le formiche di piombo

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Enzo D'Andrea, mainstream, anni di piombo

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  • ENZO DANDREA

    LE FORMICHE DI PIOMBO

    www.0111edizioni.com

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    LE FORMICHE DI PIOMBO Copyright 2013 Zerounoundici Edizioni

    ISBN: 978-88-6307-532-8 Copertina: Le formiche di piombo di Enzo DAndrea (2012)

    Prima edizione Maggio 2013 Stampato da

    Logo srl Borgoricco - Padova

  • Alle tre senza le quali non potrei credere nella vita.

  • Nel cielo di latte e cenere salivano i morsi ferrosi dei tram lungo i viali. Se quel cielo non avesse ricordato una sterminata padella capo-volta, forse sarebbero apparsi, a occidente, i nasi sottili e tormentati delle Alpi, e ad oriente il profilo morbido della collina d'Oltrepo. Ma solo i grandi venti di marzo riuscivano a nettare gli orizzonti, quei venti cos bizzarri e vorticosi che spazzavano la citt di Torino con turbinii di foglie, di chiome, di sottane, limando abbaini e spigoli di palazzi, trasformando le nubi in bandiere, facendo rilucere le vene dei portici e gli occhi femminili, improvvisamente stretti e taglienti e accesi dalla febbre.

    Giovanni Arpino, Il fratello italiano, 1980

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    CAPITOLO I Prego signora, dopo di lei! dissi allanziana donna che precedevo al momento di scendere dal tram. Era la mia fermata: corso Re Umberto, allaltezza di Piazza Solferino. Erano quasi le otto, quel mattino. Attesi pazientemente che la donna mi passasse accanto. Doveva avere pi di settantanni, capelli grigi cotonati, cappotto dello stesso colore un po spelacchiato con collo di pelliccia scura di un animale morto chiss quanti secoli prima, al collo un ornamento di pacchiana bigiotteria, che faceva mostra di s insieme a vistosi orecchini. Completava linsipido ensemble una borsa sdrucita dal troppo uso, al braccio sinistro. La signora mi guard con uno sguardo che pareva voler dire Bravo, ogni tanto si trova qualcuno con un po di buona educazione, porco ca-ne!, ma non apr bocca, fece solo una smorfia di sufficienza e, soste-nendosi con la mano destra alla sbarra di sostegno, scese lentamente i gradini. Sospirai, nel frattempo, soddisfatto del mio bel gesto da bravo ragazzo, e memore di assurdi e iperbolici cazziatoni ricevuti in passato da gente di una certa et. La porta a soffietto del tram si richiuse precisamente nel momento in cui poggiavo il mio piede per terra. Che tempismo! Roba che, se avessi ritardato un secondo, sarei rimasto incastrato nella porta, avrei dovuto discutere con il conducente del mezzo (che manco a farlo apposta non appariva una persona tanto tollerante) e chiss quante altre perdite di tempo e un sicuro occhio nero. Eh no, proprio quel giorno non volevo altre grane. Era sufficiente non aver quasi chiuso occhio durante la notte, e non sapevo cosa mi aspet-tasse. O meglio, sapevo di essere atteso per un appuntamento. Ma di cosa si trattasse, buio assoluto. Per questo avevo fretta di saperne di pi. Mi sentivo pi curioso di una scimmia curiosa. Qualche fiocco di neve cominciava a cadere, volteggiando nel vento freddo che soffiava su Torino gi da qualche giorno. Quel vento aveva

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    spazzato via molta della nebbia che da met novembre gravava rego-larmente sulla citt. Erano le prime serie avvisaglie dellinverno, che spesso si presentava molto rigido. Cerano gi state alcune spolverate di nevischio, nei gior-ni precedenti, ma nulla di preoccupante. Almeno per me, che ero di ori-gine montanara, pochi millimetri di neve raccolti non erano una novit e nemmeno un grande disagio. Provenivo da Mussolano, un piccolissi-mo paese delle Basse Langhe a quasi mille metri di quota, in provincia di Asti. Mille anime in tutto, tra cui quei fieri contadini dei miei genitori, e un fratello che non aveva ancora deciso se tentare la sua strada fuori dal paese o restare l a tramandare le tradizioni di famiglia. A volte, nelle fredde serate dinverno, in quel piccolo borgo, veniva da chiedersi veramente se si era nati al momento giusto, se qualcuno si era reso conto che ci si trovava nel nuovo secolo, e non bastava guardare la televisione, fumare sigarette o leggere di tanto in tanto un giornale per sentirsi uomini moderni. Occorreva viverla davvero quella nuova av-ventura, scegliere se lasciare la rassicurante monotonia della propria ca-sa per buttarsi anima e corpo nella nuova vita in citt oppure restare con i piedi piantati per terra, in attesa che i giorni, i mesi e gli anni passasse-ro senza sussulti importanti, perdendo significato, sazi solo del proprio dovere e dei propri orizzonti limitati, tra un buon bicchiere di vino e un piatto caldo. Nella casa dove ero nato si assaporava una quiete familiare fatta di cenni e silenzi, come se il parlare fosse un vero e proprio spreco diniziativa, e tutto quello che cera da dire era gi stato detto. Le cose importanti non erano quelle gi fatte, tantomeno quelle gi dette, ma quelle da dire e da fare. Senza il continuo lavoro di ognuno non si sa-rebbe mosso nulla in quel piccolo mondo contadino. Purtroppo io non mi sentivo un contadino, per cui scelsi di lasciare quella realt. Troppo grande era il mio desiderio di conoscenza, di a-prirmi al nuovo mondo, alla grande citt. E fu per questo che mi piac-que lidea di lasciare il paese per andare a vivere a Torino. E se si debba parlare di pentimento alcuno, vi assicuro che mai, neppu-re dopo i tanti disagi patiti, ebbi un cedimento in quel senso. Mai ho rimpianto di aver messo piede in quella citt. Fu cos che mi entr nelle vene il senso di appartenenza a una nuova e pi grande realt, quel desiderio di scoperta e riscoperta di ogni angolo

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    della citt, come se per ogni mattone e per ogni pietra valesse davvero la pena di osservare, vivere, amare. Di me era difficile capire che ero un campagnolo trapiantato in citt. Vestivo come molti giovani della mia generazione: maglione dolcevita, spesso con colori improponibili al giorno doggi, pantaloni a zampa di elefante cos comuni allepoca. Inoltre, avevo un atteggiamento distac-cato e sicuro, come fossi sempre vissuto in una grande citt. Notavo, al contrario, quanto fossero impacciati altri giovani che venivano, come me, dalla provincia. La circolazione, nei punti dove si formava un po di ghiaccio, in genere andava in tilt, soprattutto nelle ore di punta. Quel giorno, per, sembra-va essere tutto normale. Mi alzai il bavero del cappotto e, nel farlo, maledissi la fretta perch non mi ero portato appresso la sciarpa di lana. E dire che ne avevo in casa unintera collezione. Mia madre me ne regalava una ogni anno: puntualmente, il giorno di Natale. Mancava ancora una ventina giorni al Natale. Era il 4 dicembre del 1975. Tutto intirizzito dal freddo, presi a muovermi lungo il marciapiede. Do-vevo raggiungere Via Alfieri. La sera prima la voce del prof. Sibarozzi, ordinario di Scienza delle Co-struzioni presso il Politecnico di Torino, dove ero da poco tempo ricer-catore a contratto, era stata lapidaria. Mi aveva detto, senza esitazioni: Ho bisogno di parlarle urgentemente, Gulli, per una questione molto importante, per me e per lei. Mi raggiunga domani mattina, alle otto in punto, nello stabile di via Vittorio Alfieri al numero 7, terzo piano, in-terno 2. Cerchi di Berardizzi. E fondamentale. Non faccia domande adesso, per cortesia, domani sapr. Tu Tu Tu Tu ripeteva monotono il ricevitore al mio orecchio. Non riuscii a dirgli altro se non Va bene, professore, sar puntuale visto che, appena ebbi pronunciato queste parole, lui aveva interrotto la comunicazione. Rimasi qualche secondo con la cornetta in mano, perplesso. Erano or-mai cinque anni che conoscevo il prof. Attilio Sibarozzi, insigne rap-presentante dellambiente universitario torinese e nazionale. Avevo ot-tenuto grazie a lui una borsa di studio per una ricerca brillantemente portata a conclusione, dopo la quale ero riuscito a superare un concorso per un posto da ricercatore (diciamola tutta, lui aveva mosso un bel po

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    di pedine, ma era cos che funzionava quellambiente, prendere o la-sciare!), ed era poco pi di un anno che lavoravo presso il Politecnico di Torino, nella sede di corso Duca degli Abruzzi. Il nostro rapporto era sempre stato quello barone-sottoposto, per cui gli davo sempre del lei. E lui ricambiava. Il mio lei era una forma di ti-more reverenziale misto a quellammirazione che si pu nutrire nei confronti del maestro. Il suo lei era invece un appellativo di sufficienza, visto che aveva altri validi ricercatori al suo servizio, e non mi aveva mai concesso qualche parvenza di predilezione particolare. Ero, per far-la breve, solo uno dei suoi tanti schiavetti. Il concetto di validit nel mondo universitario era pari alla capacit di calarsi le braghe nel momento opportuno, di sopportare e sopportare e sopportare. Quella era la strada, unica e sola, che cominciava come un budello stretto pieno di ostacoli e continuava in un budello, un po pi largo ma sempre pieno di ostacoli. A meno di diventare un Sibarozzi, la tua vita e la tua carriera erano appese a un s o a un no di chi aveva il potere di decidere, e poco valeva il tuo lavoro e i chili di carte scritte a macchina, i libri letti e rivoltati e la sapienza accumulata. E due palle cos che ti facevi nello studiare e studiare e studiare. Ricordo le battaglie degli operai FIAT allepoca, le dure contestazioni per ribaltare una situazione obiettivamente non pi sopportabile, fatta di soprusi e di mancanza di diritti, avallate dal silenzio che qualcuno, qualche anno prima, aveva trovato il coraggio di rompere per far parla-re le anime, anche le pi silenziose. Ecco, io in quel senso mi sentivo oppresso come gli uomini in tuta, in una citt dove limpronta industriale era diventata essenziale, dove limmigrazione dei ventanni precedenti aveva portato a unintensa tra-sformazione della vecchia citt sabauda. Ogni giorno respiravo anche io la

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