equilibrio precario

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Gianna Gambini, sentimentale. Firenze 2012-2013. Sullo sfondo di una città sempre più vicina alle metropoli centro-europee e sempre più lontana dalle bellezze rinascimentali citate dalle guide turistiche, si delineano le vicende di un gruppo di trentenni alle prese con un mondo del lavoro fatiscente e instabile. La precarietà delle loro condizioni economiche renderà sempre meno stabili anche le loro relazioni interpersonali, sgretolate dall’impossibilità e dall’incapacità di erigere progetti a lungo termine. Stefano è un professore precario di lettere che rifiuta l’idea di abbandonare la sua patria e ritiene che un cambiamento sia possibile solo tramite una rivoluzione pacifica, che capovolga definitivamente la piramide rovesciata del merito. Per un intreccio di casualità, il Prof. ha la possibilità di entrare in contatto con le alte sfere della Pubblica Istruzione italiana e dedurrà, suo malgrado, che il mondo delle persone semplici è lontano anni luce da chi prende decisioni irrever

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In uscita il 29/2/2016 (15,50 euro)

Versione ebook in uscita tra fine marzo e inizio aprile 2016

(5,99 euro)

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GIANNA GAMBINI

EQUILIBRIO PRECARIO

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EQUILIBRIO PRECARIO Copyright © 2016 Zerounoundici Edizioni

ISBN: 978-88-6307-961-6 Copertina: immagine proposta dall’Autore

Prima edizione Febbraio 2016 Stampato da

Logo srl Borgoricco – Padova

Ogni riferimento a persone esistenti, a luoghi o a fatti realmente acca-duti è puramente casuale.

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La fine di un’immagine o l’immagine di una fine Oppure

L’illusione di un’immagine O l’immagine di un’illusione

Oppure La fine dell’illusione di un’immagine

O la fine dell’immagine di un’illusione

Ketty La Rocca

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L’immagine di copertina è stata realizzata da Lucio Della Giovam-paola Desiderio irrefrenabile di muoversi, ecco quello che sentiva. Non c’era nient’altro che avesse motivo di esistere in quell’esatto momento sul pianeta Terra, se non il bisogno impellente di ridare vita al braccio in-tormentito, al collo indolenzito, alla gamba ormai andata, forse per sempre. Correva un rischio ben peggiore, però, di dire addio a gamba, collo e braccio in un colpo solo. Sapeva esporsi, ma al momento oppor-tuno, non era certo un kamikaze. E muoversi, in quell’istante, nel mo-mento esatto in cui il sole filtrava rosato dalle tende solo accostate, era un gesto davvero sconsiderato, a meno che non volesse perdersi nel vortice dei perché, dei quando e dei come. Poco più di un’ora al suono della sveglia: poteva resistere. Quarantotto minuti al suono della sve-glia: poteva ancora resistere. Trentotto minuti al suono della sveglia: se adesso ci si metteva pure la necessità non rinviabile di svuotarsi, era davvero troppo. Con la mano superstite provò a sollevare quella testa riccia come un cespuglio dalla sua spalla, piano, lentamente, ancora più piano. Una fitta di dolore si impadronì del suo arto superiore, ma non demorse e tentò di sbrogliare la sua gamba, impigliata tra i due ghiac-cioli di lei: era un po’ come giocare agli shangai, un impercettibile fre-mito avrebbe infranto l’equilibrio e da lì, la valanga. Missione compiu-ta, c’era riuscito. Appoggiò tutte e due le piante dei piedi a terra, con una percepiva il pavimento freddo, l’altra, invece sembrava una caro-gna invasa dagli insetti, senza ormai più vita da qualche lustro. Provò ad alzarsi, ma dopo il primo passo la caviglia si piegò, insensibile alla richiesta d’aiuto dei tendini e compì un movimento che di naturale ave-

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va ben poco. Imprecò. Forte, questa volta, molto forte. Imprecò senza avere il tempo di mettere a fuoco le conseguenze di quell’imprecazione, che rimbombò nella stanza silenziosa con la discrezione di una mandria di bufali. Suo malgrado, si sedette sul letto, lambendo la caviglia con entrambe le mani: stava gradualmente tornando alla vita e non era certo una sensazione piacevole. Giulia si sedette di scatto. Con gli occhi an-cora chiusi fiutava l’aria circostante in cerca del pericolo. O di una pre-da. Un segugio in piena caccia, ecco a cosa somigliava. Un segugio che non voleva farsi sfuggire la preda appena percepita. «Ma che diavolo ti prende…». Aprì un occhio, appena, solo una fessu-ra. «Ma che ci fai in piedi? Ancora non sono le sette… e poi stamani entri alla seconda ora…». Era incomprensibile come appena sveglia, o meglio, ancora addormen-tata, riuscisse a focalizzare in un secondo situazione, contesto, messag-gio, tempo e spazio in cui era immersa. Era ancora più incomprensibile, o meglio insopportabile, il fatto che dovesse tradurre tutto questo in pa-role, quando lui, il Profe, per pronunciare due suoni al mattino doveva essere torturato. Le imprecazioni, no. Quelle erano un caso a parte, quando uscivano era impossibile frenarle a qualsiasi ora del giorno e della notte. Un grugnito provenne dal luogo più recondito del suo io a-nimale. «Ti sei fatto male? Hai avuto un crampo?» lo spirito da crocerossina non tardò a seppellire l’ultimo residuo di sonno. Provò ad alzarsi e contro ogni aspettativa la gamba lo sorreggeva anco-ra, si diresse verso la porta del bagno, limitandosi a bofonchiare: «Ba-gno…». L’acqua fredda a contatto con le guance accaldate gli ricordò per un at-timo le corse in moto. Bugia: una moto non l’aveva mai avuta, caso mai gli tornarono alla mente le fughe, nelle sere d’estate, con il Ciao. Moto-rino di tutto rispetto quando aveva quindici anni, sostituito indegna-mente dalle generazioni successive, generazioni senza poesia, con l’aggressività degli scooter, pesanti e arroganti. Era in bilico tra una ca-duta nel luogo comune del “ma che bei tempi” e uno sguardo a quanto fosse difficile muoversi tra le incertezze dei tremolanti anni adolescen-ziali. Era in bilico tra perdersi in una via o nell’altra, quando gli so-pravvenne la pesante svogliatezza di affrontare improbabili discorsi mattutini.

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Si voltò. Silenziosa come un gatto, col dono dell’ubiquità come un fan-tasma, Giulia si era materializzata sullo stipite della porta. Solo gli slip addosso, e la sua camicia a coprirle a stento i seni. Con la voracità di un rapace si sarebbe gettato in picchiata su di lei per morderla e prenderla, solo qualche tempo prima. Con lo straniamento di un marziano appena atterrato su questo pianeta, si chiedeva se fosse approdato sul versante giusto o se dovesse di nuovo imbarcarsi e partire per una nuova, scono-sciuta galassia, in questa mattina che tardava a sorgere. Cercò di farsi strada tra l’attraente fisicità di Giulia, troppo esposta, concessa, facile da afferrare e il cardine opposto, sfiorando le sue labbra con un bacio, frettoloso senza essercene motivo. E Giulia lo capì, percepì la volontà necessaria del Profe di allontanarsi, senza peraltro scavare nelle vere ragioni del suo distacco. «C’è qualche ragione per cui sei di fretta stamani, alle sei del mattino?» intervenne con un tono acido, da yogurt scaduto. «Non sono di fretta, volevo solo tornare un po’ sotto le lenzuola» esitò il Profe, come se stesse per mentire. «Con te, volevo stare un po’ con te…». «Pensavo che fossi ancora nervoso per ieri sera…». Giulia sorrise e si avvicinò al letto, togliendosi la camicia e accucciandosi tra l’ascella e il petto del Profe. «Temevo che i miei discorsi ti avessero messo un po’ sulla difensiva…». «Non preoccuparti Giulia, ci siamo chiariti, è tutto ok» tentò di conclu-dere, sfiorandole il mento con il pollice e il lobo dell’orecchio con l’indice. Sperava che le zone erogene giungessero in suo soccorso, che non permettessero a Giulia di ragionare, riflettere, infierire ancora e an-cora. «Non lo so Stefano, non so proprio che mi prende». L’aveva chiamato Stefano e non Profe, preannuncio di minuti difficili da affrontare: «Ho trent’anni, cavolo. Alla mia età mia mamma mi aveva già messo al mondo da sei anni, capisci?». «Dai su, si tratta di un secolo fa…» minimizzò il Profe, che intanto si faceva spazio sotto lo sterno di Giulia, mentre una piacevole sensazione di torpore si impadroniva di lui. «Sai che voglio dire. Non sopporto questa mancanza di progetti, di pro-spettiva. Per quanto vogliamo vivere ancora come due studentelli uni-versitari, che pensano solo a cosa faranno tra cinque minuti. Cavolo Ste, l’hai capito che il tempo passa, anche se noi facciamo finta di nul-

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la?». Giulia stava alzando la sua voce stridula, così tanto inopportuna da allontanare ogni idea bellicosa che avrebbe potuto impadronirsi della testa e delle viscere del Profe. Lo sapeva. L’aveva capito ancora prima che aprisse quegli occhi scrutatori quali erano le sue intenzioni. E ora quei lenzuoli rosso sangue erano una trappola da cui difficilmente sa-rebbe uscito indenne. «Giulia, non sono stupido da non capire. Ma non sono neanche così stupido da non aver ben chiara una cosa: se mi metto a correre contro il tempo, comunque, il vincitore sarà lui. Allora tanto vale che viva la mia vita e che rispetti i miei di tempi, fregandomene delle convenzioni…». «E di me!». Un lampo da predatore della savana attraversò lo sguardo di Giulia. Si sedette e piantò i suoi occhi marroni in quelli neri del Pro-fe, che ancor di più si sentì come un topolino tra gli artigli di un gatto. «Parli sempre al singolare tu. Non esiste più un noi. Da quando è così? Dimmi da quando esisti solo tu, esisto solo io, ma non esistiamo più noi? I tuoi di tempi dobbiamo rispettare… e a me? A me non pensi? Non ti ho detto che vorrei un figlio domani… È solo che, lo sai, è solo che vorrei che il destino, per una volta decidesse per noi… Tutto qui». Tutto qui. Aveva provato Stefano a bloccare quel fiume di parole, a in-tervenire a gamba tesa. Aveva quasi rischiato un fallo da espulsione, pur di evitare che Giulia raggiungesse la meta. Invano. Tutto qui, un fi-glio era tutto qui. E ora che Giulia si aspettava che lui dicesse qualcosa, o facesse un gesto verso di lei, tutto quello che stava per uscire dalla sua bocca si era rifugiato altrove. E davvero per quanto il Profe si sfor-zasse, non riusciva a recuperare neanche una di tutte quelle parole che avrebbe voluto pronunciare. Quello che una volta, troppo tempo prima, gli era sembrato un cucciolo indifeso, oggi era una donna, decisa, sicura e irremovibile nel suo istinto procreativo. La baciò, forte, quasi con vio-lenza, senza riflettere. Senza voler capire che quel bacio poteva appari-re a Giulia come lucido assenso e non viscida scappatoia, quale era. L’animale che si portava dentro, però, riusciva sempre a ingannarlo, perché ancora, inesorabilmente, nonostante tutto, voleva Giulia e il suo corpo. Ogni volta, però, ogni volta in cui i loro corpi e i loro umori si mischiavano, un sapore amaro si riversava nella bocca del Profe. Era una sensazione che si insinuava silenziosa tra lui e un piacere materiale troppo facile da raggiungere. Violentato, ecco come si sentiva. Deruba-to. Annientato. Giulia non voleva lui, non desiderava più il suo Stefano, voleva solo i suoi spermatozoi, quei soldatini che avevano il compito di

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raggiungere il traguardo ed esaudire un suo desiderio. Strano a dirsi, probabile solo nella mente contorta del Profe, ma era geloso di se stes-so, o meglio di una parte di sé che era il suo stesso organismo a produr-re. Non poteva definirsi un raggio di sole, quello che dalla finestra si face-va spazio per illuminare il volto addormentato di Giulia. A Firenze, an-che nelle mattine di primavera, una leggera nebbia, mischiata con lo smog ostacola sempre la visione diretta del sole, che compare solo ra-ramente e quando ormai tutta la città è sveglia e brulicante. Il Profe si alzò, scostò la tenda e, spettatore poco partecipe, osservava i palazzi grigi di fronte a lui. Niente rimaneva nella periferia della culla del Ri-nascimento, come citavano le guide per turisti facilmente conquistabili; difficile lasciarsi affascinare da quella città senza tempo, se dalla fine-stra non si percepisce altro che un serpente di strade, il rumore di aerei che arrivano e partono, qualche insegna cinese e alcune scritte che nien-te a che fare hanno con artisti rinascimentali: Novotel, Metro, Cavalli… Facile parlare di una vita insieme, di famiglia, figli, cani, gatti, giardini e situazioni idilliache. Conclusione scontata, vita agiata, sicurezze, cer-tezze, garanzia di felicità illimitata. No, pensava il Profe, non era la vo-glia di libertà a frenarlo, non era il suo spirito alternativo a diminuire la sua voglia di accasarsi, come dicevano gli amici. Era proprio la man-canza di questa libertà che lo condizionava. Essere liberi. Quante volte aveva desiderato questo durante le sue scorribande adolescenziali: liberi dal controllo dei vecchi, liberi dalla scuola, dalle convenzioni, dagli ob-blighi, dai tabù. E queste libertà, una dopo l’altra, se le era prese tutte, facendo cazzate a volte, ma aveva rifiutato ogni imposizione, ogni con-dizionamento, fino a toccare il fondo. Oggi, che da quel fondo era risa-lito e che una vita, dopotutto, era quasi riuscito a costruirsela, suo mal-grado, doveva ammetterlo: solo i soldi danno la libertà. Quel sistema economico capitalista che aberrava e contro cui più volte apertamente si era schierato, oggi lo metteva con le spalle al muro, si vendicava forse di tutti gli attacchi subiti in passato. Erano gli euro a decretare la sua possibilità d’azione. Erano gli stessi euro a obbligarlo nelle scelte, a suggerirgli quale strada percorrere e quale evitare. L’infinito ventaglio delle possibilità si restringeva in base a ciò che aveva e ciò che non a-veva. Un figlio: l’immagine romantica del Profe che gli insegna a tirare due calci a un pallone, che lo rincorre in un prato, che lo guarda e che nei suoi occhi neri, curiosi, misteriosi, ribelli, rivede se stesso. Un fi-

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glio: il proseguimento di sé, la sua futura memoria, la certezza ferma, indissolubile di non essere solo, mai più. E che cosa diavolo aveva da offrire lui a un figlio? Non una casa, nessuna certezza, nessuna prospet-tiva… e allora quella stessa immagine romantica andava in frantumi, spezzata, distrutta calpestata da un sistema che ancora, dopo trentacin-que anni di convivenza con esso, il Profe proprio non riusciva a capire. Da giovane (che espressione triste pensava il Profe, che espressione amara da far roteare nel suo cervello), o meglio qualche anno prima, aveva trovato certezze negli schemi rigidi del calcio di bassa categoria. La sua squadra, gli impegni presi da portare a termine con l’allenatore, i dirigenti, i compagni che credevano in lui, erano un punto fermo e un’ancora di salvezza, per non sbagliare così tanto da non poter tornare indietro. E ci pensava spesso alle leggi dello sport, pensava a quanto fosse gerarchica e corretta la competizione. Una piramide, fissa eppure mutabile. La piramide del merito. Chi valeva, chi era bravo, chi aveva gli attributi, da tutti i punti di vista, la scalava. Pochi arrivavano alla vetta, molti si fermavano a metà strada, né vinti, né campioni. La mag-gior parte rinunciava oppure finiva nel mucchio dei finti calciatori ama-toriali, nel vortice dei sarebbe potuto essere, ma non è. Quando si era accorto che la vetta della piramide non l’avrebbe neanche mai scorta, causa abbandono prematuro da parte di entrambe le ginocchia, aveva attaccato le scarpe con i tacchetti al chiodo, ma la sua vita da calciatore, quella non l’aveva ancora dimenticata. Niente nostalgici calcetti con gli amici, o partitelle scapoli contro ammogliati, nessun tentativo di recu-perare ciò che non era più. Solo uno sguardo a quella piramide, ogni tanto. Una similitudine ribaltata della società di questo tremendo ventu-nesimo secolo. Le poltrone dei vertici non erano occupate da chi se le era conquistate con i meriti, ma dai sederi sempre più pingui, o sempre più rifatti, a seconda dei casi, di chi aveva agito ben poco per ottenerle. O di chi aveva agito in modo sospetto, losco, sporco. Si trattava della piramide rovesciata: chi qualcosa vale rischia di restare alla base, inet-to, per vedersi superare da chi ha tette più sode o requisiti poco chiari. Chiunque lo circondava, era consapevole di far parte del sistema dell’antipiramide, ma sembrava accettarlo obbediente e ossequioso. Lui no, il Profe non voleva e non poteva permettersi la mancanza di azione. Un fuoco dentro cominciava ad ardere, e non bastava muoversi per spegnerlo: era la necessità di cambiare, di provarci almeno a non restare inerme. Un bisogno fisico, viscerale, più che razionale. La spinta del

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cambiamento, la necessità di ribaltare tutto ciò che non andava, tutto ciò che non era, solo per omertà, vigliaccheria, ignavia di troppi. Il rumore della sveglia si sovrappose al fischio della caffettiera che an-nunciava di aver appena terminato la preparazione dell’ennesimo caffè. Giulia, con i capelli ancora arruffati e gli occhi semichiusi, lo salutò con un bacio a fior di labbra e un sorriso complice, che quasi graffiò l’ego un po’ sgualcito del Profe. Era chiaro che lei non aveva capito un bel niente, o forse lui era stato poco diretto, ambiguo. «Mi ero di nuovo addormentata… Ma perché tu sei già in piedi? Sei nervoso? Ha quella piega sulla fronte, quella di quando c’è qualcosa che non va…». Giulia pose le mani intrecciate dietro il collo del Profe e scavò nel suo sguardo nero e profondo, da cui era sempre più difficile estrarre qualco-sa. Si divincolò da quella morsa con la scusa del caffè caldo ancora per poco. Un po’ amareggiato, in verità, che Giulia non ricordasse una data tanto importante per lui, per l’Italia intera, probabilmente. Poggiò le due tazzine sul tavolo, attento a non far cadere neanche una goccia del liquido nero e bollente, e portò subito la sua alla bocca, senza aggiunge-re niente, né zucchero né latte. Era così che faceva chi amava davvero il caffè, diceva sempre a chi non ne sopportava il gusto amaro e deciso. Rischiò come al solito di ustionarsi il palato, non aveva, però, la pa-zienza di aspettare che raggiungesse una temperatura più consona. Giu-lia invece, seduta, continuava a sbattere il cucchiaino nel bordo della tazzina, affinché la dolcezza dello zucchero seppellisse il sapore del caffè. Tin, tin, tin. E ancora tin, tin, tin. Era una dura prova da affronta-re per i nervi poco saldi del Profe. Soprattutto in quella mattina. «Ascolta Giulia, alle sette e mezzo dobbiamo essere da Farina, ne hai ancora per molto?». Sicuramente la frase dalla sua bocca uscì più impaziente di quanto a-vrebbe voluto. Ma non era certo il caso di tergiversare oltre. «Ah già… Farina. Ste’, scusami, ma io non vengo stamani. Non è pro-prio il caso». Stefano, alias il Profe, era rivolto di spalle, stava sistemando la sua taz-zina nella lavastoviglie. Contò fino a tre, poi fino a sei, poi fino a undici e infine fino a diciassette, nel tentativo di calmarsi e darsi un contegno prima di voltarsi verso Giulia. Tentativo fallito. Avrebbe potuto contare anche fino a tremilaottocentotrentasei senza placare il nervosismo che lo stava assalendo. Non riuscì neanche a moderare le parole.

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«Ma che cazzo stai dicendo, Giulia?! Come non è proprio il caso?!» ri-peté scimmiottando la voce un po’ stridula della ragazza. «Ascoltami Stefano, non posso non presentarmi al lavoro. Hai presen-te? Lavoro in un call center, ho il contratto a termine, che scade esatta-mente tra due mesi e ventitré giorni, mi pagano a provvigione e se devo perdere una giornata, beh preferisco farlo per un bel viaggetto…». «Non ho parole… non ho parole…». Non era una frase retorica, quella del Profe, le parole per esprimere quanto fosse deluso, non riusciva proprio a trovarle. Non c’era niente da fare: il suo mondo e quello di Giulia erano sempre più distanti ed era ogni giorno più difficile inventarsi un gemellaggio tra questi due piane-ti. Si diresse verso la camera da letto, si fermò e tornò indietro. Guardò Giulia, alzò la mano, puntò il suo dito indice verso di lei, stava per dire qualcosa, ma di nuovo non trovò le parole. O si fermò un attimo prima di pronunciarle e mandare tutto in rovina. Scrollò le spalle e si rifugiò nella sua camera. «Non prenderla così, Stefano» urlò Giulia, dondolandosi sulle due gambe posteriori della sedia. «Lo so che sarete tantissimi, sarete un mi-lione di persone. Non credo che sarò proprio io a fare la differenza». Per le statistiche, per la stampa, per la questura no, non sarà certo il nome di Giulia a fare la differenza, pensava il Profe. Ma per lui, per lui certo che faceva differenza. La condivisione in un rapporto era fonda-mentale. Gli obiettivi comuni. Non significava certo fare shopping in-sieme, guardare ogni sera la televisione seduti nello stesso divano, ave-re gli stessi hobby, gli stessi amici. Voleva dire avere gli stessi valori, credere negli stessi ideali, condividere le passioni, quelle vere, perenni, insindacabili. E Giulia lo stava tradendo di nuovo per il dio mercato, il dio lavoro, il denaro nostro signore. Quasi peggio che se fosse uscita con un aitante ventenne. Sul mobiletto nero, vicino alla porta d’ingresso, il cellulare stava vibrando. Lasciò che continuasse con il suo movimento inutile e uscì, sbattendo la porta. Non aveva nient’altro da aggiungere, né in quel momento, neanche in seguito, probabilmente.

* * * La business class, negli aerei di linea, non vale il prezzo del biglietto. Sedili più comodi, certo. Qualche piacevole diversivo, uno spuntino, scadente peraltro. Essere lì, però, seduta, con un caffè americano tra le

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mani, senza nessuno che poggia invadente il gomito contro il suo, senza sentire l’odore della pelle di perfetti sconosciuti, essere rispettata, adu-lata e guardata con distacco da chi non può permetterselo, è impagabile. Ecco che cosa avrebbe detto a uno di quegli ingegneri aereonautici che si occupava del perfezionamento dei velivoli: connessione perenne. Non aveva il suo iPhone tra le dita e ciò era un vero ostacolo per il mantenimento del suo equilibrio interiore. Questi marchingegni di fine tecnologia danno dipendenza: se ti abitui a vivere tra applicazioni, gio-chini stupidi, di cui è difficile sbarazzarsi, poi non puoi più farne a me-no. Per non parlare dei social. Da quasi un’ora non aveva controllato il suo account, per vedere le ultime notizie, per conoscere di più sui suoi amici, per dire ai quattro venti dove era, cosa stava per accaderle e so-prattutto per postare una sua foto con quella giacca rosso ciliegia che aveva acquistato in via della Spiga, poco prima che l’autista passasse a prelevarla per condurla a Fiumicino. Non conosceva Firenze, sperava solo di trovare un po’ di traffico dall’aeroporto al centro della città, in modo da poter aggiornare il suo profilo durante il tragitto. Uno sguardo alle unghie: perfette. L’estetista asiatica che si occupava di nail styling nei pressi della casa di suo padre, era davvero in gamba: sembravano vere e non ricostruite con il gel e poi quel brillantino blu, in cima ai due pollici era estroso, ma fine, elegante. Niente a che vedere con quei di-segni orribili, pacchiani che imperversavano nelle unghie di alcune sue ex compagne di corso, aspiranti alla classe, senza neanche sapere cosa fosse. Nel display sopra alla sua testa si accese il segnale che suggeriva di allacciare le cinture di sicurezza e per un attimo la schiena di Bianca si irrigidì, ma si accorse subito che l’aereo stava calando di quota e che, data l’ora, il suo arrivo nella cittadina toscana era imminente. Le sareb-be piaciuto fermarsi qualche minuto a scoprire l’appartamento che suo padre aveva affittato per lei, ma non aveva tempo e non poteva presen-tarsi in ritardo al suo primo appuntamento. No, non si trattava di un rendez-vous romantico, da tempo l’amore era lontano dalle sue preoc-cupazioni. Ragazzi poteva averne, quanti ne desiderava. Troppi si erano inginocchiati davanti a lei senza alcuna dignità, e più loro si trasforma-vano in zerbini, più lei cercava altrove di soddisfare le sue voglie. Ave-va venticinque anni, nessuna delusione sentimentale alle spalle, molte pugnalate, però, sulla schiena degli altri. Meglio loro che io, era il suo motto. Il tempo era trascorso così velocemente che non aveva neanche aperto il fascicolo: l’amico di suo padre si era raccomandato più volte

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di leggerlo prima del colloquio. Prese da sotto il sedile il bauletto di Luis Vuitton, originale, non acquistato dai nordafricani vicino a Porta Portese come usava tra i bassi ranghi. Guardò quel libretto arancione, quasi con disprezzo, scorse le immagini che conteneva: quel sovrappor-si di icone contrastanti tra loro, le diceva ben poco. Un collage, qualche appunto di giornale ritagliato, un pentagramma, contrassegnati da ca-valli in miniatura. Richiuse il volume, confusa. Non si dette per vinta e aprì su una pagina dell’introduzione: Gruppo 70, Fluxus, poesia tecno-logica, poesia visiva. Se qualcuno avesse osservato la sua espressione, sarebbe stato chiaro che non aveva la più pallida idea di cosa significas-sero quei segni neri stampati su bianca carta lucida. Una firma, in fondo alle quattro, cinque pagine incomprensibili. La persona che avrebbe do-vuto incontrare tra poco. Le ruote dell’aereo toccarono la pista di asfalto e Bianca sobbalzò di nuovo. Non le restava altro da fare che rimandare l’appuntamento al primo pomeriggio. In poche ore, forse avrebbe sopperito alle sue man-canze. Odiava fare brutte figure. Odiava dare un’immagine scadente di sé. Poi, in questo modo, avrebbe avuto un momento per scoprire quella che sarebbe stata la sua casa per i due successivi semestri. Fuori dall’aeroporto, il nulla. Un traffico incredibile, una città che si scorgeva in lontananza dietro il cielo grigio, persone che andavano e venivano con bagagli e ventiquattrore: a pensarci bene, non era proprio il nulla, ma Bianca doveva ammettere che non c’era un bel niente che potesse interessare a lei. In quel momento, aveva bisogno soltanto di un taxi e la innervosiva dover aspettare troppo, per ottenere ciò che deside-rava. Fece un passo indietro e le porte automatiche si spalancarono. No-tò proprio all’ingresso di Peretola una bacheca con vari manifesti pub-blicitari, tra i quali spiccava Taxi Nino, il suo momentaneo eroe. Dopo pochi istanti dalla chiamata, arrivò una Opel Astra bianca, travestita da taxi, il cui autista fu ben grato di far salire a bordo quella “bella figlio-la”(da fiorentino Doc, non poteva pensare altrimenti). Scortese, però la bella figliola, visto che non si sforzò neanche di pronunciare un “Buon-giorno”, ma si sistemò sul sedile posteriore, nascosta dietro a degli oc-chiali da sole, non certo giustificati dalle condizioni meteorologiche ed esclamò con tono perentorio: «Via Cavour, 37. In fretta, per favore». Era andata meglio di ciò che il taxista poteva aspettarsi, la fanciulla di evidenti romane origini, si era sbilanciata in un “per favore” del tutto

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inaspettato. Chissà, probabilmente anche i suoi di genitori le avevano insegnato la buona educazione, un tempo; proprio come stava cercando di fare lui con la sua figlioletta che aveva poco più di quattro anni. Sor-rise e avvisò: «Signorina, stamattina ho notato un po’ di traffico sui viali, o meglio un po’ più del solito. Se ha un appuntamento urgente, sarà meglio che av-visi di un probabile ritardo». Non rispose Bianca. Stava già armeggiando sul cellulare, inseparabile e fedele compagno di vita: «Pa’? Sì, sono arrivata ora. No, non vado subito. Ho avuto un tremendo mal di testa per tutto il volo e dovrei dare uno sguardo al fascicolo che mi hai procurato. Certo, certo, sono argomenti che conosco, ma lo sai che la tua bimba vuole essere sicura di fare un’ottima impressione. Lo so, pa’, lo so che è tutto già deciso, ma mi conosci, no? Potresti chiama-re tu per spostare l’appuntamento al primo pomeriggio? Oh, sempre con questi impegni… Lo sai che se chiami tu, non ti diranno mai di no… Grazie papino. Appena vedrò l’appartamento, ti faccio sapere che ne penso. Un bacio. Ciao pa’». Aveva appena posato il cellulare sul sedile, per cercare la trousse da vi-aggio nella borsa, quando il display del telefono si illuminò. Era un sms. “Appuntamento rimandato alle ore 13 e 30. Non fare ritardo. Pa-pà”. Bianca sorrise, era davvero unico suo padre. Ancora una vibrazio-ne e luce da quell’instancabile display. «Ciao Cla’. Oh mio Dio! Cosa credi che possa accadermi? Sono appena scesa, il tempo di sistemarmi sul taxi e ti avrei chiamato io. Certo A-mo’. Ma come potrei averti già dimenticato… I fiorentini? Ma se non ne ho ancora visti uno?! Eccetto un vecchietto che guida il taxi. No, ho rimandato di qualche ora. Sì, avevo bisogno di un attimo di relax e di posare i bagagli. Se permetti è il mio nido, non il nostro. No, non scher-zo, se ti va qualche volta puoi farmi visita, ma… Ascolta devo lasciarti, ti chiamo più tardi. E smettila! Sai che non sopporto chi mi sta troppo addosso. Bye». Chiuse la telefonata con lo sguardo infastidito. Claudio aveva sbagliato ancora. Quando qualcuno smetteva di fidarsi di lei e voleva possederla come un trofeo, automaticamente le veniva naturale tradirne la fiducia. Quel ragazzo aveva solo una fortuna: Bianca per la testa in quel mo-mento aveva tutt’altro. Il taxi si era fermato davanti a un laghetto artifi-ciale circondato da un prato. Alcune coppie di giovani erano seduti

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sull’erba, altri sulle panchine, pochi bambini scorazzavano qua e là, in-curanti dei richiami di madri ansiose. Vicino al lago, una rotatoria, nel mezzo della quale un vigile aveva bloccato una fila crescente di auto. Il taxista si sporse dal finestrino e un collega fermo qualche metro più a-vanti esclamò: «C’è via Masaccio chiusa! Ho provato, ma fanno transitare solo i mezzi di soccorso. Una manifestazione sembra, un corteo non autorizzato». «Signorina, ha sentito?» esclamò il taxista, osservando Bianca dallo specchietto retrovisore. «Dovremmo allungare di qualche minuto il no-stro percorso. Mi dispiace, come vede non posso farci niente. C’è una manifestazione». «Maledetti comunisti!» pensò a voce alta la ragazza. «Veda lei qual è la strada più rapida. Non ho tempo da perdere». Era spazientita e si portò il pollice alle labbra per mordicchiarsi le un-ghie, ma i suoi incisivi si scontrarono con la durezza di quegli artigli plastificati. Maledisse anche l’estetista asiatica che le aveva ricostruite. Poi si calmò e controvoglia estrasse dal bauletto di nuovo quel libro dalla copertina arancione, lo aprì e tentò di capire qualcosa in più dell’argomento di cui trattava. Centocinquanta euro al mese. Centocinquanta euro per un posto auto a quasi centocinquanta metri da casa sua. Assurde le città. Prima o poi lo avrebbe fatto. Prima o poi avrebbe comprato un casolare in campagna, così sotto casa avrebbe potuto parcheggiare anche il trattore, altro che auto. Che poi, definirla auto era una bestemmia, almeno secondo Fari-na. Era uno dei suoi migliori amici e fin da piccolo aveva una passione sfrenata per i motori. Già all’asilo non disegnava altro che macchinine. Soprattutto blu, auto blu tondeggianti, quadrate, addirittura triangolari. Ne delineava i contorni ed era felice. Tutti pensavano fosse una di quel-le fisse momentanee dei bambini, ma Farina non la smetteva più, tanto che in quarta elementare, una mattina, il bidello della scuola gli disse: «Tu diventerai famoso come Pininfarina!». Per i toscani i soprannomi sono pane quotidiano e quel bidello ne aveva servito uno sul piatto d’argento. Da quel giorno, il suo amico, che quasi non ricordava più di chiamarsi Giorgio, divenne per tutti Farina. E Fa-rina ancora oggi era un grande intenditore di auto, anche se la frase del bidello era stata poco profetica e di lavoro faceva il meccanico. E da

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grande intenditore aveva definito la vecchia Y10 del Profe una carretta in fin di vita. Ma il Profe non cedeva. Continuava ad amarla e tenerla stretta a sé, un po’ per motivi economici, un po’ per un attaccamento morboso alla sua prima auto di proprietà, non condivisa con altri fami-liari. Farina era un uomo di design, il Profe era un uomo di poesia e ar-te. Si completavano e uno non poteva invadere il campo dell’altro. Salì nell’auto color bianco sporco, inserì la chiave e si accorse che la sua Lancia aveva deciso di tirare le cuoia proprio durante quella nottata. Imprecò per la seconda volta da quando si era alzato, si frugò nelle ta-sche e ricordò di aver lasciato a casa volutamente il cellulare. Di tornare su e affrontare ancora Giulia non ne aveva nessuna voglia. Unica solu-zione: uscire dal garage, recarsi alla fermata dell’Ataf e sperare che ne passasse uno nel giro di pochi minuti. Quando si parlava di Ataf, altro non c’era da fare che incrociare le dita. A Firenze non avevano un ora-rio fisso, predefinito. I fiorentini si riunivano alla fermata e sapevano che prima o poi quell’autobus arancione si sarebbe fatto vivo. Prima o poi, certo, ma mai al momento opportuno. Il pullman giallo, infatti, era già praticamente fermo e deciso a non a-spettare nessun ritardatario. Il Profe fece l’ultimo tratto correndo e rim-piangendo la beata gioventù che lo stava abbandonando. Salì e in pochi minuti raggiunse viale Morgagni, la fermata più vicina alla casa di Fa-rina. Un uomo semiaddormentato in boxer e maglietta azzurra aprì la porta al Profe. «Cazzo Farina, ancora dormi?». Senza chiedere permesso si catapultò in cucina e con sollievo vide che l’amico aveva ultimato lo striscione. «Oh Profe, dobbiamo solo andare in Piazza Beccaria, poi è tutto pronto. Lo slogan c’è, l’ho finito io». Farina aveva ancora la voce impastata. «La Giulia?». La testa del Profe ebbe un movimento oscillatorio, il suo sguardo cadde sul pavimento ed era chiaro che sarebbe stato meglio evitare altre do-mande o commenti. Era chiaro, ma visto che Farina non era un’aquila, aggiunse: «Ha preferito il Dio capitale, eh? In questo momento starà ballando una canzoncina tecno nella hall, con tutti quelli indemoniati dei suoi colle-ghi! Virzì insegna…».

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«Vai a quel paese Farina, ma vacci davvero!» non scherzava il Profe e Farina si nascose in bagno, momentaneo rifugio alternativo al consiglio dato dal Profe. Spostò lo striscione sul tavolo per rileggere quanto la mente del Baku aveva partorito, ma cadde un posacenere con i resti di una canna. Rac-colse tutto e lo gettò nel cestino. Come poteva pretendere, pensò il Pro-fe, di essere credibile con i suoi ragazzi, quando diceva che tutte le dro-ghe bruciano i neuroni, che farne uso è da stupidi, quando era circonda-to da tipi che non potevano farne a meno. Basta mentire a se stesso. Anche lui un tiro ogni tanto non lo disdegnava. Lo aiutava a rilassarsi e a prendere tutto con più leggerezza. Farina tornò in cucina, seguito dal Baku che era appena arrivato e strin-geva un megafono con la mano destra e una bandiera rossa sulla sini-stra, non casuale di sicuro la distribuzione degli oggetti. «Eccolo lui» ironizzò il Profe, «ci mancava l’uomo col megafono. Ora siamo tutti!». «Ministro Fragranza, muovi quella panza! Governo di papponi, tutti fuori dai coglioni!». La voce del Baku, soprannome di ovvia anarchica memoria, risuonò amplificata dal megafono, in tutto il condominio, per un attimo Farina fu sicuro dello sfratto. Erano un po’ stupiti che la mente del Baku non sapesse fare di meglio, ma abituato a usare quello strumento di protesta in curva Fiesole, si era lasciato un po’ prendere la mano. Nei giorni precedenti le adesioni al corteo di protesta sul sito del Comi-tato Precari di Firenze erano state più di duecentomila, alle quali si sommavano tutti i lavoratori stanchi di essere bistrattati dal governo di centro destra prima e da quello tecnico in seguito. Un governo tecnico che doveva servire a redigere provvedimenti urgenti e che aveva fatto chinare la testa a un’Italia già in ginocchio. La scuola, poi. Il mondo della scuola, di cui il Profe e il Baku facevano parte, era ormai immerso nel fango. Un fango creato dal precedente ministro Palmini e mai pro-sciugato dall’attuale ministro Fragranza, che aveva dato il colpo di gra-zia a precari speranzosi in un futuro. Badate bene, non in un futuro mi-gliore, già da tempo avevano abbandonato le utopie, ma almeno in un futuro sì, in quello ci avevano creduto. Il bello, il brutto, il cattivo. Mentre camminavano per il marciapiede, con passo frettoloso, Farina, occhiali spessi un dito, gambe magrissime e schiena un po’ ricurva interpretava il brutto alla perfezione. L’unica

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esistenza non precaria delle tre, ma sempre con pochi soldi in tasca e troppi sogni da dimenticare o rimandare a tempi migliori. Fisico scolpi-to, un’altezza sopra la media, capelli biondi quasi rasati, abbronzatura da lettino di centro benessere, il Baku, altalenante insegnante di educa-zione fisica e assiduo frequentatore di palestre, oltre che delle loro clienti, era certamente il Bello dei tre. E il Cattivo non restava altro che farlo al Profe: non che fosse brutto, moro, magro, alto, volto sempre un po’ emaciato, sguardo misterioso, che però quella mattina aveva una luce diversa, agguerrita, quasi crudele. Era palese che fosse in conflitto con il mondo intero, in particolar modo con chi quel mondo lo gover-nava, aveva strumenti in mano per migliorarlo, ma non voleva farlo. Un professore. Quando qualcuno lo chiamava così, stentava a riconoscersi. L’immagine che aveva lui di un professore non corrispondeva con il suo essere: i prof erano rigidi, impostati, non si facevano le canne, non protestavano e soprattutto erano benestanti. Non portavano jeans con-sumati o scarpe da ginnastica sfatte e sporche, erano di destra e non comunisti, o tantomeno anarchici. Da quando insegnava lettere nelle scuole medie della provincia, spesso si era chiesto che cosa avesse da spartire con quell’ambiente di apparenze e convenzioni, di regole impo-ste e mai condivise. Ogni volta, però, in cui entrava in classe, ogni volta che vedeva quegli occhi ancora vergini dalle tante brutture del mondo, capiva che quella era la sua missione: trasmettere un messaggio, dei va-lori, porre dei dubbi, prima ancora che la conoscenza della grammatica o della geografia. Il giorno prima aveva spiegato loro perché quel gio-vedì non avrebbero avuto lezione: sciopero. Quella parola non signifi-cava che si poteva stare a letto un’ora in più, oziare, fare una partita con la Wii e poi guardare la Prova del Cuoco con la nonna. Se il Profe non sarebbe stato presente, era perché doveva lottare contro le ingiustizie, contro i ladri di soldi e di futuro, per una scuola che non fosse sempre più simile a un parcheggio dissestato. Era stato così convincente nella sua arringa che un ragazzino, più piccolo nell’aspetto che all’anagrafe, alzò la mano e con un fil di voce aveva chiesto se avrebbe potuto parte-cipare anche lui alla rivoluzione. Il Profe aveva sorriso: «No, Filippo, non è una rivoluzione quella di domani». «Prof, se lei ci ha detto che ‘rivoluzione’ è sinonimo di cambiamento, allora, se domani tutti manifestano perché vogliono cambiare quello che non va… beh, questa è la rivoluzione!» spiegò il tredicenne.

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Il sorriso si spense di colpo. Si accese al suo posto un’espressione con-sapevole nel volto del Profe. Aveva ragione Filippo, quella era la rivo-luzione. E lui, che ormai si era esposto, quel mondo laido doveva cam-biarlo, non fosse altro per lasciare alle generazioni che ora lo ascoltava-no da dietro i banchi, una realtà migliore di quella che lui aveva eredita-to da chi lo aveva preceduto. Rivoluzione. Cambiamento. Rivoluzione. Queste parole riecheggiavano nella testa e nel ventre del Profe, mentre si stava avvicinando a Piazza Beccaria, luogo di ritrovo dei manifestanti. Lui, il Baku, Farina, la loro generazione erano l’anello mancante della catena evolutiva. Avevano ereditato ricchezze, balocchi e profumi, senza i mezzi per sostenerli. Ora, se non volevano che la catena si spezzasse, dovevano trovare il modo che tutto questo potesse passare intatto e se possibile fortificato nelle mani di quelle generazioni di inizio ventunesimo secolo, che con occhi silenziosi e persi nel vuoto di monitor o display, chiedevano aiu-to. Azione e integrazione. Integrazione e impegno collettivo. Collettivi-tà e collaborazione. Esempi. Avevano bisogno di esempi per capire tutti quei termini vuoti. E il Profe non poteva tirarsi indietro. Doveva essere in prima fila ad abbattere le barricate, a sgretolare il muro di un potere ormai lontano anni luce dal popolo. La piazza, già chiusa al traffico, brulicava di persone. Un gruppo di studenti universitari aveva con sé bonghi e trombette e gridava saltel-lante «Attenzione, rivoluzione, ritmo e vitalità!». Dalle vie laterali che si congiungono nel centro, formando una stella a sei braccia, continua-vano ad arrivare gruppetti di persone dalla provenienza più disparata: meccanici, impiegati, studenti, operai. Alcune bandiere sventolavano. Falce e martello, simboli di partiti d’opposizione, le strisce colorate pa-cifiste e le sigle sindacali. La presenza di quest’ultime irritava il Profe. Sì, sapeva che i suoi amici non tolleravano che sparasse contro chi tute-lava i lavoratori. Ma quale tutela, pensava, quale tutela se si erano pie-gati a firmare qualunque accordo, se si erano calati le brache più di una volta, incuranti di chi credeva nel loro aiuto e nel loro sostegno. Era un prof lui, qualche anno prima. Una classe di quindici alunni, venti chi-lometri da casa, uno stipendio ottimo e prospettive ampissime. Una ba-dante a ore, ecco cosa era diventato oggi, grazie ai sindacati proni di fronte alla signora Palmini. Quattro ore a Firenze con ventinove alunni, sei a Reggello con ventisette studenti e sette a Marradi, con soli dodici alunni, perché per vivere lassù ci voleva coraggio. E lo stipendio, quan-

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do lo riceveva puntuale, non bastava neanche a pagarsi la benzina. Fra-granza era intervenuto con il colpo di grazia. Quello sguardo superbo, superiore quando annunciava e decretava la stupidità di tutti quei preca-ri che avevano sputato sangue per raggiungere flebili traguardi, l’aveva ogni giorno davanti agli occhi. Quasi cadde il Profe per la violenza di quell’abbraccio inaspettato. Qualcuno lo baciò sulla bocca, ancora prima che potesse rendersi conto di chi aveva di fronte: «Eccomi Stefano. Te l’avevo promesso e sono arrivata. Scusami per stamattina, non avevo capito quanto ci tenessi!». Giulia. Il Profe sorrise e la baciò di nuovo. Basta riflessioni, era il mo-mento di agire. Rubò lo striscione da sotto il braccio di Farina e lo sro-tolò. I bordi di qualche lettera apparivano un po’ sbafati, ma il senso di quelle parole era chiaro: “La COSTITUZIONE è NOSTRA. Art. 1 L’Italia è una REPUBBLICA fondata sul LAVORO. Art. 34 La SCUOLA è APERTA a TUTTI. Voi l’avete dimenticata!” In un nuovo slancio di affetto abbracciò di nuovo Giulia, che lo guardò negli occhi stupita. «Sei tu che devi tenerci a essere qui» sussurrò il Profe. «Devi tenerci prima di tutto per nostro figlio, quando sarà». Sebbene ancora non fosse scoccata l’ora x, il corteo si avviò verso Piazza Santa Croce, al fine di lasciare spazio ai partecipanti che stavano giungendo numerosi. Il Baku teneva lo striscione da un lato, Farina dall’altro. Dietro Giulia e il Profe si davano la mano guardando avanti e centinaia di persone li seguivano. Un quarto stato moderno. Più colora-to, più festoso, ma ugualmente alla ricerca di una giustizia sociale diffi-cile da ottenere. La materia prima che mancava non era più il pane, ma la dignità. L’uomo non aveva più dignità. Niente più del lavoro, del co-struirsi il futuro, rende l’uomo dignitoso, partecipe e artefice della sua esistenza. E quei politici che avevano rubato tutto ciò dovevano saper-lo, dovevano sapere che stavano distruggendo una generazione e stava-no tarpando le ali a tutte quelle a venire. Aveva una voglia matta di gri-darlo, il Profe, aveva voglia di urlare quanto le loro decisioni prese con insana leggerezza potessero modificare, distruggere, annientare le vite di chi le subiva. “Venceremos Adelante, o victoria o muerte!”. Alcune persone dietro Giulia e Stefano intonarono rime di provenienza cubana. Tre quattro

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voci, poi venti, poi cento, si unirono al coro e la voglia di gridare perva-se gran parte della folla. O victoria o muerte. Proprio così. O vincere, o morire. Non la morte fisica, ma la sconfitta interiore. E volti di Che Guevara, patrono di ogni rivolta, presero a sventolare nei drappi rossi. Ci avrebbe giurato, il Profe, avrebbe giurato che una di quelle bandiere indicava proprio lui e increspando gli angoli della bocca, in un sorriso fiero, gli aveva anche strizzato l’occhio.

* * * Quando le aveva annunciato di non poter proseguire oltre, il taxista fu fortunato che Bianca avesse gli occhiali da sole, poiché, in caso contra-rio sarebbe stato polverizzato dal suo sguardo. Quell’uomo era davvero spiacente di non poter portare a compimento la sua missione, ma sem-brava impossibile proseguire: «Credo che una tale affluenza al corteo, non se l’aspettassero neanche gli organizzatori. Mi dispiace signorina». Aiutò Bianca a scaricare la valigia dal vano posteriore e le indicò l’inizio di via Cavour. Non era poi così distante dall’uscita di Piazza della Libertà, dove aveva accostato per permetterle di proseguire a pie-di. Non salutò l’uomo che aveva di fronte, le allungò sprezzante una banconota da venti euro e gli voltò le spalle senza sapere se quei soldi fossero sufficienti, se dovesse ricevere un resto, oppure se non coprisse-ro la tratta effettuata. Proseguì nel suo percorso, schiena dritta, testa al-ta, petto in fuori e chiappe strette, come le aveva insegnato sua madre un secolo prima. Il portamento è sinonimo di eleganza. Un’andatura goffa renderebbe rozza anche la più fine delle top model. Se non fosse stata troppo concentrata su di sé, o troppo irritata per dover percorrere i marciapiedi fiorentini come una qualunque turista mediocre, avrebbe di sicuro notato che da metà di via Cavour la bellezza della Firenze rina-scimentale annullava il grigiore del traffico mattutino, con la cupola del Brunelleschi che copriva l’orizzonte. Se non avesse impiegato tutta la sua materia grigia per evitare che i tacchi delle decolté si sciupassero nelle lastre scolpite, si sarebbe accorta di essere appena entrata in una delle città più affascinanti al mondo. E proprio i turisti mediocri che tanto disprezzava, almeno questo l’avrebbero certamente percepito. Confrontò due volte l’indirizzo scritto dal padre in un post-it, con il numero civico che aveva di fronte. Trentasette. Era in via Cavour 37.

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Un ampio portone di legno un po’ consumato, che doveva aver cono-sciuto tempi migliori, si stagliava di fronte a lei. Osservò la facciata dell’edificio. In basso, immediatamente sopra al battistrada, l’umidità aveva intaccato la pur recente imbiancatura. Bianca scrollò la testa, c’erano già un paio di cose in quella città, in quella nuova abitazione che non andavano. Troppe, per una abituata ad avere sempre il massi-mo. Entrò nell’atrio della palazzina e questa volta un sorriso affiorò sul-le sue labbra. L’ingresso si stemperava in una corte interna, simile a un chiostro, che delimitava un bellissimo giardino. Un giardino verde, ri-goglioso, con una piccola aiuola decorata con primule fiorite, portatrici sane di una primavera che, sebbene un po’ meno calda che a Roma, era giunta anche nel capoluogo toscano. Un brivido di freddo le percorse la schiena. Era giunta nella sua casa. Lì avrebbe vissuto da sola. Senza suo padre, senza donne di servizio e tantomeno senza Claudio. La sua vita iniziava in quel momento esatto. Libera, era libera e indipendente. La nitida sensazione di aver tagliato le catene fu subito soppiantata da un macigno sul suo petto. Sola, non solo libera, ma anche sola, in quella casa, in quella città, sconosciute e lontane dal suo nido. Le primule, era tutta colpa di quei maledetti fiori. Erano giunti a intaccare la sua rigida scorza, riportando alla mente ricordi di bimba. Lei con sua madre nel bosco. La casa in campagna dei nonni. La corsa a perdifiato per i viot-toli scoscesi del prato. L’odore della mamma, quell’inconfondibile odo-re che il migliore dei profumi in commercio avrebbe solo inquinato. E poi la cucina della nonna, i pranzi tutti insieme, senza preoccupazioni per calorie di troppo, senza neanche l’ombra della tristezza. I giochi in cortile, i salti nelle pozzanghere di fango, i rimproveri bonari per essersi sporcata come un porcellino. Il vuoto di nuovo la stava per inghiottire e Bianca sospirò forte. Strinse i manici del suo bauletto e ripeté a se stes-sa che niente l’avrebbe più allontanata da ciò che desiderava. Dopotutto la vita dura un soffio e non si sa mai quando questo soffio si esaurisce. E ora che poteva, ora che sapeva, questa vita doveva spremerla, senza gettare via neanche la buccia. Quando aprì la porta del suo nuovo appartamento, un lieve sentore di polvere l’avvolse. Poggiò in terra la valigia, il Luis Vuitton e accese la luce. Arredamento classico, pavimenti antichi, ma curati, imbiancatura fresca e candida. Una casa perfetta, ma anonima. O almeno così le era sembrata finché non vide in mezzo al salotto lui, il divano rosa che a-veva sempre desiderato. Corse in cucina: suo padre non aveva dimenti-

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cato niente. Uno Smeg rosa imperava sulla parete laterale. Un po’ in contrasto, è vero, con il resto della mobilia, ma meraviglioso e fashion, terribilmente fashion. Bianca iniziò a saltellare come una bimba in gita e aprì il frigorifero, che avrebbe potuto contenere le provviste per un reggimento. Una busta era adagiata sul ripiano centrale. Bianca l’afferrò e improvvisamente gli occhi divennero lucidi. Se quell’uomo, quel taxista l’avesse vista, avrebbe detto che la ragazza seduta sul sedile posteriore del suo taxi e quella bambina un po’ cresciuta, in piedi, da-vanti a un frigorifero vuoto, non erano certo la stessa persona. “Ti vo-glio bene, passerotto. Papà”. Richiuse la busta, la nascose dentro la sua agenda e asciugandosi le guance con il dorso della mano, prese i suoi bagagli, trasferendoli in una delle tre camere a disposizione, quella che si affacciava sul giardino del chiostro. Decise di rimandare al pomeriggio le sistemazioni domestiche, si stese sul divano, impugnò l’iPhone e cercò notizie su Maria Ernestini, la donna che avrebbe dovuto incontrare qualche ora dopo. Non aveva nes-suna necessità di fare colpo su di lei, ma non avrebbe sopportato di es-sere ritenuta una raccomandata, figlia di papà. Doveva stupirla con le sue competenze e non le restava che una manciata di minuti per prepa-rare l’attacco.

* * * Che diamine! Il Baku non poteva esimersi da pronunciare slogan stupi-di e scontati. Ecco, da perfetto ultrà megafonato, se la stava prendendo con la polizia schierata in tenuta antisommossa per bloccare le vie late-rali che conducevano verso il Ponte Vecchio e la Galleria degli Uffizi. «Fascisti, corrotti, sono i nostri poliziotti!». Se fosse stato soltanto il cervello bruciato del Baku a produrre cotali esternazioni, gli effetti sa-rebbero stati irrisori. Immancabilmente, però, schiere di giovani esagi-tati lo seguirono e il grido contro le forze dell’ordine rimbombava, fino a espandersi nelle retrovie del corteo. Da parte loro, i poliziotti schierati uno di fianco all’altro come le testuggini degli antichi romani, somi-gliavano ai cavalli del Palio di Siena, quando costretti dentro i canapi aspettano il segnale del mossiere, che permetta loro di dar sfogo all’istinto animale. Il Profe scuoteva la testa, non poteva rischiare che tutto fosse distrutto da chi non sapeva trattenersi. Il gruppo. Quante vol-te aveva riflettuto sulla pericolosità del gruppo. Ogni gesto effettuato,

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ogni parola pronunciata, ogni passo compiuto deve essere ponderato, deve nascere dal desiderio individuale e non dall’incitamento della fol-la. Un coro, sia esso frutto di una preghiera o di una contestazione, deve essere formato dalla coscienza di tanti singoli e non dall’incoscienza del branco. Alcune cartacce appallottolate, provenienti dal centro del corteo, colpirono i poliziotti, che aspettavano solo un ordine per muo-versi con i loro scudi di plexiglass verso i manifestanti. Il Profe si sca-gliò contro il Baku e gli strappò il megafono di mano. «Che cazzo fai!» urlò, tentando di sovrastare le grida e i fischi di chi lo circondava. «Vogliamo arrivarci in Santa Croce o no?». Il corteo stava dimenticando di essersi autodefinito pacifico. Lentamen-te, però, le persone rientrarono nei ranghi. Solo una parte di esse poté accedere nella piazza, che, sebbene molto ampia, stentava a contenere quanti avevano preso parte alla manifestazione. Il palco, montato late-ralmente rispetto all’ingresso della cattedrale, ospitava già alcuni gruppi di giovani locali che intonavano le note di Bella ciao seguiti da chi man mano si avvicinava. Una dozzina di palloncini dei colori della bandiera della pace librava nel cielo soprastante la piazza. Se il Profe era lì, era per questo, per poter conquistare la libertà di quei palloncini, per poter-la regalare quella libertà ai suoi coetanei, ai suoi colleghi, che viaggia-vano sempre con il freno a mano tirato. Un fiume di gente. Un mare di persone. Un oceano di individui lo circondavano e lo completavano. In-sieme potevano far valere le loro idee. Un precario, un disoccupato, un operaio sottopagato potevano modificare ben poco. Tanti operai, centi-naia di precari della scuola, disoccupati decisi a riappropriarsi della loro dignità di uomini, una reazione dovevano pur provocarla. Silenzio nel palco. Brulicare di voci intorno. Il rumore di un microfono che si accende. Attesa. Delusione per il Profe e per chi come lui era convinto che a manifestare non potessero essere i signori in doppiopetto blu, i detentori di poltrone. Magini, un sindacalista che ben conosceva, prese posizione davanti all’asta del microfono e iniziò a parlare, come al solito senza dire un bel niente. Cercava l’ovazione della folla. Cerca-va l’approvazione delle moltitudini. Sapeva bene come ottenerla: l’uso di quattro, cinque parole chiave, in mezzo ad altre cento vuote, fecero scattare gli applausi. Quella sigla che lui rappresentava era la stessa che aveva permesso al ministro Fragranza di attivare un concorso per gli aspiranti insegnanti, scavalcando, ignorando, umiliando chi insegnante

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lo era già da anni, con titoli ben maggiori di un quizzone alla Jerry Scotti. Quella sigla, di cui Magini era un fiero portabandiera, aveva permesso al precedente ministro Palmini di dimezzare orari e servizi per gli alunni e al suo successore di falcidiare fondi di istituto, ovvero possibilità di recupero e di aiuto per tutti quegli studenti con obiettivi minimi più bassi rispetto alla media. Infilò le mani nelle tasche dei je-ans, in un gesto di rassegnazione, di resa. Voltò le spalle al palco, il Profe, in segno di conflitto. Sembrava che le lastre di Piazza Santa Cro-ce fossero carboni ardenti, tanto non riusciva a stare fermo. Si passò la mano destra tra i capelli, baciò Giulia su una guancia e partì. I gesti pla-teali non erano il suo forte, tantomeno le platee. Tuttavia la necessità viscerale di agire lo spingeva a compiere azioni impensabili per un uo-mo d’ombra come lui. Era già successo con Giulia, molto tempo prima. Le sere di agosto nelle colline intorno a Firenze sono bellissime. Final-mente silenziose, se si esclude il rumore dei grilli, fresche, se si esclu-dono le rare occasioni di afa, buie, se si escludono le stelle e le luci di una città lontana che si affacciano nella notte. Quella era una sera per-fetta. Il Profe era uscito con alcuni suoi compagni universitari e armati di cocomeri, coltelli e vodka erano pronti per un picnic notturno. Scel-sero i prati intorno al punto esatto in cui la strada si divide in quattro vie: Pontassieve, il Monte Morello, Firenze e il Monte Senario sono le destinazioni possibili. I lampioni illuminavano solo per qualche metro le distese di erba inaridita dal caldo estivo, dopo di che si intravedeva soltanto la sagoma di radi cespugli. L’aveva notata subito quando erano scesi di macchina: gonna nera fino alle caviglie, che mostrava la forma delle gambe ogni volta in cui il vento le accarezzava la pelle. Maglietta nera, che svelava i capezzoli ogni volta in cui il vento la faceva rabbri-vidire. Volto pulito, senza trucco, sincero. Capelli raccolti, con un ba-stoncino di legno, riccioli ribelli che incorniciavano il collo e le guance. Gli aveva sorriso, furtiva, timida, forse soltanto per finta. Sorriso con fossette, sexy e dolce al contempo. Nel buio, intanto, gli amici traspor-tavano liquori e angurie, il Profe le stava di fianco, sfiorandole il brac-cio di tanto in tanto, come per caso o per sbaglio, con il suo. Scosse e-lettriche a bizzeffe, quella sera. Si sedettero uno di fianco all’altra, non per caso, questa volta, e neanche per sbaglio. Intanto un bolognese, co-nosciuto qualche giorno prima, aprì la bottiglia di vodka e la fece girare tra i presenti. Alcuni si alzarono per prendere la propria porzione di an-guria. Anche la ragazza si alzò e lasciò cadere lo spillo che le reggeva i

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capelli. Il Profe con le mani ispezionò il terreno e quando lo trovò, le portò i capelli sulla nuca, nel tentativo di aggiustarli. Lei gli sussurrò «Grazie» e con le sue labbra le solleticò il collo. Se non ora, quando? Si disse il Profe. La prese tra le sue braccia, come fanno gli sposi per var-care la soglia con le loro consorti e scappò, strappandola alla comitiva. Lei sorrideva e quando il Profe non aveva più il fiato per sorreggerla, la adagiò sull’erba e sdraiandosi accanto a lei la baciò, senza permetterle un rifiuto. Erano passati sette anni da allora e dopo quel bacio non si erano più separati. Quella, però, era tutta un’altra storia. Con un balzo si arrampicò ai tubi innocenti laterali che reggevano il palco. Non pensare, non riflettere, ma agire era il suo imperativo. Il Profe approdò sulle assi di legno, proprio quando il sindacalista si stava congedando. Ebbe un attimo di ripensamento che avrebbe potuto essere fatale. L’adrenalina, però, proseguì la missione al suo posto. Giunse davanti all’asta di metallo che reggeva il microfono tra gli sguardi stu-piti degli amici e quelli sospettosi degli organizzatori, che erano indeci-si sull’opportunità di bloccare quel giovane o di aspettare per capire co-sa stesse accadendo. Un fischio assordante e molesto provocò una smorfia sul volto del Profe. Silenzio per qualche secondo. E poi: «Grazie, signor Magini, grazie davvero. Ora però la devo pregare di la-sciare a me la parola, anzi no, a noi. Noi, che siamo lontanissimi per e-strazione e per posizione da voi, occupatori di poltrone, di qualsiasi provenienza esse siano. Lo vede? Io non porto giacca e cravatta, io non ho mocassini firmati. Io, loro, la piazza abbiamo indosso le vesti di chi lavora o di chi vorrebbe e non può più, grazie alla nostra classe politica. Grazie a voi che permettete loro di mangiare sulle nostre teste! Sono un precario della scuola, come molti qui presenti, d'altronde». Alcuni ap-plausi giunsero dal fondo della folla e il Profe li accettò come un invito a proseguire. «La scuola. Lo sa che ottenere la scuola pubblica per tutti è stata un’enorme conquista del secolo scorso? Lo sa, signor Magini? Lo sapevano i nostri politici, quando hanno deciso di togliere alla scuo-la pubblica, per aumentare i finanziamenti a quella privata? I giovani, la loro istruzione è fondamentale per la loro consapevolezza. Solo persone consapevoli, possono fare scelte ponderate e con queste scelte accresce-re, arricchire il nostro paese. La scuola può battere l’ignoranza. La scuola è il punto di partenza per le opportunità del nostro paese. Ma lo-ro…» e questa volta si rivolse alla gente, guardando negli occhi chi lo ascoltava, chi condivideva con lui quegli attimi, «Loro vogliono che

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l’Italia affondi, che si inabissi. Non hanno capito che prima o poi af-fonderanno anche le loro poltrone!». Di nuovo applausi e grida di as-senso. «Il lavoro nobilita l’uomo. Ma quale lavoro? Quale? Quaranta per cento di giovani disoccupati. E il resto sfruttati, sottopagati, schia-vizzati. C’è chi ha avuto il coraggio di chiamarli ‘bamboccioni’! Ver-gogna! Bastardi tutti coloro che non capiscono che senza dignità, senza possibilità di scelta, non si può che andare indietro. Il progresso non e-siste più. Ormai si brancola nel buio. Ma noi oggi abbiamo dimostrato di voler uscire da questo buio. E se tutti insieme ci crediamo, se obbli-ghiamo i signori in doppiopetto ad ascoltarci e a scegliere per noi e non per il loro bene, ce la faremo!». Alzò il microfono in aria. Grida e applausi lo inebriarono a tal punto che per un attimo, solo per un impercettibile istante, ebbe davanti agli occhi l’immagine di se stes-so lanciato contro la folla che lo portava in trionfo. Un giovane in tuta da meccanico salì sul palco e con parole incerte iniziò a raccontare la sua vita e quella di chi come lui lottava ogni giorno contro una cassa integrazione ormai certa. Seguirono studenti, altri insegnanti, disoccu-pati. Il proletariato che prendeva coscienza di sé, pensava il Profe, con una visione un po’ anacronistica, ma che lo riempiva di orgoglio. Era fiero. Era soddisfatto che almeno qualcuno avesse capito che l’Italia non è di chi la governa in modo più o meno abusivo, ma è delle braccia di chi lavora e delle teste di chi pensa.

* * * I soliti giornalisti partigiani, pensò Bianca, osservando le immagini del-la manifestazione fiorentina, che aveva bloccato il traffico della città, quella mattina. I soliti patetici, ogni scusa è buona per destabilizzare, per creare dissidi. Finì di ascoltare i titoli del notiziario, controllò un’ultima volta allo specchio che fosse tutto a posto e uscì. Aveva deci-so di non chiamare il taxi per recarsi in Piazza Savonarola, in fondo era distante qualche centinaia di metri e con il suo iPhone, aveva le mappe della città a portata di un clic, come avrebbe detto un pubblicitario di fama discutibile. Attraversò Piazza San Marco, dribblando vari pullman popolati da turi-sti e studenti, proseguì fiancheggiando un vasto orto botanico, fino a raggiungere i viali, transitati senza sosta da fiorentini e non. Dovette re-carsi al semaforo più vicino per attraversarli: sostare sul bordo delle

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strisce pedonali, nella speranza che qualcuno arrestasse la sua corsa, ri-sultò inutile, servì soltanto ad attirare qualche sguardo indiscreto e qualche fischio. Una statua di bronzo imperava nel mezzo della piazza adibita per metà a parcheggio e per l’altra metà a giardinetti pubblici con tanto di panchine e piccoli bistrot ambulanti. Distrattamente Bianca vi passò davanti, chiedendosi che potesse rappresentare quell’individuo al centro di una piazza denominata non a caso Savonarola. Proseguì ol-tre recandosi davanti a un portone gigante, circondato da stucchi dal sa-pore neoclassico. Ampie scale di marmo bianco conducevano al secondo piano del palaz-zo che ospitava il dipartimento universitario di Italianistica. Simile a tanti edifici che aveva osservato giungendo lì, quella costruzione testi-moniava la ricchezza e la centralità della città in tempi ormai passati. Bianca, percorrendo lunghi corridoi, in cerca dell’ufficio numero tren-totto, notò nelle targhette i nomi di molti studiosi a lei sconosciuti, ma noti a chi aveva affrontato seriamente gli studi universitari in campo letterario e linguistico. Trovato. La stanza numero trentotto era davanti ai suoi occhi, esitò un attimo. Era in anticipo di circa mezz’ora, è vero, ma bussò ugualmente. Come previsto, nessuna risposta. Si guardò in-torno. Da un lato del corridoio c’erano poltroncine in legno, simili a quelle di un vecchio cinema di periferia, dall’altra una decina di mani-festi appesi a un’asta di legno, posizionata lì per limitare i danneggia-menti a un muro imbiancato ormai non più di recente. Conferenze, in-contri, presentazioni di libri e circoli di studio. Nomi di luoghi, piazze, che a lei non dicevano un bel niente: il Gabinetto Viesseux, la bibliote-ca delle Oblate, l’Archivio nazionale di Stato. Sapeva che nei mesi suc-cessivi sarebbero diventate mete frequenti, sempre che quel colloquio procedesse nel modo che si augurava. Un manifesto bianco, con scritte nere e rosse, appeso con il nastro adesivo, direttamente sulla parete, at-tirò la sua attenzione. Di nuovo proteste contro il ministro dell’Istruzione. Accuse a Fragranza. Un invito, infine, a partecipare al corteo di protesta che si era tenuto durante la mattinata appena conclu-sa. Sapeva che le università pubbliche, in particolar modo quelle in cui si studiano le materie umanistiche, erano fucina di rivoltosi e spiriti al-ternativi. Un luogo così elegante, però, così distinto, non poteva essere imbrattato dalle ripetitive idee di un gruppo sparuto di tardo-anarchici. Provò a togliere il nastro adesivo con l’unghia del dito indice, ma era più difficile del previsto a causa della mancanza di sensibilità in essa.

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Per qualche secondo continuò con la sua azione di protesta contro i ri-voluzionari; un istante dopo, però, si sottrasse alla missione per una no-bile causa: salvaguardare il lavoro di un’estetista asiatica sottopagata. Quelle poltroncine, in cui Bianca aveva appena deciso di sedersi, erano davvero scomode, per niente degne del suo regale sedere. Qualcuno stava salendo le scale, una voce maschile e una femminile riecheggia-vano nel piano semivuoto. Senza notarla, una coppia dall’identità scon-tata sfilò di fronte a lei: una signora che aveva già oltrepassato la soglia dei cinquanta da un po’, benché i suoi capelli lunghi e castani volessero dimostrare il contrario e uno studente fuoricorso di qualche lustro che le camminava di fianco. Sorprendendo Bianca, entrarono nella stanza nu-mero trentotto. Si chiese se quella donna, neanche troppo distinta, fosse Maria Ernestini. Ancora qualche minuto di attesa, poi avrebbe bussato. Ne aveva abbastanza di tergiversare in un corridoio vuoto, con sedie scomode e biechi inviti rivoluzionari. Le nocche della sua mano stavano per tamburellare sulla porta, quando questa si spalancò e Bianca per un pelo non si scontrò con lo studente attempato che stava uscendo con impeto dall’ufficio. Imbarazzata, in-crociò il suo sguardo e pensò che fosse davvero maleducato, dal mo-mento che non le aveva neanche chiesto scusa per averla quasi travolta.

* * * «Certo che sei strano. A volte sembra impossibile toglierti di bocca an-che solo una parola…». Mentre si recavano verso la fermata dell’autobus in fondo a via Scialo-ja, Giulia camminava di fianco al Profe, ancora tronfio e orgoglioso per le sue esternazioni davanti alla platea acclamante. Gli prese una mano e proseguirono il loro percorso così, come due ragazzini al primo appun-tamento. Si sentiva a disagio, il Profe. Erano secoli che non passeggia-vano uno vicino all’altra, senza la fretta dettata da uno dei mille impe-gni che li attanagliava. Non che avesse mai amato particolarmente que-ste dimostrazioni di affetto in pubblico, esemplificazioni semantiche di legame. Non necessariamente il mondo intero doveva essere messo al corrente del loro rapporto. «Ne ho sentito il bisogno, Giulia» disse il Profe, forse più a sé che alla sua compagna. «Ho capito che dovevo condividere. Non aveva senso essere tutti lì, uno vicino all’altro, ognuno con mille pensieri in testa,

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senza esporli. Eravamo tutti nella stessa barca, ma nessuna aveva avuto fino ad allora il coraggio di salpare. Hai visto la faccia di Magini?». «No, ma ho visto la faccia del Baku e di Farina. Anche loro non pote-vano crederci. Sei stato coraggioso e diretto. Per fortuna che sono venu-ta, non potevo certo perdermi il mio Ste…». Giulia si alzò in punta dei piedi e lo baciò sulla bocca. Il Profe le cir-condò la schiena con un braccio e la strinse forte. Dopo un po’ di tempo che non accadeva il suo profumo dolce, vanigliato fece sbattere le ali alle farfalle superstiti nella sua pancia. «Vieni a casa, Stefano?». Era quasi sicuro che nel tono di Giulia ci fos-se un messaggio subliminale, che il Profe avrebbe volentieri decifrato insieme a lei. «Ascolta Giulia, ormai che sono in giro, faccio un salto da Maria. Mi aveva chiesto di farmi vivo appena avessi avuto un po’ di tempo». L’autobus stava arrivando e il Profe decise di raggiungere l’università a piedi. «Faccio quattro passi. Ci vediamo più tardi». Fece una carezza sulla guancia a quella donna, sempre più distante dalla ragazza che era, si voltò e se ne andò. Si fermò sulla soglia del bar di fronte all’ingresso del dipartimento di italianistica, frugandosi in tasca, in cerca della memoria esterna in cui aveva inserito i documenti che interessavano alla professoressa Ernesti-ni e trovò anche qualche spicciolo, invito ufficiale a consumare il terzo, e sicuramente non ultimo, caffè della giornata. Quante volte aveva var-cato quella soglia. Prima da studente insicuro, poi consapevole, infine da neodottore, per festeggiare con amici e genitori. Quale fosse l’identità che oggi lo accompagnava, però, non avrebbe saputo dirlo. Rivoltoso? No, non abbastanza violento o impulsivo per essere definito tale. Professore? No, non fino in fondo. Studente? Non più da troppo tempo ormai. Precario. Vocabolo polisemico. Ogni significato che riu-sciva a scorgervi dentro, peggiorava la percezione che aveva di quel termine. Situazione ancora peggiore: si sentiva una perfetta metafora di quella parola. Ogni volta che la pronunciava, la stessa immagine gli si parava davanti: un equilibrista sospeso nel vuoto che procede incerto su una fune. Più volte aveva intravisto il traguardo, più volte qualcuno lo aveva allontanato dalla meta e rimaneva vicino alla corda con in mano un paio di forbici, pronte a distruggere tutto e a suggerire la resa. Il Pro-fe, però, teneva duro. Non aveva mai indietreggiato di un solo millime-tro, aveva scavato dentro di sé per cercare nuove risorse, per porre un

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mattoncino dopo l’altro nell’edificio del suo futuro. Poi l’uragano Fra-granza e nuove incertezze. La parola ‘futuro’, alla fine, non osava ne-anche più pronunciarla. «Ecco il mio eroe…». La professoressa Ernestini entrò nel bar, si avvi-cinò al bancone dove il Profe attendeva il suo caffè e si rivolse al bari-sta: «Matteo, metta pure sul mio conto, che oggi se lo merita». «Buongiorno professoressa, stavo per passare da lei in dipartimento, ma…». «Dovevi rifocillarti, dopo le fatiche neorivoluzionarie» rise con il suo solito modo di fare estroverso e amicale. «Ti ho visto in diretta strea-ming su internet dall’ufficio e non so se mi sono sentita più fiera o col-pevole. Un caffè anch’io, grazie Matteo». Lo guardò negli occhi con fare canzonatorio. «Allora Stefano, raccontami un po’ che ti è venuto in mente…». «Professoressa Ernestini, forse non sono abbastanza perspicace, ma mi prende in giro? Non potevo agire diversamente. Ho risposto alla mia personale chiamata alle armi…». «E sì che non ti avrei creduto un interventista…». La professoressa poggiò la tazzina sul piano del bancone, prese il Profe a braccetto e lo condusse fuori dal bar, incamminandosi verso la suc-cursale universitaria. «Non so, Stefano. Vederti lì, su quel palco, senza scudi e senza armi… Ho pensato di aver insistito troppo sulla necessità di agire, sul mio Ses-santotto e sull’inettitudine della tua generazione… Ho temuto di averti inviato a fare da spuntino a un sacco di pescecani. Poi ho visto l’eccitazione di chi ti circondava e ho capito che per questa volta l’avevi scampata». La delusione nell’ascoltare le parole della sua insegnante, nonché punto di riferimento culturale e in parte spirituale, si tramutò istantaneamente in un vivo rossore nelle guance. Il Profe dovette attendere un attimo prima di parlare per riorganizzare idee e parole. «Avrei pensato di ricevere soltanto complimenti da lei, prof. Nessuno, lì, su quel palco, diceva le cose come stanno. Ho pensato che fosse un mio dovere farlo, invece. Cosa c’è che non la convince?». «Non mi convince il fatto che hai solo distrutto, ma non costruito. È la prima fase, questa. È solo un primo, piccolo passo verso il cambiamen-to. E poi non so quanto sia intelligente esporsi così, in prima persona». La professoressa Ernestini sembrava soppesare ogni parola e precedeva

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di mezzo passo il Profe. «Non fraintendermi. Ora dovresti avere un progetto per proseguire la battaglia, al primo passo dovrebbero seguirne centinaia di altri. Mi aspetto da te e dai tuoi compagni di rivolta che al-meno qualcuno di questi passi sia pronto. Altrimenti è come se ti fossi lanciato senza un paracadute. Proseguite ciò che oggi avete iniziato. Se volete abbattere chi ci sta mandando in rovina, dovete avere la forza per proporre un modello alternativo. Noi del Sessantotto avevamo obiettivi determinati da raggiungere e uno per uno li abbiamo conquistati quasi tutti. Voi quali obiettivi avete? Chieditelo e prima di procedere con qualsiasi iniziativa, fissati ben in testa questi obiettivi». Mentre la professoressa apriva la porta del suo ufficio, al secondo piano del dipartimento di italianistica, il Profe notò una giovane studentessa seduta nelle scomode poltroncine del corridoio, che, nascosta dietro oc-chiali da sole griffati, probabilmente li stava osservando. Maria, presa dall’esposizione delle sue riflessioni, non l’aveva neanche vista. «Siediti, Stefano, che ho qualcosa da chiederti». Quando si parlava di lavoro la professoressa Ernestini assumeva un tono deciso e perentorio. «A proposito professoressa, le ho portato l’indice dei nomi e le bozze corrette del volume sugli atti del convegno sugli artisti e i letterati della Neoavanguardia fiorentina. Sono nella chiavetta. Controlli appena ha un po’ di tempo se va tutto bene». Aveva impiegato più di una serata per concludere quel lavoro, uno dei tanti che la sua insegnante, quella con cui aveva condiviso una tesi in-novativa e che aveva creduto in lui da subito, dal primo esame sostenu-to nella sua materia, gli aveva proposto. Ogni volta che lavorava per lei, temeva di deluderla, perché sapeva che fra i tanti che avrebbe avuto l’opportunità di sostenere, lei aveva sempre tifato per lui. «Stefano, sai benissimo che mi fido. Inoltrerò tutto all’editore questa sera stessa. Non ho bisogno di riguardare un bel niente. Ed è per questo che volevo parlarti di un lavoro importante che vorrei proporti. Credi di avere un po’ di tempo da dedicarmi nei prossimi mesi?». «Lo sa che lei è la mia donna preferita?» sorrise il Profe. Sapeva che non correva il rischio di essere frainteso. «Almeno intellettualmente parlando. Poi, sa bene che tra poco più di due mesi terminerà anche questo anno scolastico e io sarò di nuovo un disoccupato di lusso». Si definiva così, perché, a differenza di chi perdeva il lavoro senza al-cuna possibilità di reintegro, riceveva ogni estate una scarsa indennità di disoccupazione, con la prospettiva di soli due mesi senza un impiego.

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Era una posizione di ‘lusso’ la sua, se confrontata con quella di chi di-soccupato lo era a tempo indeterminato. «Stai bene attento, anche perché ho bisogno del tuo aiuto per chiarire quello che ho in testa. Il mio intervento sul Gruppo 70, al convegno, ha suscitato interesse su più fronti. Mi ha interpellato, tra gli altri, Serena Podestà, critica d’arte e docente ordinaria, presso la nostra facoltà. Sai bene che l’artista che più ha destato la mia curiosità è Ketty La Rocca e ho pensato che potremmo pubblicare un volume sulla sua opera. E qui entri in ballo tu. A settembre spero di avere una cattedra come ordinaria e quindi avrei diritto a un assistente. Nessuno potrebbe essere più adatto di te. Ho solo bisogno che tu accumuli altre collaborazioni e qualche pubblicazione, perché la mia caparbietà, questa volta, potrebbe non ba-stare». Non avrebbe mai sperato tanto. O meglio, tante volte aveva pensato a questa possibilità, ma mai le era apparsa così tangibile. L’occasione della sua vita, in un piatto d’argento. «Professoressa Ernestini, le sono grato davvero. Ho pubblicato qualche altra recensione, articoli in varie riviste letterarie…». «Ascoltami bene, Stefano» lo interruppe bruscamente. «Fammi avere prima possibile la lista delle tue pubblicazioni e delle tue collaborazioni con l’università e con l’archivio di stato. Il volume su Ketty La Rocca lo faremo a quattro mani; sei, se collaborerà anche la Podestà. Dobbia-mo soltanto capire come strutturarlo. Serena sicuramente si occuperà della parte relativa al messaggio visivo e all’impronta artistica, io pen-savo a un’analisi strutturale del significato semantico delle opere che prenderemo in esame e ritenevo che tu potessi approfondire l’interazione tra l’artista e il periodo storico in cui agiva. Da neorivolu-zionario, cosa potresti fare di meglio, se non occuparti del Sessantotto? Comunque,» La professoressa si alzò, attraversò la stanza e prese alcuni volumi, «Questo è un po’ di materiale che ti può servire… Oh mio Dio, è già l’una e trenta. Avevo un appuntamento con una dottoressa roma-na… Ascolta, dai un’occhiata a questi, dimmi un po’ che ne pensi di quanto ti ho proposto… Ci sentiamo appena puoi». Il Profe salutò la docente con un gesto senza riuscire a parlare, incredu-lo di poter osare tanto. Stava per uscire, quando lei lo richiamò: «Stefano, potresti fermarti in portineria a fotocopiare questi articoli? Sono quelli contrassegnati con questi appiccichini, o come diavolo si chiamano. Ah, appena hai fatto, se non ti spiace, torna qui».

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Nella foga di uscire, il Profe urtò quella studentessa che prima era sedu-ta di fronte all’ufficio, senza neanche soffermarsi a guardarla o a chie-derle scusa di tanta irruenza. Imboccò la scalinata bianca e volò fino al-la portineria, tanto era il suo entusiasmo. La soluzione al gioco enigmi-stico della sua vita era a un palmo di naso. Ora non restava che riempire le caselle vuote con le parole giuste.

* * *

Non riusciva a liberarsi di quella sensazione di fastidio. Non sapeva come definirla, ma la disturbava e non le permetteva di esprimersi co-me avrebbe dovuto. Non era necessario, certo, l’intervento di un menta-lista per percepire i segni del disinteresse da parte di quella saccente professoressa fiorentina. Bianca si era preparata il suo intervento nei minuti in cui attendeva fuori e non aveva dimenticato le basi di una per-fetta captatio benevolentiae. Si era complimentata con lei per il suo la-voro egregio, le aveva tessuto le lodi dell’insegnante universitario che le aveva suggerito questa collaborazione, aveva anche edulcorato le sue prime impressioni sulla città toscana, pur di far presa su quella donna. Niente da fare, però. Da quando si era presentata e le aveva esplicitato il suo nome, Bianca aveva percepito una leggera ostilità nei suoi con-fronti. Difficoltà nel restare seduta al proprio posto, sguardi costanti all’orologio appeso sul muro, incapacità di guardarla negli occhi, ne e-rano i segni tangibili. A disagio. La professoressa Ernestini le pareva a disagio in sua presenza. Che fosse una di quelle signore di mezza età che non sopportano la competizione, il confronto con giovani avvenenti e provocanti? Che fosse invidiosa di quello che lei, con il suo metro e sessanta scarso, sicuramente non era mai stata? Non capiva, Bianca. Per questo restò in silenzio e aspettò un qualche segno proveniente dalla sua interlocutrice, se così si poteva definire, visto che per il momento il suo era stato un monologo e non certo un dialogo. Dal canto suo, la professoressa la osservava, chiedendosi per quanto a-vrebbe continuato a lodarla, senza sapere neanche di cosa stesse parlan-do. Era intimorita dal suo cognome, ma soprattutto da cosa quel co-gnome avesse a che fare con le sue ricerche letterarie e storiche. Stava per essere diretta e chiederle perché aveva scelto di collaborare proprio con lei. Frenò la sua impulsività, soltanto quando sentì il nome del suo caro amico e collaboratore De Pisis, che le aveva indirizzato quella ra-

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gazza. Lo conosceva così bene, il docente romano, che si sentiva solle-vata. Non le avrebbe mai proposto qualcuno se non fosse stato certo del suo lavoro. A meno che non fosse stato costretto a farlo. A meno che i vertici non l’avessero obbligato. Per il momento scacciò quel pensiero insidioso e aprì le braccia sul tavolo, nel tentativo di mostrarsi meno o-stile. Innegabile, inoltre, il fatto che le fanciulle stra-belle, stra-curate, stra-firmate le suggerissero immediatamente un po’ di antipatia. Questi conflitti generazionali e diastratici, però, non potevano certo condizio-nare un’attivista femminista come lei. Quindi, bando ai luoghi comuni: «Allora, signorina Bianca. Mi fa piacere che le piaccia la nostra città. Anche se, mi stupisco che una ragazza acculturata come lei non vi fosse mai approdata prima». Si sentiva come una vipera: per quanto volesse contenere la dispersione di veleno, per quanto si sforzasse, qualche goccia, tra le sue parole, ne usciva sempre. «Mi dica un po’. Quale de-gli autori della Neoavanguardia la interessa maggiormente? Immagino che i suoi studi futuri verteranno su questo argomento». Liceo. Prima superiore. La prof di latino che continuava a fissarla in at-tesa di una spiegazione a proposito dell’antico caso locativo. Silenzio da parte sua. Tutti gli occhi puntati su Bianca. Risatine di qualche com-pagna e un’indescrivibile necessità di fuggire. Necessità che l’aveva spinta a lasciare, poi, le scuole pubbliche. Quella terribile sensazione l’assaliva di nuovo, come ogni volta in cui non era sufficientemente preparata, all’altezza. Si voltò impercettibilmente di lato, per calcolare la distanza tra lei e l’unica via d’uscita possibile: una porta in legno, laccata di bianco. Di colpo, però, si ricordò che niente avrebbe potuto ledere alla sua posizione. Inspirò, riempiendosi il petto di ossigeno e di vana gloria. Ispezionò la sua allenata memoria visiva (Ruzzle docet), si schiarì la voce e guardando dritta negli occhi quell’insegnante un po’ troppo saccente, decise di passare al contrattacco. «Signora Ernestini, vorrei ricordarle che dopo un diploma di liceo scientifico, conseguito con il massimo dei voti, ho ottenuto un meritato centodieci e lode in letteratura italiana contemporanea, presso l’Università Alessandro Volta di Roma. Per cui, benché ritenga il Gruppo 70 un episodio di letteratura marginale della nostra epoca, ho riversato il mio interesse nelle opere di Kety Rocca». Era sicura di aver fatto centro. Nomi, luoghi, aveva azzeccato tutto. Stupore, irritazione e ironia: in pochi istanti nello sguardo nocciola del-la professoressa, nascosto dietro a occhiali dalla montatura rossa, tenuti

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sulla punta del naso a conferma della presbiopia incipiente, si sussegui-rono reazioni contrastanti. «Ketty La Rocca, signorina, si pronuncia Ketty La R-o-c-c-a» sillabò con un sorriso amaro Maria Ernestini. «Dunque, lei è qui per…». Ag-grottò la fronte nel tentativo di leggere ciò che riportava un fax poggia-to sulla scrivania: «Lei è qui per approfondire i suoi studi, al fine di par-tecipare al bando di concorso per…» forse aveva interpretato male le parole riportate sul foglio con l’inchiostro chimico. Probabilmente c’era uno sbaglio. «Mi scusi signorina, ma mi può dire come fa ad aver rice-vuto tali informazioni strettamente riservate? Deve sapere che in data odierna, non ci sono certezze su quanto…». «Può credermi, signora Ernestini,» Bianca assunse un tono quasi subdo-lo, lievemente minaccioso, «Se io so che a settembre ci sarà una sele-zione per un posto di assistente o di docente associato, può stare certa, che il bando uscirà. Uscirà di sicuro». Per anni aveva studiato le creature metamorfiche dei bestiari di genere di stampo surrealista, forse per questa ragione ora la professoressa Er-nestini era sicura di trovarsi di fronte a una giovane arrampicatrice, pronta a trasformarsi in un viscido serpente diabolico, se la situazione lo avesse richiesto. Agire con cautela e con freddezza, diventava un im-perativo a questo punto. «Comunque, professoressa, per il momento non le chiedo altro che col-laborare con lei in modo da capire quali sono le priorità e in cosa devo concentrare la mia attenzione» sorrise Bianca, sapeva di avere intrapre-so una via ormai in discesa. «Osserverò il suo lavoro, la aiuterò, se cre-de, a compiere le sue ricerche». La guardò di nuovo, per assicurarsi che il messaggio fosse chiaro e diretto. «Non è contenta? Avrà una facto-tum che per il prossimo mese potrà sfruttare a suo piacimento, senza offrirle niente in cambio, se non le conoscenze giuste». Non resse il suo sguardo, la professoressa Ernestini finse di cercare al-cuni documenti tra le sue carte, così ben nascosti da risultare introvabi-li, per qualche secondo in più del lecito. Qualcuno che bussava alla por-ta, frantumò l’alone di imbarazzo che si era creato tra le due donne. I rapporti di forza che intercorrevano tra di loro erano inversamente pro-porzionali alla situazione iniziale: una ragazza forte, tenace, arrivista aveva in pugno una donna di mezza età non più tanto sicura di sé e in-decisa sui passi da compiere per non cadere in altre trappole.

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«Avanti» esclamò la professoressa Ernestini dopo essersi schiarita la voce. Sorridendo Stefano fece il suo ingresso nella stanza, ma le espressioni delle due donne lo raggelarono. La tensione si tagliava con un coltello neanche troppo affilato. Porse le fotocopie alla professoressa, che non lo degnò neanche di uno sguardo. Aveva il comportamento di un ani-male alle prese con un cacciatore molto più astuto di quanto rivelassero le apparenze: non poteva distogliere lo sguardo del suo aguzzino per paura che sferrasse l’attacco fatale, eppure con la coda dell’occhio cer-cava un appiglio per la salvezza. Stefano poggiò la mano sulla maniglia della porta per uscire, ma la pro-fessoressa lo fermò: «Scusami Stefano, se non hai impegni imminenti, potresti farmi una cortesia?». «Certo professoressa, mi dica». Non poteva certo dirle che Giulia lo stava aspettando a casa e che viste le premesse, sarebbe stato un pome-riggio decisamente piacevole, quello appena iniziato. «Bianca, la dottoressa qui di fronte, lavorerà con me, o meglio con noi, per qualche tempo. Potresti mostrarle il dipartimento, la biblioteca nell’attico ed eventualmente a chi può rivolgersi per questioni legali e di didattica all’interno della segreteria?». Non attese neanche una rispo-sta, consapevole della smisurata disponibilità del suo pupillo, ma si ri-volse a Bianca. «Bene signorina, ci rivedremo, dunque. Mi informerò meglio sul suo ruolo al mio fianco e la aspetto venerdì alle nove, qui nel mio ufficio. Arrivederci». Che strano, la professoressa si era congedata dalla giovane senza nean-che una stretta di mano. Pacca amichevole, invece, sulla spalla di Ste-fano: lo salutò, raccomandandosi di farsi vivo al più presto, visto che avevano molte questioni da sbrigare. Jeans stretti, strizza–chiappa, come li avrebbe definiti il Baku, giacca rosso fuoco, capelli biondi, dritti come l’autostrada che attraversa la Pianura Padana, color grano maturo. Tacchi, alti abbastanza da renderla quasi della sua statura. Tacchi che le davano un’andatura da femmina, di quelle vere. Lo distanziava di uno o due passi, sebbene non avesse idea dei luoghi in cui avrebbero dovuto recarsi. Mentre il Profe osser-vava la scritta CK, che imperava nella tasca posteriore dei pantaloni

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della ragazza e a dirla tutta, non solo quella, la giovane donna si fermò improvvisamente, rischiando un tamponamento. «Che cosa dovevi mostrarmi?» Non era certo una tipa da convenevoli, ma questo suo rivolgersi in modo quasi arrogante, dandogli subito del tu, innescò un istinto di sfida nel Profe, che non si lasciò scappare l’occasione per un po’ di sarcasmo e di autopromozione. Tese la mano destra verso lo sguardo impaziente della ragazza e si presentò: «Piacere, sono il Dott. Bossini, Stefano Bossini». Strinse la mano della sua interlocutrice con veemenza e proseguì: «Sono un collaboratore della professoressa Ernestini. Se mi vuole seguire, le mostro la segrete-ria, che si trova dal lato opposto di questo piano e poi saliamo in biblio-teca. Lì troverà i volumi pubblicati dagli studiosi che transitano qui dentro e dai loro collaboratori». Un velo di imbarazzo nello sguardo: obiettivo perseguito dal Profe, ma soltanto sfiorato, poiché fu subito sostituito dalla solita espressione du-ra, altezzosa. La giovane lo guardò dalla punta dei piedi all’ultimo ca-pello della testa, senza far niente per celare una lieve espressione di di-sgusto. E come darle torto, pensò il Profe: jeans di una taglia sopra (la tensione pre-rivoluzionaria l’aveva assorbito anima e corpo nelle ultime settimane) scuciti sul fondo e un po’ troppo lunghi, scarpe che sarebbe-ro state da gettare un anno prima, maglietta rossa, residuato bellico, con felpa di un colore che poteva essere definito nero, quanto il pelo di un gatto ormai diciottenne. «Bianca, piacere. Ma è proprio necessario questo giro turistico? Ho un sacco di cose da sbrigare, sono arrivata oggi in città e un gruppo di co-munisti esagitati mi ha bloccato la strada». «Eccolo!» disse il Profe. E avrebbe aggiunto volentieri “uno dei comu-nisti esagitati”, ma si limitò a indicare la porta della segreteria «Eccolo, l’ingresso della segreteria amministrativa. Ora se vuole seguirmi». Se erano i comunisti ad averle fatto perdere tempo, ora la neo fascista si sarebbe resa subito conto di cosa era in grado di fare uno di quei nemici rossi. I suoi impegni potevano certo attendere ancora un bel po’. Sicurezza nello sguardo, passo disinvolto, quasi trascinato, mani in ta-sca ed espressione a tratti spavalda, a tratti annoiata. Era chiaro che il dottor Bossini conosceva come le sue tasche quel palazzo e sembrava andarne fiero, ostentare una certa confidenza: non era passata troppa acqua sotto i ponti da quando, studente invaghito della testa della pro-fessoressa Ernestini, sognava un giorno di poter condividere con lei

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parte delle sue attività di un interesse per lui incommensurabile. Sostò di fronte all’ascensore ed entrò dentro, soltanto dopo aver fatto acco-modare la signorina. Narici assediate dal profumo di Bianca, così aveva detto di chiamarsi. Un profumo forte, da donna. Niente essenze di vaniglia, aromi fruttati, toni dolci e rassicuranti. Nessun sentore esotico, speziato. Profumo ta-gliente, diretto, accattivante, ma non avvolgente, protettivo. Nel mo-mento in cui la sua testa era invasa da aggettivi ricorrenti nelle pubbli-cità del periodo di poco antecedente San Valentino, e da qualche im-magine da commedia italiana della fine degli anni Settanta, Bianca sor-rise. E il Profe arrossì. Non vedeva da dietro le lenti scure degli occhiali se quel lampo bianco era rivolto a lui oppure no. Nel caso di risposta affermativa, era forse un ammiccamento? «Senti, scusa. Possiamo darci del tu? Stefano ti chiami, no? Dopotutto dobbiamo collaborare». “Non credo” avrebbe voluto rispondere il Profe alla ragazza, il cui fo-nema “b” raddoppiato, ne smorzava l’eleganza. “Non vedo cosa po-tremmo avere in comune” pensò. Rimase in silenzio, invece e annuì, alzò il sopracciglio destro e involontariamente l’occhio cadde sui primi due bottoni della camicetta bianca, che avevano ceduto con la complici-tà di un seno abbondante. Mentre il Profe si arrampicava tra gli scaffali polverosi della biblioteca, fredda e vuota come al solito, Bianca armeggiava continuamente con il suo telefono, uno di quegli attrezzi innovativi che ti permettevano di fare tutto, tranne che una semplice, banale telefonata. Poggiò sette, otto volumi recanti la firma della professoressa Ernestini sul tavolo e attese. Un colpo di tosse casuale. Battito di piedi nervoso. Un altro colpo di tosse. Dopo di che basta. «Bianca, mi scusi, sul ta…». Lo interruppe un gesto perentorio della mano della ragazza che lo invitava a pazientare ancora. Il Profe, però, di pazienza non ne aveva più neanche una briciola. «Ascoltami bene. Non ho tempo da perdere neanche io e se…». Un sorriso spiazzante. Sguardo da bambina indifesa. Un passo verso di lui e una carezza sulla spalla. «Scusami Stefano, stavo aggiornando il mio profilo e ho postato una foto del palazzo. Mi perdoni?». Alcuni capelli biondi e profumati sfiorarono la guancia del Profe. Av-vezza al gioco della seduzione, la ragazza. Abituata a ottenere tutto con

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espressioni o gesti da Lolita. Con il Profe, però, questi giochetti non funzionavano. Tutt’altro. Indisponente e risoluto, si spostò verso i libri e guardando Bianca dritta negli occhi, le mostrò che non aveva nessuna voglia di giocare al prof e all’alunna avvenente. «Questo è ciò che ti può servire. Se vuoi collaborare con Maria,» usò il nome della professoressa perché fosse chiaro quale rapporto li legava, «sarà meglio che ti aggiorni un po’. E che rimandi i tuoi impegni. Se ho ben capito, hai tempo soltanto fino a venerdì. Due giorni». «Non pensare di avere a che fare con una bambina». Lo sguardo della ragazza si era improvvisamente indurito. «E neanche con un’ignorante. Il lavoro della Ernestini lo conosco bene, altrimenti non sarei qui. E a-desso se mi vuoi scusare…» scostò dal tavolo la sedia che si trovava di fronte al Profe e con intenzionalità, o forse no, si sedette urtandolo. Non aveva idea, Bianca, di quante risse, in tempi non sospetti, avevano avuto inizio così, nelle discoteche e nei pub della campagna fiorentina. Non sapeva Bianca che il Profe, di queste risse, era stato, suo malgrado, protagonista più di una volta. Sedie che improvvisamente traversavano le sale semibuie, spinte, tentativi di trattenere qualcuno, interventi con gomiti altezza zigomo, nasi fratturati, epistassi, luci accese d’improvviso, arrivo di scimmioni palestrati e calma imposta. Se non fosse stata una ragazza, di sicuro il Profe avrebbe reagito. Se non fosse stato un rispettabile insegnante di lettere ultratrentenne, non si sarebbe tirato indietro alla provocazione. Frenò il suo istinto e si ricordò di quanto la non violenza possa ferire e spiazzare il nemico, più di un con-flitto armato. «Spero di poter collaborare di nuovo con lei, signorina. Con permesso». Era tornato di nuovo al lei. Un segno di disprezzo che non sapeva quan-to la mente di quella ragazza dal fonema “b” raddoppiato potesse capi-re. Con un balzo uscì dalla stanza. La petulanza di quella studentessa ave-va annichilito l’euforia della battaglia appena vinta.

* * * Fine anteprime Continua…