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Daniel De FoeMoll Flanders

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QUESTO E-BOOK:

TITOLO: Moll FlandersAUTORE: De Foe, DanielTRADUTTORE: Trevisani, GiuseppeCURATORE:NOTE:

CODICE ISBN E-BOOK:

DIRITTI D'AUTORE: no

LICENZA: questo testo distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet: http://www.liberliber.it/biblioteca/licenze/

TRATTO DA: Moll Flanders / Daniel Defoe ; versione di Giuseppe Trevisani - Milano : Garzanti, 1965 - 289 p. ; 18 cm

CODICE ISBN FONTE: mancante

1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 28 dicembre 1998

INDICE DI AFFIDABILITA': 1 0: affidabilit bassa 1: affidabilit media

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2: affidabilit buona 3: affidabilit ottima

ALLA EDIZIONE ELETTRONICA HANNO CONTRIBUITO:Marina De Stasio, Marina_De_Stasio@rcm.inet.itClelia Mussari, clely@tiscalinet.itClaudio Paganelli, paganelli@mclink.it

REVISIONE:Marina De Stasio, Marina_De_Stasio@rcm.inet.itClelia Mussari, clely@tiscalinet.itClaudio Paganelli, paganelli@mclink.it

IMPAGINAZIONE:Marina De Stasio, Marina_De_Stasio@rcm.inet.itClelia Mussari, clely@tiscalinet.itClaudio Paganelli, paganelli@mclink.it

PUBBLICAZIONE:Marco Calvo

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Daniel De Foe

Moll Flanders

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I

Il mio vero nome fin troppo noto, nelle carte e nelle cronache della prigione di Newgate e al tribunale dell'Old Bailey, e vi sono ancora pendenti faccende di gravit tale, riguardo alla mia specifica condotta, da far escludere che io possa firmare quest'opera o nominare la mia famiglia. Magari dopo la mia morte se ne sapr di pi. Per il momento, per, non il caso, nemmeno se viene un'amnistia generale, nemmeno se quell'amnistia riguarda chiunque e comprende tutti i delitti possibili.

Siccome i peggiori dei miei amici, che ormai non hanno pi modo di farmi danno (perch sono usciti dal mondo via scaletta e corda, come tante volte stava per toccare a me), mi conoscevano col nome di Moll Flan-ders, che io mi presenti con questo nome a voi pu ba-stare, e potete consentirmelo a patto che io abbia il co-raggio di confessarmi tale e quale fui, e quale sono adesso.

Mi hanno detto che in una nazione vicina, non so se in Francia o dove, c' un ordine del re per cui se un delinquente, quando condannato a morte o alla galera a vita o alla deportazione, lascia dei bambini, questi, sic-come generalmente mancano di tutto per la miseria o la

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confisca degli averi dei genitori, sono subito affidati alle cure del governo e messi in un ospedale che si chiama Casa degli Orfani, dove li crescono, li vestono, gli dan-no da mangiare, gli insegnano, e quando sono in grado di uscire li mettono in un mestiere o in un servizio per-ch possano provvedere a se stessi conducendo una vita onesta e laboriosa.

Fosse stato questo l'uso in Inghilterra, io non sarei rimasta da ragazza povera e derelitta, senza amici, senza panni, senza aiuto n protezione al mondo, come invece fu la sorte mia; per la qual sorte io mi trovai non solo esposta ad afflizioni grandissime, prima ancora di poter comprendere i casi miei e sapervi porre rimedio, ma an-che avviata ad una vita di scandalo, che di norma con-duce alla precipitosa rovina dell'anima e del fisico.

Ma da noi le cose stavano altrimenti. Mia madre fu condannata a morte come delinquente pericolosa per una sciocchezza di furto di cui non vale la pena di parla-re, ossia aver colto l'occasione di prendere in prestito tre pezze di tela d'Olanda fine da un mercante di Cheapside. Le circostanze sarebbe un po' lungo riferirle, e a me la raccontarono in tante maniere, cos diverse fra loro, che quasi non saprei dire con sicurezza quale storia quella giusta.

Sta di fatto comunque, e su questo punto sono tut-ti d'accordo, che mia madre fece il ricorso per gravidan-za, e siccome la trovarono con tanto di bambino dentro ebbe una proroga di sette mesi circa; passato quel tem-po, che impieg per mettere al mondo me e restare in-

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cinta un'altra volta, fu richiamata, come si dice, alla con-danna di prima, ma ottenne la grazia di essere deportata alle piantagioni, e abbandon me che avevo sei mesi. Quel che certo che mi abbandon in pessime mani.

Tutto ci troppo prossimo alle prime ore della mia vita perch io possa raccontare qualcosa di me stes-sa se non per sentito dire; basti ricordare che, nata in un luogo tanto infelice, non ebbi nella mia infanzia nessuna parrocchia alla quale rivolgermi per chiedere nutrimen-to. Non posso nemmeno spiegare come fui tenuta in vita. So soltanto che una parente di mia madre, mi han-no detto, mi prese con lei per qualche tempo e mi fece da balia, ma chi pagasse o chi avesse cos deciso io pro-prio non lo so.

La prima cosa di me che ricordo, o la prima che ho saputo, fu che vagabondavo con una banda di quelli che la gente chiama zingari, o egiziani; ma dovevo stare con loro solo da poco tempo, credo, perch non mi ave-vano fatto n decolorare n annerire la pelle, come usa-no fare da piccolissimi ai bambini che portano in giro; e non so nemmeno dire come capitai in mezzo a loro, n come ne venni via.

Fu a Colchester, nell'Essex, che quella gente mi abbandon. Ho in mente un'idea vaga d'essere stata io ad abbandonare loro (cio, d'essermi nascosta e di non aver pi voluto proseguire con loro) ma su questo fatto non so dare particolari; ricordo soltanto che, raccolta da chiss quale personaggio della parrocchia di Colchester, io raccontai che ero arrivata in quella citt con gli zinga-

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ri ma non avevo voluto proseguire con loro, e cos mi avevano abbandonato, ma dov'erano andati io non lo sa-pevo, n potevano pretendere che lo sapessi. Mandaro-no, infatti, a cercarli per le campagne, ma non riuscirono a trovarli, pare.

Ora ero in condizione per cui c'era chi pensava a me; infatti, bench nessuno in citt avesse per legge il dovere parrocchiale di mantenermi, tuttavia, quando si seppe la mia storia, e che io ero troppo piccola per qua-lunque lavoro, perch non avevo nemmeno tre anni, la piet spinse i magistrati della citt a ordinare che qual-cuno si prendesse cura di me, e io diventai dei loro, pro-prio come se fossi nata l.

Nella cura che mi assegnarono fu mia gran fortu-na esser data, come si dice, a balia a una donna che allo-ra era povera ma aveva vissuto in condizioni migliori, e ricavava da vivere pigliando con s quelli che erano in situazioni come la mia e mantenendoli fnch raggiun-gevano l'et in cui potevano verosimilmente andare a servizio o guadagnarsi il pane.

Quella donna aveva anche una piccola scuola, che teneva per insegnare ai bambini a leggere e a lavorare; e poich, come gi ho detto, era vissuta in altri tempi in un buon ambiente, tirava su i bambini a lei affidati non solo con ogni cura ma anche con molta arte.

Ma la cosa pi importante era che la donna cre-sceva i bambini in modo molto religioso, perch lei era per bene, pia, donna di casa, amante della pulizia, piena di buone maniere, e sapeva vivere. Vitto scadente, allog-

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gio miserabile e vestiti brutti: ma per il resto eravamo ti-rati su con maniere e garbo, come se quella fosse una scuola di ballo.

Mi tennero l finch compii otto anni e appresi con terrore la notizia che i magistrati (cos credo si di-cesse) avevano stabilito che io andassi a servizio. Do-vunque mi mandassero, io sarei stata capace di far ben pochi servizi, al massimo andare in giro per commissio-ni, o far la sguattera sotto una cuoca, e questo me l'ave-vano detto tante volte che la cosa mi metteva una gran paura; infatti, bench cos piccola, io ero gi assoluta-mente contraria all'idea di andare, come si diceva, a ser-vizio (e cio a far la serva). Alla donna che chiamavo balia dissi, perci, che credevo di potermi guadagnare la vita senza servire, se lei era cos buona da consentirme-lo. Mi aveva, infatti, insegnato a lavorare con l'ago, la matassa e il fuso, che in quella citt era il mestiere prin-cipale, e io le dicevo che, se mi teneva con s, io potevo lavorare per lei, lavorare proprio forte.

Glielo dicevo ogni giorno, che volevo lavorare forte; e, alla fine, l'unica cosa che facevo era piangere tutto il giorno, e questo era un tale cruccio, per quella donna brava e buona, che incominci a preoccuparsi per me, perch mi voleva proprio bene.

Cos, un giorno, quando entr nella stanza dove noi bambini poveri lavoravamo, si sedette di fronte a me, non al solito posto di signora maestra, ma come se avesse in mente di guardar proprio me, e vedere come lavoravo. Io stavo facendo qualcosa che m'aveva dato

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da fare lei; dovevo, mi ricordo, ricamare cifre su certe camicie che lei aveva avuto da fare; dopo un po', lei si mise a parlare con me.

O sciocca d'una bambina, dice, tu piangi sem-pre. (Io infatti stavo piangendo.) Da brava,