiche della normalizzazione

    mercificata, della desertificazione dei saperi e della vivibilit del proprio Io individuale e collettivo. Nella

    liberazione sinventa un nuovo luogo e una nuova forma di partecipazione consapevole, che il sistema

    istituzionale tende per natura a riassorbire, a riciclare . In questo contesto, che rappresenta lo spunto e al

    contempo il presupposto, si forma il laboratorio propedeutico ad Assemblea (In)Finita, un indagine che

    sceglie per protagonisti i soggetti reali di questa vicenda, dove la piazza liberata la misura della

    produzione di un ambiente nuovo che si lega in modo dinamico ai comportamenti soggettivi.

    Ad un mese esatto di distanza, dal formarsi del contesto generatore e propulsore, la rappresentazione, che

    nel suo comporsi ha assorbito le forme di lotta universitarie, e pi largamente bolognesi, prende vita

    autonoma. Perch nellErrorismo del collettivo Etcetera lorganizzazione del tessuto rappresentativo si

    mischia allimprevisto, lo stesso imprevisto che connota unesistenza precaria, formando uno scheletro

    magnetico che attira verso s le componenti incerte e poco definite di ogni fenomeno e pratica sociali.

    Tutti i fattori che negli anni hanno determinato unidentit di Piazza Verdi, tutte le questioni e le tensioni,

    si riformattano in un brain storming scenografico, icone e simboli, gigantografie fotografiche, sagome

    e rappresentazioni di protagonisti dellimmaginario politico (dal rettore Ivano Dionigi, in forma di nano,

    alla riproposta in scala reale della donna in rosso, di GeziPark ). Concentrata interamente attorno a un

    simbolico buco nero, Assemblea (In)Finita, una rappresentazione errorista supera i confini tra realt e

    finzione. Gli attori (chiamati da varie realt italiane di movimento), studentesse e studenti, precarie eprecari, militanti, pubblico e passanti partecipano e costruiscono un momento che, tra lassurdo e il

    grottesco, evidenzia e formatta la complessit, la fragilit, il significato di cui si deve continuamente

    riappropriare, lintensit e la creativit, di unassemblea reale e comune. Un social readymade dove i

    soggetti rappresentano la loro oggettivazione, il distacco dallaffezione della propria identit trasformata

    in un feticcio e la spinta allo sradicamento del proprio ruolo, sociale ed economico, assoggettato alla

    subordinazione dei rapporti di potere dominanti.

    HOBO - LABORATORIO DEI SAPERI COMUNI

    AN ERRORIST REPRESENTATION

    The clarification of the meaning and significance of an act like preformance must, unavoidably, take note

    of the complexity and pluralism of its respective social and political elements. That is, we must direct our

    gaze to the inextricable bond which forms between a notion and its practical actualization. In this sense,

    the performance starting with the title, (In)Finite Assembly, an errorist representation, in all its

    refined uncertainty lays the foundation for reflection. We pose (In)Finite Assembly not as a discrete

    and complete process, but as the opening words for a script yet to be written. A script that formulates a

    description which is antithetical to the social and political biases that characterize the city of Bologna,

    because in doing so it reveals the ambiguities, weaknesses, and flimsy logic marking the disintegration of

    the dominant political body and the fragility of the opposing political body forming a response to this

    process of destabilization.

    The genesis of the Etcetera collective was born from a real moment; a moment that its members lived in

    first person, like spectators, with the enthusiasm and anguish of an unexpected show. Its conception took

    shape in a specific time and place: May 27th, 2013, Piazza Verdi, Bologna. Students and scholars, precar-

    iously employed temporary and contract workers; those against the impossibility to hold a public assem-

    bly in the piazza physically blocked by police and carabinieri in riot gear found themselves united and

    in solidarity in a way primarily material (which is the piazza as a physical place, wherein lies the freedom

    and privacy to pass through the space of their everyday lives). The answer is realized in rejecting the law

    enforcement together with their political commanders. In this way, an assembly, of all the subjectivity thepiazza contains and releases, is established: A creative dimension of the resistence the immediate

    consequence of that crack which is now visible, now undeniable, inside the logic of comodified normal-

    ization, the abandonment of knowledge and livelihood both individual and collective. In liberation

    comes a new place and shape of conscious participation, which the institutional system naturally tends to

    eliminate, to recycle. It is this context that represents the starting point and, at the same time, preparation

    for workshop (In)Finite Assembly; a survey which chooses to feature the real subjects of this story,

    where the liberated piazza is the touchstone for the production of a new environment that connects to

    personal behaviors in a dynamic way.

    After exactly one month, the presentation after coming into being in a context which has generated and

    propelled it has absorbed student struggle, along with Bologna in general, and taken on a life of its own.

    The structure of the Etcetera collective's Errorism incorporates the unexpected the same unexpected

    that suggests a precarious existence forming a magnetic skeleton that attracts the uncertain and unde-

    fined of every social practice and phenomenon. All of the factors which have shaped the identity of

    Piazza Verdi over the years, all of the questions and tensions, redefine themselves in a brain storming

    session. Icons and symbols, blown-up photographs, forms and representations of figures in the political

    imagination (from small-scale academic Ivano Dionigi to the scale of Gezi Park's woman in red).

    Concentrated entirely around a symbolic black hole, (In)Finite Assembly, an errorist presentation

    transcends the boundary between reality and fiction. The actors (called from various italian movements),

    students and scholars, contracted and temporary laborers, activists, public and bystanders participate inand construct a moment that, between the absurd and the grotesque, reveals and structures the complexi-

    ty, the fragility, the meaning (which must be continually re-appropriated), intensity and creativity of a

    real and communal assembly. A readymade social where the subjects represent their objectivity, detach

    from a fetishized affection for their identities and push to eradicate the social and economic roles prey to

    subservience of dominant powers.

    HOBO COMMON KNOWLEDGE LABORATORY

    ASSEMBLEA (IN)FINITA

  • 7/27/2019 Assemblea Infinita

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    A CONVERSATION WITH GALIT EILAT

    ETCETERA: Two years ago we have participated in the October Salon in Belgrade that you have curated(together with Alenka Gregoric). Then, the curatorial statement was focused on the sense of responsibility andthe ways, or the ability to response towards different world-views, and especially about the roles of producersand/or consumers of culture. -Today looking to the multiplicity of the events that are happening around the world(which also affect the global cultural structures and the art system itself) such as massive claims for the preserva-tion (and/or recovery) of the public space, the use of public resources and against the authoritarianism or the

    corruption. Do you see an increase in the sense of collective responsibility toward the state of the world?

    GALIT EILAT: Yes, I see fundamental changes in the way that people from different nations and differentgeographic regions respond. In general terms, the different responses are directed to the various governingsystems, yet the reactions have a similarity, in the sense that they all demand a radical change in the governingsystem.

    ETCETERA: Could be interpreted as a response based on a resurgence of the sense of common ethics, acollective responsibility?

    GALIT EILAT: The significant turning point that I see now is the power of solidarity that enables the peopleto respond. This can be translated to response ability / to be able to respond. And to respond in a way that isdifferent from what we know in the past. This time the responses do not negotiate with the governing system, theresponse to power is NO. Saying no to negotiation maintains the force of the response without the need tocompromise.

    ETCETERA: How is possible to generate or stimulate a sense of responsibility or more commitment inside theprofessional field of contemporary art world for what is happening outside the contemporary art sphere?GALIT EILAT: This is somehow a funny question. Underlying it there is an assumption that there are two

    worlds or that the world even has an inside and an outside. The contemporary art world is not a nature preserva-tion site. It is not a separate unit. It is already inseparably engaged and it takes an active part in the world. Thiscan be seen through its role in economy, ideology, nationality, etc. Nevertheless, I chose to work in the IsraeliCenter for Digital Art, with all its specificities, in order to transmit universal values to Israeli society. Thatdecision must be construed as an attemptas with the early twentieth-century avant-gardeto use the artisticact to express the hope for a rectified, liberated society, and to outline an ethical horizon that enables criticismof the existing situation, highlights its contingency as the outcome of social and political decisions, and sets outto introduce alternative models to the dominant ideology or political thought.

    The rejection and fear of recruited, engaged, or political art in Israel is no different from anywhere else,which does not change the fact that the objection to politically committed art or politically committed artists is,in itself, a political act, because it tries to subordinate and discipline art in a consensual manner that reaffirms thestatus quo. One can regard the social sphere in relation to the institutional demand for obedience, and then objectto itfor instance, engage in resistance, protest, art, and the introduction of freedom in a sadly oppressive realitywhere freedoms are negated.

    ETCETERA: Based on the same curatorial text you wrote: simulation, experiment and re-enactment ofevents in that particular order may be understood as methods of shaping contemporary reality, reviewing itand understanding it better. Looking to the enormous sense of performativity which some of the current protestand demonstrations are taking today:how do you understand that those representational methods (simulation,

    experiment and re-enactment) apply to the current social scenario?

    GALIT EILAT: When I wrote simulation, experiment and re-enactment of events in that particular order may be understood as methods of shaping contemporary reality, reviewing it and understanding it better, Imeant that simulation, experiment and re-enactment in this order are tools that are used to create indoctrination.Looking today at the different demonstrations around the globe it is true that there is a visual similarity but it ismore on the level of mimicry, I am not sure I would call it a re-enactment of events or a simulation because itoften seems to lack of review or analysis.

    ETCETERA: How do you understand the conflict as a phenomenon which stimulates contemporary artisticpractices and a new production of meaning?

    GALIT EILAT: What is a conflict zone, and how does it affect artistic praxis? It is a territory with conflictbetween different states, between citizens of the same state, or between the state and its citizens. A conflict is notalways announced or perceived as a war, and working as an artist or curator in a conflict zone is not a matter ofchoice. The choice is whether or not to address the conflict as the focal point of ones practice.

    According to Yeshayahu Leibowitz (19031994), one of the most outspoken twentieth century Jewish thinkersand Israeli public intellectuals, a person is doomedand accepts his fateto live under the apparatus of thestate. The state, however, is a mere framework because there cannot be a democratic state with a consensus over

    shared content. Over the years, in his appearances in various TV shows and films, Leibowitz maintained that thegovernmental apparatus called "state" has no added value, implying that the state is an instrumental apparatus.Unless one adheres to anarchism, one must sustain this governmental apparatus.

    A citizen of a state is not free, but this is an inevitable necessity because living together requires a uniform set ofrules. This gives rise to a conflict between a person's value as an individual who in principle objects to any domi-nation over himself/herself and any form of governing, even that which enables life together as a community.

    According to Leibowitz, this is the very core of the political conflict. All the different political systems,programs and constitutions, are attempts to confront this problem. Democracy, as opposed to other forms ofgoverning, strives to reduce governmental authority to the necessary minimum, even though it is, Leibowitzargued, still excessive. Yet there can never be agreement over values, since values cannot be reasoned, hence onemay only fight over values. With this he posited the value of human life and human freedom as supreme values.

    It follows from Leibowitz's words that a democratic state is not based on values or established due to values.Rather, a democratic state is supposed to cater to the citizen's basic necessities (to serve the citizen), whereas atotalitarian state is one exactly based on values that prevail over the citizen.

    The model proposed by Leibowitz for a democratic regime founded on conflict that is, a constant tensionbetween the citizen and the state, between civil freedom and citizens rights on the one hand, and legal obliga-

    tions on the otheris not new. It recurs in different forms in Marx and his discussion of the class struggle, laterin writings by Chantal Mouffe, who argues in favour of political agonism, as well as thinkers such as HowardZinn and others from the Marxist left.

    Galit Eilat is curator, writer and founding director of The Israeli Center for Digital Art in Holon. She is a researchcurator at the Van Abbemuseum in Eindh oven, The Netherlands as well as the President of the Akademie der Knsteder Welt in Cologne, Germany. She is part of the curatorial team of the 31st Bienal de So Paulo (2014).

    UNA CONVERSAZIONE CON GALIT EILAT

    ETCETERA: Due anni fa abbiamo partecipato al Salone dOttobre a Belgrado curato da te (insieme adAlenka Gregoric). In quellepoca la dichiarazione del curatore si era focalizzata sul senso di responsabilited i modi, o abilit di reagire alle diverse visioni del mondo, e nello specifico sui ruoli dei produttori e/oconsumatori di cultura. Oggi guardando alla molteplicit degli eventi che si registrano nel mondo (cheincidono anche sulle strutture della cultura globale e sul sistema artistico in se stesso) come richiamimassivi per la conservazione (e/o recupero) dello spazio pubblico, luso delle risorse pubbliche e contro

    lautoritarismo o contro la corruzione. Vedi un aumento della responsabilit collettiva verso lo statomondiale?

    GALIT EILAT: S, vedo cambiamenti fondamentali nel senso che la gente di diverse nazioni e regionigeografiche reagisce. In termini generali, le diverse risposte si dirigono ai vari sistemi di governo, tuttaviale reazioni hanno delle similitudini, cio tutte chiedono un cambiamento radicale del sistema di governo.

    ETCETERA: Puo essere interpretata come risposta basata sul risorgere del senso di etica comune, unaresponsabilit collettiva?

    GALIT EILAT: Il punto di svolta significativo che ora osservo il potere della solidariet che permettealla gente di reagire. Questo pu tradursi come capacit di rispondere/ essere in grado di dare risposta.Reagire in modo diverso a quello che conoscevamo in passato. Questa volta le risposte non negoziano conil sistema governante, la risposta al potere NO. Dire di no alla negoziazione mantiene la forza dellarisposta senza il bisogno di compromesso.

    ETCETERA: Come possibile generare o stimolare un senso di responsabilit o pi impegno allinternodel campo professionale dellarte contemporanea, per quello che accade al di fuori di quella sfera ?

    GALIT EILAT: Questa in certo senso una domanda buffa. Sottolinearla implica assumere che esistono

    due mondi, o che il mondo abbia un dentro e un fuori. Il mondo dellarte contemporanea non un luogonaturale da proteggere. Ne ununit separata. inseparabilmente impegnato e prende parte attiva nelmondo. Questo si pu osservare attraverso il suo ruolo nelleconomia, nellideologia, nella cittadinanza,etc.Tuttavia, scelgo di lavorare nel Centro Israeliano per lArte Digitale, con tutte le sue specificit pertrasmettere valori universali alla societ israeliana. Questa decisione deve essere intesa come tentativo come nella avanguardia agli inizi del ventesimo secolo per utilizzare lagire artistico per esprimere lasperanza in una societ liberata e rettificata, e per disegnare un orizzonte etico che permetta la critica allasituazione in essere, sottolineare la sua contingenza come risultato delle decisioni sociali e politiche, e chesi disponga ad introdurre modelli alternativi allideologia imperante o al pensiero politico.

    Il rifiuto ed il timore dellarte reclutata, impegnata o politica in Israele non diversa da quello dialtre latitudini, questo non cambia il fatto che lopposizione allarte politicamente impegnata o agli artisti

    politicamente impegnati, in se stesso un atto politico, giacch cerca di subordinare e disciplinare larte inun modo consensuale che riafferma lo status quo. Si pu contemplare la sfera sociale in rapporto allerichieste istituzionali di ubbidienza e dopo, opporsi ad esse per esempio, impegnarsi nella resistenza,nella protesta, nellarte, e lintroduzione della libert in una realt tristemente oppressiva dove si neganole libert.

    ETCETERA: Sulla base dello stesso testo del curatore che avevi scritto: simulazione, esperimento eri-attuazione degli eventi in quellordine specifico possono essere interpretati come metodi per dar

    forma alla realt contemporanea, rivisitandola e capendola meglio. Guardando allenorme senso diperformativit del quale hanno attinto alcune delle attuali proteste e manifestazioni odierne: come crediche quei metodi di rappresentativit (simulazione, esperimento e ri-attuazione) si applichino sull'attualescenario sociale?

    GALIT EILAT: Quando scrissi simulazione, esperim ento e ri-attuazione degli eventi in quellordinespecifico possono essere interpretati come me todi per dar forma alla realt contemporanea, rivisitando-la e capendola meglio, volevo dire che la simulazione, l'esperimento e la ri-attuazione in questo ordine,sono strumenti che vengono utilizzati per creare indottrinamento. Guardando oggi alle varie manifestazi-oni nel mondo vero che esiste una similarit visiva ma pi che altro a livello dellimitazione, non sonosicura che la chiamerei ri-attuazione degli eventi o simulazione perch frequentemente sembra mancanzadi revisione o di analisi.

    ETCETERA: Come interpreti il conflitto come fenomeno che stimola le pratiche artistiche contempora-nee e la nuova produzione di significato?

    GALIT EILAT: Cos una zona di conflitto e come incide nella prassi artistica? un territorio conconflitto tra diversi stati, tra cittadini dello stesso stato, o tra lo stato e i suoi cittadini. Non sempre vieneannunciato il conflitto o percepito come guerra, e lavorare come artista o curatore in una zona di conflittonon una questione di scelta. La scelta consiste nel rivolgersi al conflitto come punto focale della nostra

    pratica. Secondo Yeshayahu Leibowitz (1903-1994) uno dei pensatori ebrei pi schietti e tra gli intellettu-ali israeliani pubblici: una persona costretta e accetta il suo destino di vivere sotto l apparato delloStato. Tuttavia, lo Stato una pura cornice giacch non ci pu essere uno Stato democratico con unconsenso su contenuti condivisi. Negli anni, in vari spettacoli della TV e nei film, Leibowitz sosteneva chelapparato governamentale chiamato Stato non ha valore aggiunto, volendo dire che lo Stato un appa-rato strumentale. A meno che si aderisca allanarchia, si deve sostenere questo apparato governamentale.Il cittadino di uno Stato non libero, ma questa una necessita inevitabile giacch vivere insieme richie-de una serie di regole uniformi. Questo crea conflitto tra i valori di una persona come individuoche in

    principio si oppone a ogni dominazione su se stesso/stessa e su ogni forma di governo, anche su quella chepermette di vivere insieme come comunit.

    Secondo Leibowitz questo e molto profondo nel conflitto politico. Tutti i diversi sistemi politici,programmi e costituzioni, sono tenativi di affrontare questo problema. La democrazia, opposta ad altreforme di governo, impegnata nel ridurre l autorita del governo, al minimo necessario, nonostante e cosi.Leibowitz argomentava, fermamente eccessivo. Allora non ci sara mai accordo sui valori, giacche non si

    puo ragionare su di essi, quindi si puo soltanto lottare contro i valori. Con questo aveva posto il valoredella vita umana e della liberta umana come valori supremi. Dalle parole di Leibowitz segue che unoStato democratico non si basa sui valori o e stabilito grazie ai valori. Bensi, uno Stato democratico sisuppone che provveda ai bisogni basici dei cittadini (per servire al cittadino). Il modello proposto daLeibowitz per un regime democratico fondato sul conflitto -cioe, una tensione costante tra il cittadino e

    lo Stato, tra la liberta civile ed i diritti dei cittadini dallaltra parte, e gli obblighi legali dallaltra non enuova. Compare in differenti forme in Marx e le sue discussioni sulla lotta di classe, piu tardi negli scrittidi Chantal Mouffe, che argomenta a favore di un agonismo politico, cosi in pensatori come Howard Zinned altri della sinistra marxista.

    Galit Eilat una curatrice, critica d'arte e fondatrice del Centro Israeliano di Arti Digitali a Holon. research curator al Van Abbemu seum di Eindh oven (Olanda), e p residente dell' Akademie der Kns te derWelt di Colonia (Germania). membro del gruppo di curatori della 31 Biennale di San Paolo (2014).

    RESPONSEABILITY

  • 7/27/2019 Assemblea Infinita

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    While C.R.I.S.I project was developed in Bologna, in other parts of the world (like Brazil or Turkey)

    other crisis has exploded. Here a conversation with Oda Projesi collective about the current situa-

    tion in Istanbul.

    ETCETERA: In 2005 both collectives we met when we participated together in the Collective Creativityexhibition in Kassel curated by WHW. Already at that time you were working on the effects of the gentri-fication policies in urban areas of Istanbul, taking as an example the Galata quartier at the Beyolu district

    (where Oda Projesi has their office). At that time, the discussion about the loss and privatization of thepublic spaces and the gentrification wasnt the favorite subjects for the mainstream media and publicdebate (like today). Since then until now, how do you interpret this process of mass awareness about these

    problematic?

    ODA PROJESI: The period we started to work on these problematics in 1997, public space and gentrifi-cation was not a hot topic, there were small discussions but a more routine expectation that things will get

    better somehow. At that period there were changes on the city scale but comparing to the last years theywere considered as small scale. But now there a big plans, big money and big dreams from theruling ones on the top of the city. The use of techonologie to get correct information, news; such as thesource of twitter and the impact of networking also quickened the mass awarness. Before it was more thatyou recognize the changes at the silent parts of the city, whereas now the battle field is at Taksim; at thespot of freedom in everysense. Gezi Park affect has moleculazed all that the region contains as a poten-tial of different togetherness.

    ETCETERA: How Gezi Park works as a symbol and how do you understand this amazing level of socialparticipation?

    ODA PROJESI: Gezi park has become a symbol once the unpredicted resistance occured and becamepermanent. Gezi is the peoples movement above political parties and agendas; it is at the street level, thatmeans it is fresh and lively and unpredictable. Has a potential as a reply that can not be ignored. Gezicaused a new look to oneself and to city space; public gardens, public talks, public gestures all occurredfrom the individual will to resist. Nothing will be the same

    ETCETERA: In 2009 we meet again when we were participating in the Istanbul Biennia, and you werecurating the Cultural Agencies project (together Nikolaus Hirsch and Philipp Misselwitz). In that occasionyou bring us to visit the project office which was established in a little kiosk located in Glsuyu-Glensu,an extremely stigmatized and criminalized neighborhood since its population is mainly Kurdish and withan intense story of political struggles. Then in 2010 we made a residency and we work there for twomonths. We learn that those neighborhoods (called Gecekondu which mean built at night) were estab-lished informally as land occupations when immigrant groups from eastern Anatolia arrived in the early60s. Since then it was one of the main targets for real estate speculation and the gentrification process onthe other side of the Bosphorus. Based on the born of this new public space, anti-gentrification andresistance movement which explode in the epicenter of the town (Taksim) and not in the peripheral areas.How this current political situation could affect the life of the so call minorities?

    ODA PROJESI: This rather varies, there can be many affects but the positive affect we feel is the blurri-ness of the borders in between the so called minorities; more coming close together; to resist together.Gezi gave the chance to look up to yourself from the eye of the ruling and to see that it is not that you are

    but it is that you have been put into that category for the advantage of the system and the ruler.

    ETCETERA: If you still are in touch with some of the neighbors, what do you hear from their perceptionabout the current context?

    ODA PROJESI: We are in touch with some of the neighbours from Glsuyu; most of them are part ofthe demonstrations and even one of the old ladies we had interviewed for the oral history was on the head-lines of the newspaper throwing a stone to the police, half covered face; and she was accused for being asupporter of an illegal party. Also now as long as there are forums taking part in the squares of manyneighbourhoods, they are also taking part. As Glsuyu Glensu is quite a conservative left wing neigh-

    bourhood; they now have the tendency to discuss what other ways occurred to resist, what is the newlanguage of resistance. But as we hear, this is rather difficult, cause this situation also made visible manymore fractions from 70s to wake up and rise up their voice also; the platforms at the parks will hopefullyhelp these stand side by side for a new commitment.

    ETCETERA: Finally, the endless protests which are currently happen brings together an amazing levelof creativity and artistic interventions which are shared and socialized with the whole society breaking the

    parameters and frontiers of the field of contemporary art. How do you imagine that this new context couldaffect the relationships and production of Turkish artists? And what about the role of the cultural institutions?

    ODA PROJESI: With Gezi Park actions there occurred the public creativity, which is anonymous. Thisbeing anonymous means or will mean a lot to artistic production and being the author of a work. Forinstance when there was still life at Gezi Park, people were discussing at this moment what is the use ofIstanbul Bienalle, thinking on the issue of public? Bienalle is on the street in many means. Cultural

    Institutions can act as spots of meeting and discussing and remembering what has happened and what canhappen. More in an archive mode Artistic production needs to be discussed after and during Gezi Parkmovement.

    ETCETERA: From the level of support and solidarity front of the State repression, do you see thismoment as a kind of resurgence of a new social commitment?

    ODA PROJESI: This is absolutely a resurgence. This new commitment found out that thousands ofpotentials that occur to resist the system and to claim the rights of citizen and the city; were just sleeping.Now they are awake and hard to go back or sent back to sleep.

    ETCETERA: From those images, social performances and spontaneous interventions, which ones lookmore interesting for your perspectives as forms of response and/or as artistic practices?

    ODA PROJESI:Actions with musical and lyrical humor out of the routin of classical left wing actions andslogans are being created and these ones are the ones that have the potential to create potential perspec-tives. Twitte r that has quite important impact on bringing prople together and producing the news has

    been seen as an enemy by the prime minister Erdoan. Duran adam so called standing man was one

    of the most effective and strong performances. The day that the governor of Istanbul has made a call to themothers of the protesters to call their children back home; that night many mothers came to the square tosupport and stay with them at the park; was also a very strong reply. The famous football teams of Istan-

    bul; Beikta, Fenerbahe and Galatasaray supporters came together under one uniform and even created

    a uniform carrying all the colours of the football clubs as a sign of togetherness; that was a big event evenconsidering the history of these teams So to all the brutal, violent acts of the government there was areply which was unpredictable and strong. And also now that we are replying you ( 8 july 2013 ) GeziPark still has its new owners as the police; they open and close the park (entrances) as they want.So since 27th may 2013, the timeline of Gezi Park as a whole is the most strong artistic practice, one canlearn a lot from.

    Oda Projesi is an artist collective composed by zge Akkol, Gne Sava and Seil Yersel. They live andwork in Istanbul, Turkey. http://www.odaprojesi.org/

    Mentre a Bologna veniva sviluppato il progetto C.R.I.S.I., in altre parti del mondo (come il Brasile

    o la Turchia) altre crisi stavano esplodendo. Qui sotto riportata una conversazione con il collettivo

    Oda Projesi sull'attuale situzione di Istanbul.

    ETCETERA:Nel 2005 abbiamo incontrato entrambi i collettivi quando abbiamo partecipato insieme allamostra Collective Creativity a Kassel curata da WHW. Gi a quel tempo voi stavate lavorando sugli effettidelle politiche di gentrifica