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Gramsci e la cultura popolare Antropologia culturale per la laurea magistrale – Popolo popolare populismo a.a. 2017-18

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Gramsci e la cultura popolare

Antropologia culturale per la laurea magistrale

Popolo popolare populismo a.a. 2017-18

Una definizione di folklore

Il folklore pu esser considerato come la concezione del mondo e della vita, implicita in grande misura, di determinati strati (determinati nel tempo e nello spazio) della societ, in contrapposizione (anchessa per lo pi implicita, meccanica, oggettiva) con le concezioni del mondo ufficialiche si sono succedute nello sviluppo storico (Quaderno 27, Gramsci 1975, vol. III, p. 2311).

Il concetto di cultura in G. Concezione del mondo e della vita espressione che potrebbe

essere accostata al concetto antropologico di cultura; tanto pi in quanto si tratta di una cultura implicita, cio non elaborata in modo consapevole dai gruppi che ne sono portatori. Occorre per notare subito che in Gramsci il termine cultura non compare mai nellaccezione antropologica e relativistica quella cio di un sistema di significati che struttura sfere non del tutto commensurabili di percezione del mondo e di pratiche quotidiane. Cultura per lui invece qualcosa di simile a una morale, a una filosofia in grado di produrre effetti politici (di consenso o di opposizione) e di muovere lazione storica anche quando questa filosofia non sia articolata sistematicamente, come nel caso dei ceti subalterni. Questi ultimi, e in particolare i contadini, non possiedono infatti intellettuali in grado di produrre costruzioni culturali complesse e formalizzate (Quaderno 12, ibid., p. 1514).

Agglomerato indigesto Il popolo (cio linsieme delle classi subalterne e strumentali di ogni forma di societ finora esistita) non pu avere per definizione concezioni del mondo elaborate, sistematiche e organizzate. Le risorse per produrre questa elaborazione sono infatti nelle mani dei ceti dominanti. Per questo il folklore si configura come agglomerato indigesto di frammenti di tutte le concezioni del mondo e della vita che si sono succedute nella storia, della maggior parte delle quali, anzi, solo nel folclore si trovano i superstiti documenti mutili e contaminati (Q27, ibid, p. 2312). In altre parole, il folklore si costituisce per caduta di elementi residuali e talvolta fossilizzati della cultura alta; un punto di vista, anche questo, non lontano da quello di Croce, e che sembra concedere qualcosa alla nozione di sopravvivenza.

Folklore progressivo Tuttavia, nella visione gramsciana il folklore non soltanto un deposito inerte di disorganiche sopravvivenze: esso anche in grado di esprimere una serie di innovazioni, spesso creative e progressiste, determinate spontaneamente da forme e condizioni di vita in processo di sviluppo e che sono in contraddizione, o semplicemente diverse, dalla morale degli strati dirigenti (ibid., p. 2313). In quanto riflesso delle condizioni di vita culturale del popolo, il folklore manifesta dunque una differenza irriducibile rispetto al progetto culturale egemonico: ne rappresenta il limite, il segnale che esso non riesce mai completamente ad esaurire la pensabilit della vita.

Al di fuori dei Quaderni

gli aspetti della cultura popolare sono oggetto di una valutazione quasi sempre positiva da parte di Gramsci. I dialetti, le storie e le leggende, i saperi locali appaiono come forme creative di una cultura viva e per certi aspetti peculiare e distintiva. Sono diversi i contesti discorsivi in cui Gramsci colloca queste sue riflessioni: potremmo distinguerli in discorsi di tipo autobiografico, pedagogico, estetico e politico. (Mimmo Boninelli, Frammenti indigesti, Roma, carocci, 2007)

Cultura popolare sarda Colpiscono in modo particolare i passi delle Lettere in cui Gramsci si riferisce ai

ricordi dinfanzia e al piccolo mondo locale di Ghilarza. Rievoca situazioni, racconti, espressioni dialettali; chiede ai familiari notizie e ragguagli su particolari della vita di paese con unattenzione che non esagerato definire qualche volta etnografica. Si pensi alla lettera in cui chiede infornazioni sulle abitudini alimentari di diversi ceti sociali: Vorrei che Grazietta mi informasse di ci che mangia in una settimana: una famiglia di zorranaderis [giornalieri], di massaios a meitade [mezzadri], di piccoli proprietari che lavorano essi stessi la loro terra, di pastori con pecore che gli occupano tutto il tempo e di artigiani (un calzolaio o un fabbro) [] (domande: in una settimana quante volte mangiano carne e quanto? Oppure non ne mangiano? Con che fanno la minestra, quanto olio o grasso ci mettono, quanti legumi o pasta ecc. (in Boninelli 2007, p. 40). Questa attenzione tutta antropologica alla cultura materiale fa il paio con le numerose rievocazioni di storie, aneddoti, esperienze infantili fortemente intrise di elementi folklorici (si pensi allepisodio dellincontro con lo scurzone, in una lettera a Tatiana del 1930: un serpente leggendario che Gramsci afferma di aver visto pi volte da bambino in Sardegna).

Lo scurzone Carissima Tatiana, [] Da bambino io ero un infaticabile cacciatore di lucertole e di serpi, che davo da mangiare a un

bellissimo falco che avevo addomesticato. Durante queste caccie nelle campagne del mio paese (Ghilarza), mi capit tre o quattro volte di trovare un animale molto simile al serpe comune (biscia), solo che aveva quattro zampette, due vicino alla testa e due molto lontane dalle prime, vicino alla coda (se si pu chiamare cos): lanimale era lungo 60-70 centimetri, molto grosso in confronto della lunghezza, la sua grossezza corrisponde a quella di una biscia di 1 metro e 20 o un metro e 50.

Le gambette non gli sono molto utili, perch scappava strisciando molto lentamente. Al mio paese questo rettile si chiama scurzone, che vorrebbe dire scorciato (curzu vuol dire corto) e il nome si riferisce certamente al fatto che sembra una biscia scorciata (bada che c anche lorbettino, che alla poca lunghezza unisce la proporzionata sottigliezza del corpo). A Santu Lussurgiu dove ho fatto le tre ultime classi del ginnasio, domandai al professore di Storia Naturale (che veramente era un vecchio ingegnere del luogo) come si chiamasse in italiano lo scurzone. Egli rise e mi disse che era un animale immaginario, laspide o il basilisco, e che non conosceva nessun animale come quello che io descrivevo. I ragazzi di Santu Lussurgiu spiegarono che nel loro paese scurzone era appunto il basilisco, e che lanimale da me descritto si chiamava coloru (coluber latino), mentre la biscia si chiamava colora al femminile, ma il professore disse che erano tutte superstizioni da contadini e che biscie con le zampe non ne esistono. Tu sai come faccia rabbia a un ragazzo sentirsi dar torto quando invece sa di aver ragione o addirittura essere preso in giro come superstizioso in una questione di cose reali; penso che a questa reazione contro lautorit messa a servizio dellignoranza sicura di se stessa dovuto se ancora mi ricordo lepisodio. Al mio paese poi non avevo mai sentito parlare delle qualit malefiche del basilisco-scurzone, che per in altri paesi era temuto e circondato di leggende

Il dialetto Gramsci non parla mai di folklore quando si inoltra nei dettagli

etnografici della vita popolare o nelle forme espressive radicate nel mondo locale della Sardegna. Ma chiaro che si sta riferendo a qualcosa di molto simile a un concetto di cultura che noi chiamiamo antropologico, inteso come radicamento in un mondo locale di significati. Questa sembra anzi per Gramsci la base di ogni autentica cultura, inclusa quella alta. Da qui il ruolo pedagogico che gli assegna, molto evidente ad esempio in un celebre brano di una lettera alla sorella Teresina sul ruolo del dialetto (o meglio, della lingua sarda) nelleducazione dei nipoti: Franco [] in che lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in sardo e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente in sardo. Ci ha nuociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia []. Ti raccomando, proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nellambiente naturale in cui sono nati: ci non sar un impaccio per il loro avvenire, tuttaltro (p. 33).

Canti popolari Grande interesse Gramsci dimostra anche per quei generi espressivi della cultura

popolare, come la narrativa, il canto e il teatro, che possono divenire veicolo di un discorso pi esplicitamente politico. Negli scritti politici e giornalistici precarcerari Gramsci appare molto interessato alle forme di espressione in qualche modo spontanea di istanze sindacali e politiche dei lavoratori attraverso forme di quello che nel dopoguerra sar chiamato folklore progressivo.

Scrive ad esempio a proposito dei canti popolari: Rafforziamo la nostra coscienza coi ricordi, con limmergere il nostro spirito nel fiume della nostra tradizione, della nostra storia (cit. a p. 147). poi colpito a pi riprese da casi di riadattamento di canzonette in voga a contenuti satirici o di protesta. In questa parte si manifesta in modo pi chiaro la tendenza gramsciana a definire il popolare in termini di contrapposizione tra piano ufficiale e non ufficiale (un aspetto della contrapposizione egemonico-subalterno). La cultura popolare lavora sottobanco, in modo interstiziale, riplasmando in relazione alle sue esigenze (cio lespressione dei modi di concepire il mondo e la vita delle classi subalterne) la materia prima ufficiale o istituzionale.

Nei Quaderni, commentando una tipologia dei canti popolari proposta da Rubieri, Gramsci ha modo di tornare a una definizione molto chiara di folklore: ci che contraddistingue il canto popolare, nel quadro di una nazione e della sua cultura, non il fatto artistico, n lorigine storica, ma il suo modo di concepire il mondo e la vita, in contrasto colla societ ufficiale: in ci e solo in ci da ricercare la collettivit del canto popolare, e del popolo stesso (p. 150). Nel momento in cui queste espressioni della cultura popolare diventano a loro volta ufficiali, tuttavia, la loro vena creativa va estinguendosi.

Canzone napoletana quanto accade con la crisi della canzone dialettale napoletana,

commentata in un altro passo dei Quaderni (La fonte di Piedigrotta [] stata essicata perch era diventata ufficiale e i canzonieri erano diventati funzionari ); nello stesso modo in cui la teorizzazione (cio la istituzionalizzazione) di Strapaese ha ucciso strapaese (in realt si voleva fissare un figurino di strapaese assai ammuffito e scimunito (p. 149).

Si configura qui una contrapposizione tra due aspetti della cultura popolare: una fase che potremmo chiamare spontanea, non ufficiale, o persino naturale, caratterizzata da vitalit creativa, e una fase in cui essa viene rappresentata in modo oleografico, ufficializzato e ingessato, verso la quale Gramsci molto critico sul piano delle valutazioni estetiche come di quelle politiche

Interpretazione togliattiana

Gramsci, nonostante quanto stato affermato con burbanzosa fatuit, non era populista, e folklore per lui un concetto negativo [] E compito della filosofia della prassi, in quanto espressione delle classi subalterne, precisamente educare le masse, liberandole dalla loro cultura arretrata e portandole a una visione del mondo moderna e universale (G. Petronio 1987, pp. 86-87);

Folklore e senso comune Il senso comune il folclore della filosofia affermazione che ritorna spesso nei Quaderni. I due concetti sono accomunati dalla natura frammentaria, disorganica, contraddittoria: vale a dire dal non risultare composti in un sistema di sapere ufficiale, elaborato da professionisti (cio da intellettuali); entrambi risultano da una sorta di sedimento che le concezioni sistematiche e ufficiali lasciano dietro di s nel loro trascorrere storico. Abbiamo gi visto, nelle Osservazioni sul folclore, lidea dei frammenti indigesti di tutte le concezioni del mondo e della vita che si sono succedute nella storia. Qualcosa di simile vale per il senso comune: Ogni strato sociale ha il suo senso comune e il suo buon senso, che sono in fondo la concezione della vita e delluomo pi diffusa. Ogni corrente filosofica lascia una sedimentazione di senso comune: questo il documento della sua effettualit storica. Il senso comune non qualcosa di irrigidito e di immobile, ma si trasforma continuamente, arricchendosi di nozioni scientifiche e di opinioni filosofiche entrate nel costume. Il senso comune il folclore della filosofia (Q 24, p. 2271).

segue

il senso comune definito come la filosofia dei non filosofi, cio la concezione del mondo assorbita acriticamente dai vari ambienti sociali e culturali in cui si sviluppa lindividialit morale delluomo medio. Il senso comune non una concezione unica, identica nel tempo e nello spazio: il folclore della filosofia e come il folclore si presenta in forme innumerevoli: il suo tratto pi caratteristico di essere una concezione (anche nei singoli cervelli) disgregata, incoerente, inconseguente, conforme alla posizione sociale delle moltitudini di cui esso la filosofia (Q 11, p. 1396).

segue E ancora: verso entrambi, senso comune e folklore, Gramsci si esprime pi volte nel senso di un loro necessario superamento. Leducazione popolare nella prospettiva della filosofia della praxis deve partire dallanalisi critica del senso comune (Ibid.); e anche il folklore va preso sul serio per poterlo meglio superare. Sta qui lutilit di uno studio serio del folklore in pedagogia: conoscere il folclore significa pertanto per linsegnante conoscere quali altre concezioni del mondo e della vita lavorano di fatto alla formazione intellettuale e morale delle generazioni pi giovani per estirparle e sostituirle con concezioni ritenute superiori: solo cos la scuola potr determinare realmente la nascita di una nuova cultura nelle grandi masse popolari, colmando il distacco tra cultura moderna e cultura popolare o folclore. Una mossa che corrisponderebbe, sul piano storico, a quanto realizzato dalla Riforma nei paesi protestanti (Q 27, p. 2314).

Folklore e cultura popolare Gramsci parla di una cultura viva e naturale alla quale non attribuisce letichetta di folclore. Il termine si lega inevitabilmente, nel contesto degli anni 20 e 30, a quella tradizione di studi italiana che per Gramsci pecca, come si visto, di ingenuit teorica: studi che riducono il folclore al pittoresco e al primitivo, astraendolo proprio dai contesti di vita reale e dalla concreta determinazione sociale che lo caratterizza. Studi, oltretutto, che nel ventennio aderiscono con solerzia alle politiche popolari del fascismo, sia nelle rappresentazioni idilliache e antistoriche del mondo tradizionale sia negli esiti razzisti delle politiche dellidentit: un collaborazionismo su cui nei Quaderni non vi sono ovviamente notazioni esplicite, ma che difficilmente poteva esser sfuggito a Gramsci. Si potrebbe allora suggerire che quando parla di folclore Gramsci si riferisce alloggetto creato da questa scienza, fossilizzato e destoricizzato, che egli si sforza di distinguere e districare da un concetto pi vivo e storico di cultura popolare, quello capace di esprimere innovazioni creative e progressive, determinate spontaneamente da condizioni di vita in processo di sviluppo e che sono in contraddizione, o solamente diverse, dalla morale degli strati dirigenti (Q 27, p. 2312).

Un museo di frammenti Costanza Orlandi (2005, pp. 99-100) ha suggerito di intendere il concetto

gramsciano di folclore come laspetto sedimentato di una cultura popolare, che invece in quanto cultura in continuo sviluppo e movimento. Il folclore sottratto alla storia, racchiuso in una sfera protetta dal confronto con la modernit. Lespressione usata nella prima stesura delle Osservazioni sul folclore conferma questa lettura: l agglomerato indigesto definito qui un museo di frammenti di tutte le concezioni del mondo e della vita che si sono succedute nella storia (Q, p. 89). Museo richiama ancora una volta le pratiche dei folkloristi e rende bene lidea dellisolamento dal vivo flusso culturale e lingessatura in una dimensione statica. Si potrebbe ipotizzare che nella seconda stesura il termine museo venga lasciato cadere perch incompatibile con il nuovo tema che viene introdotto, quello delle potenziali capacit innovative, creative e progressive del folclore (tutto il passo in questione, che come abbiamo visto stato decisivo per la nascita della nuova demologia italiana, era infatti assente nella prima stesura).

G. contro il folklorismo Siamo nel quaderno 11, e Gramsci sta criticando lopera di Henri De Man, Il superamento del marxismo, nel quadro di una riflessione epistemologica sui rapporti tra sentire, comprendere e sapere. Com noto, per Gramsci lintellettuale organico non pu sapere senza comprendere e non pu comprendere senza sentire le passioni elementari del popolo-nazione. Ebbene, il De Man studia i sentimenti popolari, non con-sente con essi per guidarli e condurli a una catarsi di civilt moderna scrive Gramsci; e aggiunge che la sua posizione quella dello studioso di folclore che ha continuamente paura che la modernit gli distrugga loggetto della sua scienza (Q 11, p. 1506).

segue Siamo cos tornati al famoso passo delle Osservazioni sul folclore: dove Gramsci fa rimarcare non tanto lesistenza del folclore come cultura antropologica separata o parallela rispetto a quella delle classi dominanti; bens lesistenza di uno scarto allinterno della storia della cultura italiana o europea, per cui, in connessione con lappartenenza di classe, si presentano concezioni (imperativi morali, in questo caso) che non corrispondono a quelli ufficiali, egemonici, formalizzati e sistematizzati dalle istituzioni e dagli apparati intellettuali dello Stato (o della Chiesa). A questo scarto produttore di differenza si contrappone loperazione dei folkloristi, che invece neutralizzano questa materia prima attraverso rappresentazioni oleografiche e fossilizzanti, che tendono a riportarla completamente allinterno dellufficialit egemonica.

Nazionale vs. folkloristico Nota del Q 14 dedicata al rapporto tra nazionale e folcloristico. Scrive Gramsci: il folcloristico si avvicina al provinciale in tutti i sensi, cio sia nel senso di particolaristico, sia nel senso di anacronistico, sia nel senso di proprio a una classe priva di caratteri universali (almeno europei). C un folcloristico nella cultura, a cui non si suole badare: per esempio folcloristico il linguaggio meledrammatico, cos come tale il complesso di sentimenti e di pose snobistiche ispirate dai romanzi dappendice (Q 14, p. 1660). A questo punto, Gramsci si diverte a enunciare una serie di esempi di che cosa folcloristico e di cosa nazionale, e in quale grado. Vediamoli:

Carolina Invernizio, che ha creato di Firenze un ambiente romanzesco copiato meccanicamente dai romanzi dappendice francesi che hanno per ambiente Parigi, ha creato determinate tendenze di folclore;

Ci che stato detto del rapporto Dumas-Nietszche a proposito delle origini popolaresche del superuomo d appunto luogo a motivi di folclore.(qui Gramsci si riferisce al fatto che la nozione di superuomo, nella sua diffusione pi o meno popolare, si mischiata con un modello diffuso da romanzi dappendice; per cui pare si possa dire che molta sedicente superumanit nicciana ha solo come modello e origine dottrinale ilConte di Montecristo di A. Dumas (Q 14, p. 1637); DAnnunzio ha in questo senso caratteri folcloristici spiccati, anche se meno di altri, per la sua cultura superiore e non legata immediatamente alla mentalit del romanzo di appendice;

Se Garibaldi rivivesse oggi, con le sue stravaganze esteriori etc., sarebbe pi folcloristico che nazionale;

Era nazionale [] Cavour nella politica liberale, De Sanctis nella critica letteraria (e anche Carducci, ma meno del De Sanctis), Mazzini nella politica democratica: avevano caratteri di folclore spiccato Garibaldi, Vittorio Emanuele II, i Borboni di Napoli, la massa dei rivoluzionari popolari etc., oltre a molti individualisti-anarchici popolareschi [che] sembrano proprio balzati fuori da romanzi di appendice

Infine, a questo provincialismo-folcloristico italiano [] legato ci che agli stranieri appare essere un istrionismo italiano, una teatralit italiana, qualcosa di filodrammatico, quellenfasi nel dire anche le cose pi comuni, quella forma di chauvinismo culturale che Pascarella ritrae nella Scoperta dellAmerica, lammirazione per il linguaggio da libretto dopera ecc. ecc. (Q 14, pp. 1660-61).

segue si pu dunque dire che un carattere nazionale quando

contemporaneo a un livello mondiale (o europeo) determinato di cultura ed ha raggiunto (sintende) questo livello (Ibid.). Cavour, Mazzini e De Sanctis rispondono a questi requisiti; Garibaldi, i Savoia e i Borbone, cos come le masse rivoluzionarie del Risorgimento, si collocano a un livello diverso, inferiore: sono legati a un contesto locale anacronistico e provinciale. Ma perch anche folcloristico? Questo aspetto sembra legato alladozione di un atteggiamento melodrammatico: una immagine esteriore stravagante, bizzarra, teatrale, un linguaggio enfatico e retorico, un compiacimento istrionico nel mettere in scena il proprio pi o meno consapevole provincialismo. Tutte caratteristiche del fascismo, si noter: si pu pensare che Gramsci abbia in mente proprio lo stile fascista come bersaglio delletichetta provincialismo folcloristico.

segue E occorre anche notare che questa contrapposizione tra nazionale e folcloristico avviene tutta allinterno della cultura egemonica, per meglio dire di una storia degli intellettuali. Da Carolina Invernizio a DAnnunzio, sono gli intellettuali a creare gli spazi per gli atteggiamenti folcloristici. Esattamente come sono gli intellettuali a produrre quellimmagine pittoresca della cultura popolare, che ostacola la possibilit di studiarlo come concezione del mondo e della vita delle classi subalterne. Evidentemente Gramsci considera questi due fenomeni lingessatura della cultura popolare come elemento pittoresco da classificare ed esibire, e la messa in scena melodrammatica di caratteri da romanzo dappendice come aspetti di uno stesso processo politico-culturale; processo che rende provinciale la cultura italiana e le impedisce di accedere a una autentica dimensione nazionale.

Cathy Crehan, il concetto di cultura in G.

In Gramsci, la cultura non rappresenta mai qualcosa come un dominio autonomo. Cos come non contrappone la cultura a una pi fondamentale base economica, egli non la contrappone neppure alla storia. Piuttosto, per Gramsci la cultura un precipitato che si genera costantemente nel corso della storia. In altre parole: i modi di essere e di vivere il mondo che chiamiamo cultura possono esser visti come forme particolari assunte in un certo momento del tempo dalla interazione di una moltitudine di processi storici. L'approccio complessivo di Gramsci alla cultura, dunque, lontanissimo dalla classica tendenza antropologica a costruire una mappatura di culture distinte e ben delimitate. CATHY CREHAN,, Gramsci, Culture and Anthropology, 2002, p.

72.

Cirese su Gramsci Parlando di popolo Gramsci non si riferiva a una generica categoria ma a una serie di segmenti socio-economici molto precisi: non stende le sue osservazioni secondo generalissime distinzioni di classe ma le articola operativamente alla scala, per categorie, gruppi e sottogruppi (Cirese 1975). In questa pagina Cirese rammenta anche il passo in cui Gramsci distingue un cattolicismo dei contadini, un cattolicismo dei piccoli borghesi e operai di citt, un cattolicismo delle donne e un cattolicismo degli intellettuali anchesso variegato e sconnesso. Cirese vede in ci il riferimento a unit socio-culturali specifiche e discrete: unit di fatto, appunto, che possono diventare oggetto di descrizione e analisi da parte di una scienza positiva della cultura. Ma nel passo appena citato Gramsci mira a rendere pi fluide le distinzioni, non a ingessare specifiche unit danalisi. Pone laccento sul fatto che il cattolicesimo assume significati diversi e variabili nella sua circolazione sociale. E non si tratta solo di un cattolicesimo alto e di uno basso, o ufficiale e popolare, ma di una pluralit di gradi o livelli che sembrano sfumare uno nellaltro. Siamo molto lontani dal tradizionale atteggiamento antropologico, che tende a suddividere il continuum sociale in un numero finito di culture discrete.

Es.: la letteratura popolare Gramsci costantemente impegnato a tracciare

differenze tra segmenti diversi di pubblico che consumano generi diversi di romanzi popolari. Tolstoj pi alto di Sue o di Dumas, ad esempio; tuttavia consegue uno stile nazional-popolare dal quale resta invece lontano Manzoni, ancora prigioniero dello spirito di casta degli intellettuali italiani. Nel romanzo poliziesco Conan Doyle pi basso e Chesterton pi alto, cio pi letterario. In Italia, la fortuna del genere delle vite romanzate dipende dallinteresse di alcuni strati popolari pi smaliziati culturalmente, che non si accontentano della storia tipo Dumas. Ibid., p. 358

segue la biografia romanzata non popolare in senso completo come il romanzo dappendice: essa si rivolge a un pubblico che ha o crede di avere delle pretese di cultura superiore, alla piccola borghesia rurale e urbana che crede di essere diventata classe dirigente e arbitra dello Stato. Al contrario, un romanzo come Il Guerin Meschino rappresenta una determinata letteratura popolare, la pi elementare e primitiva, diffusa negli strati pi arretrati e pi isolati del popolo: specialmente nel Mezzogiorno, nelle montagne, ecc. I lettori del Guerino non leggono Dumas o I miserabili e tanto meno Sherlock Holmes. A questi strati corrisponde un determinato folclore e un determinato senso comune ( Ibid., p. 1675)

Una pagina della Miscellanea ancora pi chiara in proposito. Qui viene discussa la classificazione dei canti popolari proposta da Ermolao Rubieri. Dopo aver ribadito che in qualsiasi canto popolare ci che conta non il fatto artistico, n lorigine storica, ma il suo modo di concepire il mondo e la vita, in contrasto colla societ ufficiale, Gramsci sente il bisogno di precisare: Il popolo stesso non una collettivit omogenea di cultura, ma presenta delle stratificazioni culturali numerose, variamente combinate, che nella loro purezza non sempre possono essere identificate in determinate collettivit popolari storiche. Certo per il grado maggiore o minore di isolamento storico di queste collettivit d la possibilit di una certa identificazione. (Ibid., p. 680)

Riguardo il mondo contadino il rapporto egemonia-subalternit prende la forma di configurazioni culturali relativamente chiuse e compatte: si capisce cos anche luso dellaggettivo folcloristico per prodotti della cultura pi alta, aristocratica o borghese, che includono motivi di isolamento rispetto al livello nazionale-europeo-mondiale. In quale altro senso si potrebbe parlare di motivi folcloristici spiccati in DAnnunzio?

folclorismo contemporaneo? Sarebbe per inciso interessante tentare di proseguire i commenti

gramsciani in relazione alla storia recente. Qui il folclorismo sarebbe probabilmente da individuare nella costruzione di sfere di consenso basate sullisolamento da pi ampie sensibilit europee o globali anche se questisolamento ha caratteristiche diverse dal passato. Ad esempio la televisione considerata uno strumento tipicamente nazional-popolare, che rompe una volta per tutte lisolamento culturale di certi strati popolari. Ma nel nuovo contesto di una circolazione globale delle comunicazioni di massa, il consumo esclusivo di una televisione fatta di pochi canali nazionali (non unita ad altri strumenti informativi), diventa fattore di chiusura e produce tendenze folcloristiche (largamente usate dalla politica populista; il berlusconismo ad esempio, in termini gramsciani, caratterizzato da spiccate tendenze folcloristiche). Rinvio su questo punto a FABIO DEI, Pop-politica. Le basi culturali del berlusconismo, Studi culturali, a. VIII, n.3, 2011, pp. 471-90.

Patrimonio culturale Paradossalmente, secondo la logica dei Quaderni lampio

successo del folk nel dopoguerra (si pensi ad esempio alla musica) non potrebbe invece esser giudicato in termini di folclorismo; la consapevole ripresa delle tradizioni in contrapposizione alla cultura pop e di massa esprime una esigenza alta, per molti versi egemonica, prodotta da emancipazione e da pi larghe vedute e non certo dallisolamento. Cos Orietta Berti, il Festival di Sanremo e lo stile alla Pippo Baudo sono marcatamente folcloristici, mentre il folk di Caterina Bueno o della Nuova Compagnia di Canto Popolare, la Notte della Taranta o il Teatro Povero di Monticchiello hanno caratteri nazionali nel senso gramsciano.

Gramsci e la cultura popolare Una definizione di folkloreIl concetto di cultura in G.Agglomerato indigestoFolklore progressivo Al di fuori dei Quaderni Cultura popolare sardaLo scurzoneIl dialettoCanti popolariDiapositiva numero 11Canzone napoletana Interpretazione togliattianaFolklore e senso comuneseguesegueFolklore e cultura popolareUn museo di frammentiG. contro il folklorismosegueNazionale vs. folkloristico Diapositiva numero 22seguesegueCathy Crehan, il concetto di cultura in G.Cirese su GramsciEs.: la letteratura popolaresegueDiapositiva numero 29Diapositiva numero 30folclorismo contemporaneo?Patrimonio culturale