donne scienziato, l’altra metà del nobel domenica

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DOMENICA 3 FEBBRAIO 2008 D omenica La di Repubblica le storie Donne scienziato, l’altra metà del Nobel NATALIA ASPESI cultura Domus, lo specchio d’Italia SIEGMUND GINZBERG la lettura Lettere d’amore al tempo degli sms MARGARET ATWOOD e GEOFF DYER il fatto ETTORE LIVINI e MICHELE SERRA La Stangata, istruzioni per l’uso Volare l’immagine Fumetti per governare i Miao RENATA PISU GINO CASTALDO EDMONDO BERSELLI SU REPUBBLICA.IT Da oggi sarà in linea lo speciale sui 50 anni di Volare Gino Castaldo, nell’audiogalleria curata da Anna Zippel, racconta la storia della canzone. Online anche immagini mai viste di Modugno e gli audio inediti degli archivi della Rai Disponibile il dossier video di Repubblica Tv con l'intervista alla moglie del cantante E ra una notte buia e tempestosa quando arrivò l’intuizione finale della più famosa canzone italiana di tutti i tempi. La moglie, Franca Gandolfi, una intera vita vissuta accanto a Modugno, ricorda an- cora con trepidazione quel momento magi- co: «Eravamo nella nostra prima casa, c’era il pianoforte attaccato alla finestra. Mimmo si arrovellava, la canzone c’era, ma ancora in- completa, non era soddisfatto, il ritornello era “Di blu m’ero dipinto, per intonarmi al cielo”, diceva che gli mancava un’apertura. Quella sera era scoppiato un temporale pazzesco, tanta elettricità nell’aria, c’era talmente tanto vento che a un certo punto la finestra si spa- lancò. Mimmo cominciò a recitare, sembrava uno sciamano, improvvisava versi». (segue nelle pagine degli Spettacoli) con un ricordo di ENNIO MORRICONE P er dire come fosse cambiato il clima, quasi all’improvviso, nell’Italia di Volare, occorre ripensare a quella lu- ce azzurrina, il chiarore notturno che traspariva dagli scuri e dalle per- siane, e che significava: nelle nostre città, e anche nei paesi, perfino in qualche sper- duto casolare di campagna, è arrivato un ogget- to strano, una cosa aliena, la scatola magica dei desideri, insomma la televisione. E dunque quando si assiste allo spettacolo di Domenico Modugno che con il suo smoking bianco spa- lanca le braccia nel ritornello di quella canzone culturalmente sovversiva, non bisogna avere in mente soltanto la platea di Sanremo, con la gen- te impazzita che alla fine del brano ride, piange, agita i fazzoletti, presa com’è da un’emozione indicibile e nuova. No, le strofe e il ritornello di quella canzone arrivano dappertutto. (segue nelle pagine degli Spettacoli) cantando 50 anni La vedova di Modugno racconta la storia segreta della nascita della più famosa canzone italiana del dopoguerra FOTO MIMMO FRASSINETI / AGF Repubblica Nazionale

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cultura
la lettura
Lettere d’amore al tempo degli sms MARGARET ATWOOD e GEOFF DYER
il fatto
La Stangata, istruzioni per l’uso
Volare
GINO CASTALDO EDMONDO BERSELLI
SU REPUBBLICA.IT
Da oggi sarà in linea lo speciale sui 50 anni di Volare Gino Castaldo, nell’audiogalleria curata da Anna Zippel, racconta la storia della canzone. Online anche immagini mai viste di Modugno e gli audio inediti degli archivi della Rai Disponibile il dossier video di Repubblica Tv con l'intervista alla moglie del cantante
E ra una notte buia e tempestosa quando arrivò l’intuizione finale della più famosa canzone italiana di tutti i tempi. La moglie, Franca Gandolfi, una intera vita vissuta accanto a Modugno, ricorda an-
cora con trepidazione quel momento magi- co: «Eravamo nella nostra prima casa, c’era il pianoforte attaccato alla finestra. Mimmo si arrovellava, la canzone c’era, ma ancora in- completa, non era soddisfatto, il ritornello era “Di blu m’ero dipinto, per intonarmi al cielo”, diceva che gli mancava un’apertura. Quella sera era scoppiato un temporale pazzesco, tanta elettricità nell’aria, c’era talmente tanto vento che a un certo punto la finestra si spa- lancò. Mimmo cominciò a recitare, sembrava uno sciamano, improvvisava versi».
(segue nelle pagine degli Spettacoli) con un ricordo di ENNIO MORRICONE
P erdire come fosse cambiato il clima, quasi all’improvviso, nell’Italia di Volare, occorre ripensare a quella lu- ce azzurrina, il chiarore notturno che traspariva dagli scuri e dalle per- siane, e che significava: nelle nostre
città, e anche nei paesi, perfino in qualche sper- duto casolare di campagna, è arrivato un ogget- to strano, una cosa aliena, la scatola magica dei desideri, insomma la televisione. E dunque quando si assiste allo spettacolo di Domenico Modugno che con il suo smoking bianco spa- lanca le braccia nel ritornello di quella canzone culturalmente sovversiva, non bisogna avere in mente soltanto la platea di Sanremo, con la gen- te impazzita che alla fine del brano ride, piange, agita i fazzoletti, presa com’è da un’emozione indicibile e nuova. No, le strofe e il ritornello di quella canzone arrivano dappertutto.
(segue nelle pagine degli Spettacoli)
cantando 50anni
La vedova di Modugno racconta la storia segreta della nascita dellapiù famosa canzone italiana del dopoguerra
F O
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Repubblica Nazionale
il fatto
R obert Redford e Paul Newman? Due dilettanti. La loro Stangata, quella immortalata in celluloide da George Roy Hill, ha vinto sette Oscar e sbanca- to il botteghino. Ma la realtà, in questo campo, ha da tempo superato la fantasia. E Jérôme Kerviel, il ragazzo che ha scavato una voragine da 4,9 mi-
liardi nei conti della Société Générale, è solo l’ultimo prodot- to di una stirpe tutta genio e sregolatezza: quella dei “re della truffa”, che con i suoi colpi ha riscritto la storia della finanza globale. Malandrini, certo, ma a loro modo artisti del crimine, un po’ Al Capone e un po’ Arsenio Lupin. Capaci di traghetta- re in surplace dall’era artigianale (quando si gabbava il prossi- mo un po’ alla buona, con vermi mangia-spazzatura e titoli di miniere fantasma) alla pirateria finanziaria del terzo millen- nio. Quella che muove miliardi con il tasto di un computer, in un universo iper-protetto e super-tecnologico dove però ba- sta un trentunenne appassionato di judo, derivati e informa- tica come il trader di SocGen per fregare plotoni di ingegneri e banche centrali e far tremare i mercati di tutto il mondo.
Il padre di tutti
Il capostipite riconosciuto dell’epopea della truffa è italiano, è na- to a Parma, ma non è Calisto Tanzi. Certo, il patron della Parma- lat — tra conti inventati alle Cayman, milioni di tonnellate di lat- te in polvere vendute a Cuba (inesistenti) e buchi in bilancio — ha dato un contributo di prim’ordine all’aneddotica di settore. Ma il vero numero uno, il Maradona delle stangate si chiama Carlo Ponzi, è arrivato quasi un secolo prima del pur illustre concitta- dino ed è diventa- to un caso di stu- dio in tutte le bu- siness school americane. Alla voce Catena di Sant’Anto- nio.
Il giovane emiliano — emigrato a Boston dal-
la pianura Padana a inizio Novecento
con in tasca due dollari e cinquan-
ta cents (il resto del capitale l’aveva perso
al gioco nella traversata atlantica) — è l’inventore rico-
nosciuto di questo meccanismo, da lui elevato ad arte del raggiro. Alla
base della sua stangata — siamo nel 1920 — c’è solo un foglio di banali e comunissimi
francobolli. Che vende assicurando ai primi clienti un ritorno del quarantacinque per cento in
quarantacinque giorni. Il baffuto italiano ha fascino e parlantina sciolta, ci sa fare. Nei salotti del Massachusetts
parte il passaparola sui francobolli d’oro. Piovono adesioni. I soldi dei nuovi arrivati servono a pagare gli interessi dei primi
iscritti. Chi incassa, soddisfatto, reinveste. Ponzi, nullatenente a inizio anno, a maggio 1920 ha già raccol-
to 420mila dollari, una fortuna. Ma non si accontenta. Con il suo gruzzolo compra una banca, la Hanover Trust, e con i dollari dei conti correnti allarga la base della piramide. A luglio è l’apoteosi. Boston è ai suoi piedi, c’è gente che ipoteca la casa per affidargli i soldi. Arrivano quattrini dal New England e dal New Jersey. Lui è già milionario, compra una casa con aria condizionata e piscina riscaldata, fa arrivare la madre dall’Italia con un piroscafo in pri- ma classe. Peccato che il suo castello di carte presupponga l’esi- stenza in circolazione di centosessanta milioni francobolli magi- ci. E in cassa lui ne abbia solo ventisettemila.
L’inizio della fine è un articolo del Boston Post che fiuta la truf- fa a fine luglio. La gente corre a chiedere i soldi a Ponzi. Lui calma la folla che si è radunata sul suo portone offrendo caffè e brioches, rimborsa sull’unghia due milioni e tampona l’emergenza. Ma non basta, la tregua dura poco e ad agosto la Catena di Sant’An- tonio salta: il giornale scopre che l’emigrato italiano era già stato in galera in Canada per truffa (aveva falsificato un assegno). È il panico. I clienti — ormai ventimila — vogliono indietro i rispar- mi, i soldi non ci sono. Ponzi finisce in manette. Si farà quattordi- ci anni di gattabuia per frode postale, ma molti bostoniani — so- prattutto nella comunità italiana — continueranno a conside- rarlo un eroe. E lui, appena uscito di carcere, emigra in Florida do- ve cerca di vendere ville (inesistenti) in una palude prima di mo- rire di infarto nel ‘48 a Rio.
Gli emuli tricolori
Nel mondo delle stangate azionarie fai-da-te (ma non solo in quelle) il Belpaese ha tenuto alta nel tempo la bandiera del glo- rioso Ponzi. La casistica è penalmente rilevante, va da sé, ma con contorni da commedia all’italiana, ruspante e casareccia. Prendiamo lo scandalo del lumbricus rubellus, il verme che nell’86 si è inghiottito i risparmi di qualche migliaio di nostri concittadini. Una truffa consumata sul terzo mercato (un pic- colo Far West borsistico, visto con il senno di poi) dove per qualche settimana sono stati trattati i titoli della Agricola Ita- lia, un’eco-azienda pronta a sbancare il business dell’immon- dizia con il suo esercito di lombrichi, arma segreta per ricicla- re i rifiuti nel terzo millennio. Gettato l’amo, innescati i vermi, i titolari dell’Agricola Italia non hanno dovuto aspettare mol- to. Abboccano in tanti, i titoli volano, il valore della società pas- sa da duecento milioni a sei miliardi in poco tempo. Peccato che poco tempo dopo, con le azioni scivolate a zero, i soci si ac- corgeranno che dei lombrichi — come degli ex azionisti di con- trollo della Agricola Italia — non c’è alcuna traccia.
Nella rete dei truffatori made in Italy è finito anche qualche bel
nome del calcio di casa nostra, vittima di Capitano Nemo e del marmo nero del Perù. L’eroe di Verne, al secolo, è un promotore finanziario che a inizio anni Novanta — vestito come il coman- date del Nautilus — batte con un gruppo di colleghi la costa Adria- tica vendendo azioni della Imisa, titolare dei diritti di estrazione dalla miniera di Los Dos Paisanos, non lontano da Lima. Presen- tano perizie di geologi, studi di fattibilità di note aziende nel set- tore. Ci cascano circa millecinquecento persone tra cui Roberto Baggio, Billy Costacurta e il portiere Sebastiano Rossi. Natural- mente di marmo nero dalla cava peruviana non ne è mai stato estratto un grammo. I soci perdono trecento miliardi. E Thierry Nano, responsabile della New Bank Limited di St. Vincent (Grenadines) — presunta mente della stan- gata — è stato perseguito dalle autorità federali Usa per riciclaggio.
L’Oscar tricolore
Lo chiamavano il Pirata. E Raul Gardini, per spirito d’avventura, spregiudica- tezza e curriculum vitae, ha fatto di tutto — prima della sua tragica fine — per meritarsi que- sto soprannome. Se esistesse un Oscar tricolore per la stangata d’autore, la statuetta toccherebbe di sicuro a lui che da solo ha cer- cato di sbancare tutto il mercato mondiale della soia. L’epoca è il luglio ’89, quando il Contadino — altro soprannome del numero uno Ferruzzi — mette in scena il primo colpo dell’era dei deriva- ti. Il metodo è semplice. Prima compra l’ottantatré per cento del- la soia disponibile nei mercati di tutto il mondo. Poi rastrella sul- la Borsa merci di Chicago un future che gli dà diritto ad acquista- re qualche mese dopo da terzi il cinquantatré per cento della soia mondiale. Una scommessa a colpo sicuro. Quando le contropar- ti dei future, nelle settimane successive, dovranno consegnare la soia del derivato a Gardini, saranno costretti a rivolgersi alla stes- sa Ferruzzi per acquistarla. E Ravenna, monopolista del merca- to, potrà a quel punto fare il prezzo che vuole. Una stangata da an- tologia, che però non ha fatto i conti con la lobby delle grandi aziende agricole Usa. Washington fiuta la mossa del Pirata. La Borsa di Chicago — spinta dalla Casa Bianca — ordina con un provvedimento d’urgenza i titolari di future a venderli. E la Fer- ruzzi, brucerà sulla soia del Midwest quasi seicento miliardi.
L’era dei derivati
L’arte della stangata è stata traghettata nel terzo millennio da una nuova razza di truffatori. Meno affascinanti degli avventu- rieri alla Ponzi. Meno chiari nei loro obiettivi (spesso si tratta di colpi fine a se stessi, senza tornaconti personali) ma — SocGen docet — molto più destabilizzanti per la finanza mondiale. La loro arena adesso è dematerializzata. È quel mondo telemati- co dove ogni giorno transitano migliaia di miliardi di scambi. E dove bastano un po’ di know-how telematico e un po’ di fega- to — come ha dimostrato Kerviel a Parigi — per costruire e di- struggere fortune miliardarie aggirando anche i controlli più sofisticati. Un universo dove i ladri sembrano sempre un pas- so avanti rispetto alle guardie (le banche centrali).
Il Ponzi di terza generazione è Nick Leeson, dipendente del- la gloriosa Barings Bank, dal 1700 la banca della famiglia rea- le inglese. Distaccato a Singapore nel 1995 a soli ven- totto anni, il giovane trader scalpita per far car- riera. Cosa c’è di meglio di una bella stangata sui future? Accumula un’enorme posizio- ne al rialzo sulla Bor- sa di Tokio. La na- sconde sul conto se- greto 88888 (cifra magi- ca della numerologia ci- nese). Ma il terremoto di Kobe sconvolge i suoi piani. Il Nikkei crolla, nei conti del- la Barings si spalanca un bara- tro da 1,5 miliardi. Leeson pren- de la penna, lascia un bigliettino sulla scrivania («I’m sorry») e spa- risce. Sarà arrestato qualche mese dopo, farà sei anni e mezzo di galera, vincerà il cancro e oggi è arruolato a peso d’oro da banche e istituzioni per insegnare a prevenire le frodi. L’erede naturale del metodo Gardini è invece Yasuo Hamanaka. Un trader della Sumitomo che ha replicato in fotocopia lo schema del Pirata sul mercato rame. Uno scherzetto costato alla ban- ca giapponese un buco da 2,5 miliardi nel 1996.
La truffa vintage
L’elenco dei truffatori da derivati sarebbe lungo. Dal 2000 ad oggi nelle pieghe di una finanza sempre più ingarbugliata so- no cadute, sgambettate spesso dai loro dipendenti, banche di tutto il mondo, dall’irlandese Allied Irish alla Kidder Peabody fino alla Daiwa. Ma tra tanti colpi-fotocopia — come in fondo è quello di SocGen — brilla di luce propria una nuova catego- ria di stangate: le operazioni vintage, quelle che reinterpreta- no, arricchiscono e adeguano al terzo millennio lo stile (e la classe, c’è da dire) di una volta. L’hanno fatto ad esempio in Spagna la Anfisa e Forum Filatelico. Con un copione collau- dato. Hanno comprato francobolli (dice niente?) e li hanno piazzati a prezzi fuori mercato con una sorta di Catena di Sant’Antonio ai loro clienti. La storia, evidentemente, non in- segna niente. Ci sono cascati in trecentocinquantamila per un buco da 1,5 miliardi. Il metodo Ponzi — come l’arte della truf- fa — è davvero un genere intramontabile.
24 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 3 FEBBRAIO 2008
Supertruffe
La Grande Stangata istruzioni per l’uso
Jérôme Kerviel, l’impiegato-ragazzino che ha scavato un buco di cinque miliardi di euro nei conti della SocGen, è l’ultimo di una stirpe tutta genio e sregolatezza. Eccone una breve storia: dai virtuosi della Catena di Sant’Antonio ai pirati della finanza on line, ai cultori dell’imbroglio-vintage
ETTORE LIVINI
Operatore di una banca che attraverso il computer compra e vende prodotti finanziari. Può farlo per conto di clienti o, con una certa autonomia di operatività, per conto dello stesso istituto
trader
Contratto relativo alla compravendita di un determinato bene a prezzi e in quantità prefissati da consegnarsi in una data futura Si tratta di un contratto a premio molto diffuso in Usa e Gran Bretagna
future
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 25DOMENICA 3 FEBBRAIO 2008
Significa comprare e vendere due strumenti identici sfruttando le piccole differenze di prezzo durante le contrattazioni Un esempio: compro una mela a Francoforte dove costa due euro e la rivendo nello stesso momento a Stoccolma dove ne incasso tre
LA STANGATA Diretto dal regista George Roy Hill protagonisti Robert Redford e Paul Newman Il film del 1974 vinse sette Oscar
I l ladro telematico sembrerebbe (e sottoli- neo: sembrerebbe) l’incarnazione stessa del mito del Ladro Gentiluomo. Niente
violenza su persone o cose: la natura virtuale della scena del crimine, e della stessa refurti- va (numeri scritti nella lavagna nera dell’ete- re) consente il massimo della pulizia e della leggerezza. Si trasferiscono zeri, a volte anche convogli di zeri, da qui a là, o da là a qui, scar- dinando blindature puramente cerebrali, password e sequenze logiche da svelare co- me un enigma. Se poi si aggiunge l’aura ro- mantico-eroica dell’omino solitario (in ge- nere giovane o giovanissimo, per giunta) in lotta contro il Sistema dei Sistemi, l’immen- sa e malvagia Rete della Finanza Mondiale, il quadro è completo. Gli hacker sono tanto di moda, come i pirati, magari a co- sto di non chiedersi se esiste un rapporto tra le loro gesta, la loro audacia, la loro spavalda libertà, e danni e sofferenze inferti ad al- tre persone, o alla comunità.
Poi però, a ragionarci appe- na, si capisce che l’apparenza inganna. Un’economia sem- pre più immateriale ci nega la comprensione immediata degli inte- ressi in gioco. Dove stia davvero il bottino del ricco, di quale sostanza sia composto, chi davvero guadagni e chi davvero perda ad ogni sussulto del mercato, non è sempre una trama leggibile, se non dagli espertissimi. Quando il giovane bancario francese spiega di avere agito «negli interessi della sua ban- ca», causando uno sprofondo di quattrini quasi eguale all’inabissarsi di Atlantide, noi sappiamo di non essere più in grado (se mai lo siamo stati…) di capire in che misura men- te, e in che misura dice la verità — e forse nem- meno la sua stessa banca lo sa, anche se finge di sapere…
Capiamo solo che i meccanismi dell’eco- nomia sono riusciti a rendersi criptici e inaf- ferrabili quanto mai prima, e magari quanto basta per sottrarsi alla nostra patetica prete- sa di controllarli. Possiamo accorgerci — nel nostro piccolo — di essere stati “derubati” se i nostri risparmi collassano in borsa, o addi- rittura spariscono in una di quelle voragini pazzesche che si chiamano “crac”. Abbiamo più o meno cognizione di un “alto” o di un “basso” della nostra minuta vicenda econo- mica provata. Ma provate a chiedervi: di chi sono, o piuttosto di chi erano i cinque o cin- quanta miliardi di euro che il nostro prestidi- gitatore francese è accusato di avere fatto sparire? E soprattutto: dove sono finiti? Se davvero sono scomparsi nel nulla, esisteva- no davvero anche prima? Oppure, poiché niente si crea e niente si distrugge, erano so- lo un’illusione anche quando dormivano in fondo ai forzieri virtuali di Société Générale?
Ci dovrebbero essere tasche nelle quali fru- gare, e ritrovare la refurtiva. Ma se la refurtiva è solo un numero, dove possiamo frugare? L’intera filiera del malaffare (il ladro, il palo, il ricettatore, il derubato) scompare nella neb- bia fitta del virtuale. Ed è questa nebbia a spa- ventare, molto di più della mano lesta di que- sto o dell’avidità di quello. La nebbia che ha inghiottito la scena. Che ha creato un giallo senza pubblico, perché nessun pubblico riu- scirebbe ad appassionarsi a una trama illeg- gibile, a infinite sequenze di numeri e codici.
Per questo non riesco a provare né simpa- tia né antipatia per un tipo di ladro (o di illu- sionista) come questo ragazzo francese. Non la simpatia istintiva per il ladro di polli, non l’antipatia istintiva per lo scippatore di vec- chiette. Non l’ammirazione per il geniale in- ventore di un piano infallibile, non il disprez- zo per il bancarottiere che scappa lasciando i suoi operai sul lastrico. Non ho capito per chi ha rubato, perché ha rubato, che cosa ha ru- bato. E questo mi fa capire che il vero furto è quello della visibilità dei quattrini, perfino dei nostri. Un furto globale, efferato, perfet- to, che ci sta cancellando davanti agli occhi i meccanismi della vita materia- le, sostituendoli con un gio- co del quale non siamo neanche in grado di leggere il regola- mento.
Denaro fantasma
MICHELE SERRA
IL GENIO DELLA TRUFFA Film diretto da Ridley Scott con i “truffatori” Nicolas Cage e Sam Rockwell del 2003
arbitraggio
Sono prestiti immobiliari a persone che hanno poche garanzie finanziarie Hanno tassi più alti dei mutui normali, ma come dimostra la crisi di questi giorni, se non vengono pagate le rate possono mettere in ginocchio tutto il sistema finanziario mondiale
subprime
Perdite contabilizzate in bilancio che riflettono la perdita di valore dei titoli (future o mutui subprime) che si hanno in portafoglio. Solo la crisi dei subprime è già costata oltre 130 miliardi alle banche mondiali
svalutazioni
PROVA A PRENDERMI Film di Steven Spielberg del 2001 con Leonardo DiCaprio e Tom Hanks
OCEAN’S ELEVEN Cast eccezionale (George Clooney, Brad Pitt, Andy Garcia, Julia Roberts, Matt Damon) per il film
uscito nel 2001
le storie Discriminate
La prima donna di scienza fu Ipazia di Alessandria nel quarto secolo: fatta a pezzi da monaci cristiani Poi vennero le streghe: mandate al rogo. Infine ecco le loro nipoti alle prese con un’istituzione esclusiva quanto misogina. In un libro la storia delle loro sconfitte (ingiuste) e delle vittorie (troppo poche)
26 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 3 FEBBRAIO 2008
fenderla dal fiorire di una scienza femminile: bastò bollare come streghe le donne più sapienti per mandarle al rogo in nome della morale e di Dio; non meglio si comportò secoli dopo la cultura più illuminata, appunto la cultura dei Lumi, che incaricò i suoi filosofi e i suoi rivoluzionari di toglierglie- le di torno, quelle noiose, rinchiudendole nel paradiso do- mestico in nome della Ragione e della superiorità maschile. Geniale Jules Verne nel suo Il mondo sottosopra (1899): «Dunque secondo voi, signor Maston, vedendo cadere una mela nessuna donna avrebbe mai potuto scoprire le leggi della gravitazione universale come fece l’illustre scienziato inglese alla fine del Diciassettesimo secolo?». «Vedendo ca- dere una mela, signor Scorbitt, a una donna sarebbe venuta altra idea che di mangiarsela, secondo l’esempio di nostra madre Eva!».
Anche i responsabili dei Nobel scientifici si sono mostrati piuttosto distratti o scettici verso i meriti delle signore: da quando sono stati istituiti, nel 1901, ne sono stati assegnati più di cinquecento e solo una esigua manciata, undici, ha onorato le donne. D’altra parte la moltitudine di studiosi che negli ultimi decenni dell’Ottocento sfornavano teorie sulla pericolosa inconsistenza delle donne non dava tregua. Il pa- tologo Möbius aveva fatto del suo L’inferiorità mentale della donna un fortunato bestseller, l’antropologo Karl Vogt af- fermò che essendo il cranio femminile più piccolo di quello maschile, il suo contenuto doveva essere simile a quello di un bambino o anche di uomini, però di razze inferiori. Secondo il lunatico scrittore americano Nicolas Cooke, la donna do- veva evitare ogni inutile attività mentale perché «nell’uomo la materia cerebrale è più densa e consistente, nella donna più soffice e di dimensioni ridotte». In più, con le mestrua- zioni e le gravidanze, delirava il naturalista darwiniano Geor- ge Romanes, la donna era sottoposta a continuo «esauri- mento del cervello», il che non era poi così importante visto che nelle donne quell’organo non era che un meccanismo inutile e anacronistico, pre-evolutivo.
E tuttavia, per quanto di genere altamente difettoso, già nel 1903 la polacca Maria Sklodowska, più conosciuta dopo il matrimonio come Marie Curie, vinceva il Nobel per la fisi- ca col marito Pierre e con Henri Becquerel. Nel 1911 gliene fu assegnato un secondo, per la chimica, mentre anche sua fi- glia Irène Joliot-Curie assieme al marito Frédéric avrebbe ot- tenuto il Nobel per la chimica nel 1935. Scoprendo la ra- dioattività, che si credeva debellasse il cancro e già celava il nero futuro della bomba atomica, Marie Curie fu «assieme fata e strega, in laboratorio come nell’alcova», ci informa Witkowski. «Quando si trattò di attribuire il Nobel ai Curie, si
Le ragazze da Nobel
geniali cenerentole
S ofia Kovalevskaja adorava la matematica in tem- pi in cui uno scrittore come August Strindberg, non più misogino di altri, così aveva accolto il suo arrivo all’università di Stoccolma: «Una femmina professore di matematica è un fenomeno perni- cioso e sgradevole persino, si potrebbe dire una
mostruosità: e il fatto che sia stata invitata in un paese dove ci sono così tanti maschi matematici di gran lunga superiori può essere spiegato soltanto con la galanteria degli svedesi verso il sesso femminile». In quella seconda metà del Di- ciannovesimo secolo in cui sempre più donne si infiamma- vano fastidiose per le scienze, gli stessi scienziati si affanna- vano ad affermare che ogni legame tra femminilità e cervel- lo, essendo contro natura, non solo sarebbe stato causa del- la rovina delle donne, ma avrebbe anche portato alla fine del- l’umanità.
Quasi mezzo secolo prima che Sofia nascesse, era stata un’altra giovane donna, Sophie Germain, che per passare il tempo mentre impazzava il Terrore aveva imparato da sola il calcolo differenziale, a vincere nella Parigi napoleonica il gran premio dell’Istituto di Francia per le scienze matemati- che e fisiche, pur essendo stata sempre tenuta fuori dalla co- munità scientifica, ovviamente in quanto donna. Gli uomi- ni sapevano tutto dei limiti e delle inadeguatezze delle don- ne, avendoli teorizzati loro senza peraltro consultarle, e si af- fannavano a spiegarglieli per il loro bene. Kant, che la sape- va lunga in quanto massimo pensatore, l’aveva già annun- ciato decenni prima, affinché non si facessero illusioni e stessero al loro posto: «Ogni conoscenza astratta, ogni cono- scenza che sia essenziale, si avverte deve essere lasciata alla mente solida e laboriosa dell’uomo. Per questa ragione le donne non impareranno mai la geometria».
Invece Sofia Kovalevskaja la geometria, anzi la geometria analitica, la imparò in un baleno, allenata com’era, sin da piccola, a scrutare i fogli delle lezioni litografate di Ostrogra- diskij sul calcolo differenziale e integrale con cui in mancan- za di carta da parati era stata tappezzata la sua cameretta. Co- me altre ragazze aristocratiche russe che volevano andare a studiare all’estero, organizzò un matrimonio di convenien- za per poter avere il passaporto: poi si sa, anche in Europa, una donna, il suo fragile cervello, il decoro, la matematica! Immense difficoltà ad assistere alle lezioni, fatiche incom- mensurabili per avere il permesso di frequentare la bibliote- ca universitaria e lei imperterrita che nel 1875, a venticinque anni, presenta La teoria delle equazioni differenziali parzia- li e pubblica il saggio sulla Riduzione di una classe di integra- li abeliani di 3° grado a integrali ellittici. Otterrà la laurea, sia pure “in absentia”, in quanto era indecoroso che una donna si presentasse di persona, ma non un lavoro essendo impen- sabile un posto per un dottore in matematica così difettoso da essere donna; e tuttavia vincerà il massimo riconosci- mento scientifico francese, il Prix Bourdin, con il miglior sag- gio sulla Rotazione di un corpo rigido intorno a un punto fis- so. Molto carina, civetta, femminile, ottima scrittrice, nichi- lista impegnata, sposata, separata da un marito poi suicida, madre di una bambina, poi pazza d’amore per uno storico russo e decisa a piantar tutto per sposarlo, morì per un at- tacco di cuore a quarant’anni, sospirando: «Troppa felicità».
C’è una sorta di vago legame tra la bella matematica russa e il Premio Nobel istituito dieci anni dopo la sua morte. Il ce- lebre professore svedese Gösta Mittag-Leffler, fondatore della rivista Acta mathematica, l’ammirava molto e le diede un posto prezioso di redattrice che le consentiva di arrivare alla fine del mese con meno fatica (pessima nei lavori dome- stici, come tutti si aspettavano da una funesta matematica, usava dire: «Se fossi un uomo, anch’io sceglierei una bella mogliettina che li faccia al posto mio»). Quando Alfred No- bel scrisse il testamento in cui istituiva i famosi premi, “di- menticò” la matematica e si sparse la voce che Nobel avesse voluto vendicarsi di Mittag-Leffler, che gli avrebbe conteso, con successo, i favori di una giovane donna. Questa donna
non era Sofia e la voce forse è priva di fondamento, ma sot- tolinea l’incredibile misoginia dell’ambiente scientifico, in cui le donne potevano (possono?) eventualmente essere og- getto di rivalità amorosa ma non serie interlocutrici. Poi ci si può anche vergognare e magari pentire, e infatti esiste una medaglia Fields per la matematica paragonabile al Nobel e da poco è stato istituito un premio Kovalevskaja che fa vin- cere ventidue milioni di euro.
Il gossip scientifico, del resto molto noto, è contenuto tra altre succose notizie da Dagospiaaccademico, nel brioso, sin dal titolo, Troppo belle per il Nobel, scritto dal fisico Nicolas Witkowski qualche anno fa e adesso pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri: in copertina una bella foto del re di Sve- zia in frac e pieno di decorazioni che nel 1986 consegna il pre- mio per la medicina e fisiologia alla meravigliosa Rita Levi Montalcini, diviso con il compagno di ricerca Cohen, per la scoperta del fattore di crescita nervoso. Il saggio francese non dedica una sola riga alla nostra impavida senatrice, che l’anno prossimo avrà cent’anni, ma ci ricorda con dovizia di storie il cammino accidentato di quelle poche donne coc- ciute che in passato furono ignorate, schernite, temute, di- sprezzate, allontanate, rinchiuse, punite, fatte fuori, per l’in- trusione in mondi a loro preclusi.
Prima martire diventata simbolo della donna scienziata e di tutti gli orrori con cui si tentò di scoraggiarne la sapienza, fu Ipazia di Alessandria, nata nel 370 dopo Cristo, matema- tica, astronoma, inventrice dell’astrolabio, del planisfero e dell’idroscopio, gentilmente fatta a pezzi da una squadrac- cia di furibondi monaci cristiani. Poi l’insondabile labirinto di esclusione continuò imperterrito nei secoli, quando la so- cietà maschile più buia affidò agli inquisitori il compito di di-
NATALIA ASPESI
IPAZIA DI ALESSANDRIA La prima donna di scienza, nata nel 370 d.C. Fu matematica, astronoma e inventrice dell’astrolabio
SOFIA KOVALEVSKAJA Matematica russa, riuscì a ottenere la cattedra a Stoccolma, dove morì a soli 41 anni nel 1891
MILEVA MARIC Compagna di studi e poi moglie del grande Albert Einstein Sarebbero sue alcune intuizioni sulla relatività
LISE MEITNER Ebrea tedesca rifugiata in Svezia, teorizzò per prima la fissione nucleare. Il Nobel andò a Otto Hahn nel 1944
August Strindberg disse di Sofia Kovalevskaja: “Una femmina
professore di matematica è una mostruosità”
MARIE CURIE Maria Sklodowska naque a Varsavia nel 1867, fu insignita del Nobel per la fisica, assieme al marito Pierre Curie, nel 1903. Nel 1911 ebbe il Nobel per la chimica per gli studi sul radio
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fece solo il nome di Pierre», e soltanto per le proteste del ma- rito, innamorato e conscio del genio di Marie, lei non ne fu esclusa. Fu però pregata di stare zitta, e il discorso di accet- tazione lo fece solo Pierre. Rimasta vedova inconsolabile e depressa, tutta la scienza di Marie fu offuscata da una storia usata contro di lei per infangarla, la relazione con un collega più giovane, sposato e padre, che invase i giornali proprio co- me capita adesso, trasformando un premio Nobel in «una straniera ladra di mariti». E confermando l’idea diffusa che la scienza non giova alle donne, rendendole oltretutto im- morali e pericolose per la famiglia e la società.
L’ultima signora Nobel, Cristiane Nüsselein-Volhard, per la medicina e la fisiologia, risale al 1995, ma più di lei forse so- no note le scienziate cui il Nobel fu scippato dai colleghi me-
no galanti e più svelti, e comunque, in quanto maschi, più credibili. Anthony Hewish, direttore del dipartimento di astrofisica di Cambridge, si prese il Nobel nel 1974 per aver scoperto le pulsar, che invece erano state rilevate, studiate e decifrate dall’allieva Jocelyn Bell, naturalmente neppure no- minata. Appropriandosi senza il suo consenso del lavoro della giovane cristallografa inglese Rosalind Franklin sulla struttura intima del dna, tre colleghi di Cambridge (dove lei in quanto donna non aveva accesso alla sala ristoro) scopri- rono la struttura a doppia elica del dna e nel 1962 ebbero il Nobel. Lise Meitner, detta la Marie Curie tedesca, ebrea, ri- fugiata a Stoccolma per sfuggire alle persecuzioni razziali, scoprì la fissione nucleare. Il Nobel lo prese però nel 1944 Ot- to Hahn, suo collaboratore rimasto in Germania.
Di queste cenerentole della scienza, bistrattate nella ricer- ca e accantonate nella carriera e nei riconoscimenti, ce ne so- no decine, e forse la più sorprendente è Mileva Mariç, della cui creatività si sarebbe appropriato, dicono, il marito: un uomo venerato dalla scienza, riconosciuto come il più gran- de genio del secolo scorso, Albert Einstein. Sarebbe stata la piccola serba, grande matematica abile nei calcoli in cui il fi- sico tedesco invece si perdeva, a collaborare attivamente al- la rivoluzionaria teoria della relatività. Fu però un altro stu- dio, l’interpretazione dell’effetto fotoelettrico, a far vincere il Nobel ad Einstein nel 1922; ma di Mileva, fregata nella scienza e nei sentimenti, non si sapeva già più nulla da quan- do, nel 1914, il celebre marito l’aveva lasciata per sposare poi la cugina Elsa.
La rivolta delle scienziate, come del resto di altre donne in altri campi, cominciò negli anni Settanta con i primi studi femministi che mandavano all’aria la vetusta antropologia virilista, seguiti da una valanga di “gender studies” che ri- scrivevano tutta la storia, compresa quella della matemati- ca, della fisica, della chimica, dell’astronomia, della cosmo- logia, dell’atomo, togliendo dalla polvere centinaia di donne geniali e creative, sottovalutate ai loro tempi e dimenticate poi. Oggi i laboratori scientifici sono invasi dalle donne, che fanno ancora fatica a fare carriera in un ambiente tuttora mi- sogino, ma sanno difendersi e infastidire attraverso associa- zioni, network, lobby, gruppi di pressione, convegni, pro- getti internazionali, borse di studio come quelle istituite da L’Oréal. L’ex presidente dell’Università di Harvard, Larry Summers, per aver sostenuto due anni fa che le donne non avrebbero i geni adatti a scalare le vette della fisica, ha dovu- to dimettersi e lo ha sostituito una donna. Al Mit si alternano i presidenti, una volta un uomo una volta una donna. Una donna, Carolyn Porco, guida la missione Cassini, la più im- portante lanciata nel sistema solare. Gli astrofisici hanno eletto loro presidente Catherine Cesarsky. È una donna, Fla- via Zucco, a dirigere la ricerca dell’Istituto di neurobiologia e medicina molecolare di Roma. È una donna, Elisa Molina- ri, la coordinatrice dell’Istituto nazionale di fisica della ma- teria. I sessisti hanno scoperto che quando il gioco si fa duro, quando ci si trova nei guai, non c’è niente di meglio, anche nelle scienze, che mandare avanti le donne affinché se la sbrighino da sole.
JOCELYN BELL Anthony Hewish, docente di astrofisica a Cambridge, nel ’74 vinse il Nobel con gli studi di Jocelyn, sua allieva
IN LIBRERIA
Esce il 14 febbraio per Bollati Boringhieri il libro di Nicolas Witkowski Troppo belle per il Nobel (176 pagine, 25 euro) che, come spiega il sottotitolo, racconta la metà femminile della scienza troppo spesso ignorata dalla storia Una lunga galleria di donne che avrebbero meritato il più alto riconoscimento scientifico e che sono state invece discriminate e spesso derubate delle loro teorie
RITA LEVI MONTALCINI Nata a Torino nel 1909 ha vinto il Nobel per la medicina nel 1986 insieme a Stanley Cohen per il suo lavoro trentennale sul fattore di crescita nervoso È senatrice a vita dal 2001
ROSALIND FRANKLIN Ebbe la prima intuizione sulla struttura del dna Tre colleghi le copiarono la teoria, vinsero il Nobel nel ’62
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on Andrea Gallo Ascanio Celest
ini don Enzo Mazzi mons. Vin
cenzo Paglia Franco Cordero
in Touraine Stefano Petrucciani
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«M a come sono strani questi Miao. Guardate come si vestono, come si acconciano i capelli, che barbare usanze hanno… e che mestieri fan- no, con quali rozzi attrezzi. Saran- no o non saranno umani?». Così
commentavano i raffinati e civilissimi cinesi le immagini dei Miao, una etnia disprezzata alquanto, tant’è vero che anco- ra oggi, in alcune parti della Cina, si dice: «un cibo miao» per dire che buono non è di certo, è rozzo; o una casa miao per dire che è disadorna; un odore miao per indicare la puzza di sudore. E la loro indole, come sarà mai? Laboriosa ma anche irascibile. E poi sono licenziosi, dediti al bere, troppo indi- pendenti, facilmente soggiogabili.
Insomma, ogni giudizio espresso sembra suggerito dalle brevi note a corredo delle immagini raffiguranti usi e costu- mi di questa popolazione, che ai cinesi era del tutto scono- sciuta anche se, con l’espansione dell’impero in epoca Ming (1368-1644), toccava ai cinesi governarli. Per questo, intor- no alla fine del Settecento, si ritenne utile offrire una docu- mentazione scritta e visiva ai funzionari assegnati all’ammi- nistrazione delle regioni del lontano sud-ovest abitato da tante minoranze etniche, sperando che così potessero svol- gere meglio il loro compito. Commissionati a pittori locali, gli album etnografici, una sorta di pittura di genere, destaro- no però anche l’interesse di cinesi che non nutrivano parti- colare interesse per l’etnografia ma li giudicavano «diver- tenti e curiosi», opere da collezionare, da regalare agli amici o da conservare come souvenir. E piacquero molto anche agli occidentali, che riconobbero una particolare freschezza in questa pittura naif, tanto diversa da quella nobile dei let- terati.
Oggi sedici album etnografici, che raffigurano usi e costu- mi dell’etnia miao, acquistati nel 1927 dal console italiano a Pechino Giuseppe Ros e conservati dalla Società Geografica Italiana, vengono presentati al pubblico tutti insieme, per la prima volta, nella mostra dal titolo L’altra faccia della Cina, un evento che può indurre a riflettere sulla presunta omoge- neità di una cultura come quella cinese che è piuttosto un mosaico, che non ha soltanto una faccia ma tante, per lo me- no cinquantacinque, perché tante sono le minoranze etni- che che la grande Cina congloba: temute e controllate quel- le più numerose e con una forte identità, come i Tibetani e gli Uiguri, gentilmente sopportate quelle che, come i Miao o i Moso, ormai non danno più filo da torcere.
Ma in passato ne hanno dato tanto, anche se furono sem- pre sconfitti e costretti a emigrare dalla valle dello Yangzi (erano autoctoni? erano giunti dalla Siberia, come sostengo- no alcuni studiosi?) sempre più a sud, fino a raggiungere le montagne della Thailandia, del Laos e del Vietnam, dove so- no noti come Hmong, non con il dispregiativo Miao. Così la
loro è una grande diaspora, meno nota di quella di altri po- poli ma egualmente drammatica, al punto che uno studioso contemporaneo australiano ritiene che i Miao siano, con gli ebrei, le due etnie che hanno maggiormente sofferto.
Un loro antico canto recita: «Un tempo abitavamo lungo valli irrigue/ da quando sono comparsi i demoni/ il popolo nostro non ha più avuto pace./ Il sole e la luna vanno verso ovest/ i fiumi montani scorrono verso est./ Seguendo la di- rezione del sole che tramonta/ guadando fiumi e attraver- sando monti/ i nostri avi sono giunti in Occidente/ un posto buono è proprio lì presso le montagne/ una vita buona è pro- prio lì sulle montagne…».
A quando risalga questo canto non è dato saperlo. Fino al 1905 i Miao non avevano una scrittura e fu un missionario cristiano, il Reverendo Pollar, a escogitarne una per propa- gandare i Vangeli, così la loro tradizione è tramandata tutta oralmente. In uno dei loro canti ricordano che un tempo ave- vano un Libro in cui venivano dette e descritte molte cose im- portanti che era necessario conoscere per affrontare la vita durante il lungo viaggio tra nascita e resurrezione. Ma da ge- nerazioni e generazioni si racconta che quel libro «è stato mangiato dalle mucche e dai cani» e la loro è quindi una me- moria che registra episodi avvilenti, come questo. Su chi sia- no i demoni che li hanno scacciati ci sono pochi dubbi: sono gli Han, i cinesi della etnia vittoriosa. Avrebbero potuto vin- cere loro, i Miao? Improbabile, la forza colonizzatrice cinese è sempre stata vincente, si è imposta con le armi e poi con la sinizzazione delle popolazioni sconfitte, un lungo processo che ha portato all’estensione dell’Impero verso sud e verso ovest causando guerre e rivolte sanguinose.
La storia cinese registra una insurrezione dei Miao, con- trari alla presenza nelle loro terre dei funzionati imperiali, nel 1735, un’altra nel 1796, e una nel 1856, durata diciotto an- ni e estesa a tutti i loro territori. Siccome tra queste tre rivol- te intercorre un intervallo di tempo di sessant’anni, tra i Miao è diffuso un detto: «Ogni trent’anni una piccola rivolta, ogni sessant’anni una grande rivolta».
Dopo il 1856 però si sono avute soltanto piccole e sporadi- che rivolte, i Miao erano ormai naturalizzati cinesi e avevano dovuto adottare nomi cinesi per poter essere iscritti ai registri amministrativi, ma erano comunque cinesi di seconda clas- se. Non per Gao Xingjian, premio Nobel per la letteratura, che negli anni Ottanta compì un lungo pellegrinaggio nelle pro- vince più remote e sconosciute dell’immensa Cina, andando alla ricerca di un’autenticità che era stata sepolta sotto le mo- numentali ed edulcoranti semplificazioni dell’ideologia co- munista, che decantava l’avvenuta liberazione dei fratelli delle minoranze nazionali. Allora, nelle scuole, i bambini im- paravano una sorta di filastrocca che diceva pressappoco: i Miao ridono felici, Mao è un miao cantano in coro, se Mao non fosse miao, come sarebbe così buono con i Miao?».
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IL NOME Gli antropologi preferiscono oggi usare il nome Hmong, denominazione priva di connotati spregiativi
LE ILLUSTRAZIONI Le illustrazioni di queste pagine sono tratte dagli album in mostra a Roma, per gentile concessione della Società geografica italiana A sinistra, Villaggio di Youling; a centro pagina, Miao Fioriti; a destra, dall’alto: Andare in altalena e un’immagine senza testo
L’AMORE Numerosi i rituali amorosi dei Miao Rinomati soprattutto i canti d’amore, centrali nel loro folklore
Minoranze in Cina
La Società geografica italiana mette in mostra sedici singolari album: antichi baedeker, dipinti con mappe e scene di vita, che servivano da guida ai funzionari di Pechino mandati ad amministrare l’etnia che abita i remoti monti del sud-ovest cinese Disprezzata e soggiogata dagli “han”, invano ribelle al potere imperiale, ingannata dal regime comunista, oggi è diventata meta del nuovo turismo
RENATA PISU
le immagini
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I NUMERI Secondo il censimento del 2000, i Miao sono oggi 8.940.000, quarta in ordine numerico delle circa 55 etnie cinesi
GLI ANTENATI Secondo i Miao, gli antenati rimangono per sempre con i loro discendenti. Ad essi fanno frequenti sacrifici
IL RICAMO L’artigianato Miao è noto soprattutto per il ricamo che raffigura soggetti animali, come insetti, uccelli o pesci
LA MEDICINA Affidato agli sciamani, il sapere medico dei Miao individua sei cause principali delle malattie
Gao Xingjian si reca nelle regioni autonome dei Miao, lo racconta nel suo capolavoro La montagna dell’anima, e as- siste alla Festa dell’amore dove pensa di trovare quella au- tenticità che va cercando. Scrive: «I canti d’amore comincia- no al tramonto, arrivano dalla riva opposta del fiume. A grup- pi di cinque o sei, muovendosi in circolo o mano nella mano, le ragazze si dirigono verso riva e chiamano gli innamorati: canti melodiosi si diffondono rapidi nella notte senza confi- ni, intorno a me è pieno di fanciulle, tra loro anche ragazzine di tredici-quattordici anni, ai primi amori. Chiamarli canti è improprio: quelle voci femminili acute e squillanti che ri- suonano in tutto il corpo sembrano sprigionarsi dal cuore, niente di strano che li chiamino “canti alati”. Il mercato do- ve durante il giorno hanno passeggiato tra le bancarelle mi- gliaia di persone si è trasformato in un immenso teatro di canti. Di colpo mi sento avvolto dall’amore e penso che for- se in origine la gente si faceva la corte così. Solo in seguito la cosiddetta civiltà ha separato sesso e amore, ha inventato il matrimonio, il denaro, la religione, la morale e il presunto fardello culturale. Che stupidi gli uomini! Da lontano giunge il suono degli sheng, gli organi a bocca: nel boschetto in riva al fiume le coppiette sono avvinghiate o abbracciate, sospe- se in una dimensione tra cielo e terra, immerse nel proprio mondo. Un mondo talmente distante dal mio che sembra uscito da un’antica fiaba».
Ma anche quella di Gao è, in fin dei conti, una allettante de- scrizione di usi e costumi: non si sfugge all’esotismo, soprat- tutto non riescono a sfuggirne i Miao, che oggi non sanno se per loro sia una condanna o un riscatto. È entrambe le cose per la donna che canta: «Come è triste essere una minoran- za, una minoranza chiamata miao». È adornata con splendi- di gioielli d’argento, vende orecchini tintinnanti, collane, anelli e stoffe ai turisti, stoffe meravigliose, batik dai motivi elaborati, gonne a pieghe strettissime, grembiuli ricamati a motivi geometrici bordati da festoni ad uncinetto: tutta l’ar- te e il patrimonio della sua etnia, del suo popolo soggiogato che ora, nell’ondata dello sviluppo economico, è incorag- giato a contribuire con la sua diversità all’industria del turi- smo che ha fame di esotismo.
Ne hanno fame i cinesi i quali hanno scoperto di recente le gioie del turismo interno, alla scoperta di popolazioni dagli usi e costumi incontaminati dalla modernità; e ne hanno fa- me i turisti occidentali, ormai stanchi di una Cina non di cer- to “esotica” ma irta di grattacieli, i quali per i loro tour privi- legiano le visite alle zone dove vivono le minoranze etniche, la nuova meta proposta dalle agenzie di viaggio più accorte.
Rotto ormai l’isolamento, i Miao e altre minoranze del sud-ovest della Cina, rischiano se non l’estinzione — per lo- ro che sono circa otto milioni non vale la politica del figlio unico — di certo lo snaturamento della cultura tradizionale e di uno stile di vita che non è al passo con questi tempi.
LA MOSTRA
Si intitola L’altra faccia della Cina. L’etnia Miao negli album della Società geografica italiana la mostra, curata da Maria Luisa Giorgi, che si aprirà il 16 febbraio presso il Museo nazionale d’arte orientale “Giuseppe Tucci” in via Merulana 248 a Roma. L’esposizione, che resterà aperta fino al 4 maggio, è una delle iniziative nell’ambito delle celebrazioni del 750° anniversario della nascita di Marco Polo
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Compie ottant’anni “Domus”, la rivista di architettura, arredamento, design ideata da Gio Pontie da Gianni Mazzocchi.A sfogliare la sua collezione si possono leggere
ottant’anni di storia “profonda” del nostro Paese: i suoi desideri e le sue delusioni, la sua energia e i suoi dubbi sul futuro. Un termometro del ruolo, della fortuna e della sfortuna dell’Italia nel corso del Novecento
CULTURA*
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S e ottant’anni di storia d’Italia — storia “profonda”, “trasversale”, anche della psiche, dei sogni, delle aspirazioni, del- le delusioni, dei rimorsi, dei dubbi per il futuro di un paese — si possono leggere di filato nelle pagine di una rivista, que-
sta è Domus. Il primo numero è del gennaio 1928, lo stesso anno in cui esce una pubblicazione altret- tanto longeva, Casabella. Si occupano entrambe, molto alla larga, di case, e di tutto quello che entra in casa (o collega la propria casa con le case di tutti gli altri, fino all’automobile e alla televisione, in- somma). Cioè di qualcosa che nel corso dell’intero Novecento, in modo crescente fino ad oggi, impe- gnerà l’inventiva, le ambizioni, le paure degli italia- ni, sarà uno dei termometri dei loro umori. Quasi al- la stessa stregua del “posto di lavoro”, della fiducia o meno in un avvenire migliore. Qualcosa, oserei di- re, di ancor più importante della fiducia, che an- ch’essa va e viene, nelle classi dirigenti (politiche, dell’economia, di chiesa o d’opinione che siano).
I primi numeri di Domus portano come sottoti- tolo «Architettura e arredamento dell’abitazione in città e campagna». Casabella invece «Arti e indu- strie dell’arredamento». Per entrambi il sottotitolo sarebbe cambiato più volte nel corso dei decenni, ma senza mai rinunciare completamente al punto di partenza. La Domus di Gio Ponti si sarebbe oc- cupata di «arte della casa» in tutte le declinazioni possibili, compresi il giardino, l’orto, la cucina e il design degli «oggetti» per la casa, nonché di «stile» e di «gusto». Quella di Ernesto Nathan Rogers della «casa per l’uomo».
Le due pubblicazioni, nel corso degli anni, avrebbero più di una volta alternato gli stessi diret- tori o condirettori, Ponti e Rogers (ma anche pa-
recchi altri, come Marco Zanuso, Ettore Sottsass e Gillo Dorfles). Avrebbero avuto per un lungo pe- riodo (dal 1934 al 1964) anche lo stesso editore: Gianni Mazzocchi, personaggio straordinario, pa- dre di Domus, certo, ma anche di Fili, rivista di ri- camo e del Libro di casa, pubblicazione di «econo- mia domestica» per famiglie con ricette, consigli, voci di entrata e capitoli di spesa (che arrivò a tira- re ottocentomila copie, molto prima che arrivasse- ro le tv). E ancora: inventore di Quattroruote, desti- nata ad essere la Bibbia dell’Italia che si motorizza-
va, e di Quattrosoldi, che si rivolgeva ai consuma- tori negli anni del Boom. Ma anche il fondatore del clandestino Unità europea sotto occupazione te- desca, di Italia Libera, diretta da Leo Valiani, subi- to dopo la Liberazione, poi de L’Europeo di Arrigo Benedetti e de Il Mondodi Mario Pannunzio. E scu- sate se è poco, accanto ad un’altra trentina e più di testate. «Nessuno ha inventato tanti giornali quan- to lui», è il modo in cui lo ha ricordato Enzo Biagi. Talvolta forse aveva il difetto di arrivare troppo pre- sto. Lui forse pensava di essere un attimino in ritar- do, o giocava con questo pensiero, come quando, a metà anni Sessanta, intitolò un proprio articolo su Quattroruote: «L’aerorazzo da Marte viaggia con
una settimana di ritardo». Chissà cosa avrebbe po- tuto combinare un ingegnaccio così se gli fosse ca- pitato di occuparsi anche di giornali quotidiani e di televisioni.
Quanto a Domus, la più longeva della sue crea- ture, era nata da una combinazione unica e impro- babile (quanto lo è forse la combinazione che ha portato la nascita di ciascuno di noi, sei miliardi di attuali abitanti del pianeta Terra): un Gianni Maz- zocchi allora ventunenne, giunto a Milano dalle Marche in cerca di lavoro; padre Semeria, un bar- nabita che era stato cappellano militare durante la Grande guerra e, diventato stampatore, coltivava il sogno di una pubblicazione italiana legata alle di- scipline artistiche; e l’architetto Giovanni Ponti, al- lora giovane disegnatore di ceramiche per la Ri- chard Ginori, il cui nome sarebbe stato fatto, pro- prio a padre Semeria, da un famoso giornalista, Ugo Ojetti.
Capita (spesso) che le vie del signore, o le vicen- de storiche degli uomini, della politica siano fasci- nosamente tortuose. Gio Ponti e Gianni Mazzoc- chi avrebbero più volte clamorosamente litigato, per poi ancora più clamorosamente riconciliarsi. Mazzocchi era stato licenziato subito, perché la ri- vista andava male; si rifece comprandola. Ponti se n’era andato sbattendo la porta nel 1940. A fare una rivista di moda, con l’ambizione di fare concorren- za alla supremazia della haute couture franco-bri- tannica, la cui testata era stata suggerita da Musso- lini in persona: Bellezza. Mazzocchi, che continuò a far uscire Domus anche nella Milano bombarda- ta durante la guerra, aveva dovuto rimediare fa- cendo un nuovo direttore all’anno. Tra questi Giu- seppe Pagano, cui negli anni Trenta aveva già affi- dato la direzione di Casabella. Fascista convinto (al punto da aver italianizzato il cognome originario Pogatschnig), Pagano si era poi arruolato volonta- rio per la guerra in Jugoslavia, ma ne era rimasto tal-
SIEGMUND GINZBERG
invece di sfasciare
LE COPERTINE Nelle pagine, una selezione delle copertine della rivista Domus
negli ottant’anni dalla fondazione In alto a sinistra, la prima del gennaio 1928. In basso a destra, l’ultima in uscita domani, 4 febbraio
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LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31DOMENICA 3 FEBBRAIO 2008
mente disgustato da passare coi partigiani. Arre- stato, era riuscito ad organizzare un’evasione di massa dal carcere di Brescia. Nuovamente cattura- to, era stato deportato e ucciso a Mauthausen. Nel 1948 Ponti si era lasciato convincere a tornare a di- rigere Domus, mentre Ernesto Nathan Rogers, che l’aveva diretta nell’immediato dopoguerra, facen- do riscoprire ai suoi lettori l’America, tornava a di- rigere Casabella.
Tra Ponti e Mazzocchi continuavano ad esserci scintille, ma non potevano fare a meno l’uno del- l’altro. Litigando costruivano, non sfasciavano. «Duellanti geniali», li ha definiti la figlia di Gio, Lisa Licitra Ponti, stretta collaboratrice di entrambi nel- la redazione di Domus dagli anni Cinquanta a fine anni Settanta.
Questi sono gli anni magici. Gli anni della crea- tività a tutto campo e del miracolo economico, del grande design e del primo benessere operaio, del- la libertà assoluta delle forme, dell’esplosione dei colori, insomma davvero dell’«immaginazione al potere», prima che finisse col diventare uno slo- gan, bello ma sempre solo slogan. Sono gli anni in cui, arrivati dal Sud con le valigie di cartone, gli ex contadini mettono su casa al nord e, soprattutto, hanno la certezza che i propri figli staranno me- glio di loro. Gli anni in cui esplodono le avanguar- die, nasce il pop. Gli anni del made in Italy che fi- nirà nei musei di arte moderna (e nei grandi ma- gazzini e boutique chic di tutto il pianeta), gli an- ni in cui due trentenni, Renzo Piano e Richard Ro- gers vincono il concorso per il Beauburg di Parigi, gli anni dell’Italia che scopre l’architettura del re- sto del mondo e del mondo che riscopre il genio italiano. Tutto puntualmente, continuamente documentato, anzi anticipato sulle pagine di Do- mus. Sfogliare per credere l’impressionante anto- logia di Domusdal 1928 al 1999 pubblicata un paio d’anni fa da Taschen, dodici volumi, settemila pa-
gine, ventimila immagini, egregiamente com- mentata dalle introduzioni di Luigi Spinelli (ma perché non ne fa un libro?) e da interventi dei di- rettori succeduti a Ponti. L’opera non è alla porta- ta di tutte le borse, ma credo che non dovrebbe mancare in nessuna biblioteca.
Ponti è scomparso nel 1979, Mazzocchi nel 1984. I grandi se ne stanno andando uno dopo l’al- tro: Zanuso, Sottsass… Domus continua ad uscire ed essere letta in novantadue paesi, edita dalla fi- glia di Mazzocchi, Giovanna, cresciuta pratica-
mente in redazione, e con nomi uno più presti- gioso dell’altro che si alternano alla direzione ogni tre anni circa, ultimo Flavio Albanese. Resta una pubblicazione di tutto rispetto. Altri cento di que- sti anni!, viene da dire.
Ma allora, perché provo tanta struggente no- stalgia, mi assilla invece l’idea che quegli anni, Cinquanta, Sessanta, Settanta, siano irripetibili? Solo perché sono invecchiato, la mia generazione ha perso l’entusiasmo che aveva in quegli anni? Potrebbe essere, ma non credo sia solo per questo, né che si tratti solo di impressioni. Ne discuto ogni tanto con gli amici. C’è chi pensa che sia colpa del fatto che non si discute più, e chi invece
sia colpa del fatto che si à discusso tanto e fatto po- co. Qualcuno dà la colpa a Berlusconi, altri agli Americani, e alla guerra per spartirsi i mercati del lusso e delle idee, non meno brutale di quella per aggiudicarsi materie prime e petrolio. Qualcuno sostiene che i guai iniziarono con l’austerità di Berlinguer. Altri se la prendono con una sinistra che ad un certo punto si mise a vaneggiare dei «piani del capitale», mentre il problema era che di piani non ne avevano alcuno, tranne per il giorno per giorno. Philippe Daverio mi fa notare che la “magia” di quegli anni Sessanta fu anche nella col- laborazione tra un gruppo di intellettuali molto sofisticati e gli artigiani mobilieri della Brianza. Ha probabilmente ragione, anche le migliori idee non vanno lontano se qualcuno non produce, c’è poco da esercitare la fantasia al potere se non reg- ge il prodotto interno lordo. Ma a quei tempi, oltre al balzo del pil, c’erano il Pci e la Dc, una sorta di «duello tra geni» simile a quello tra Ponti e Maz- zocchi, non la rissa da saloon.
Per restare in tema di casa e design, il punto più alto di prestigio a livello mondiale lo raggiungem- mo forse all’inizio degli anni Settanta, quando il MoMA di New York ci dedicò una mostra epocale: Italy: the New Domestic Landscape. Sono passati da allora trentacinque anni. Temo in discesa. Quando un paio d’anni fa tornai a New York e an- dai a vedere il nuovo splendido MoMA, mi incu- riosì una mostra all’ultimo piano, dedicata alla Nuova architettura in Spagna (dal 2000 in poi). Cose da mozzare il fiato, al cui confronto l’Italia sembra ferma da trent’anni. Non par- liamo della Cina. Noi abbiamo ancora Do- mus, ma a correre sono gli altri.
Il punto più alto negli anni Settanta: l’avvento
del made in Italy che finirà nelle boutique ma anche nei musei d’arte moderna
LE CELEBRAZIONI
Domus celebra il suo ottantesimo compleanno con diverse iniziative tutte dedicate al suo fondatore, Gio Ponti. Si inizia a febbraio con un numero speciale della rivista: dodici artisti contemporanei reinterpretano alcuni dei progetti più significativi dell’architetto e designer milanese riferiti al periodo tra gli anni Venti e Settanta. Sempre a febbraio, nei weekend 16-17 e 23-24, Domus organizza a Milano un itinerario guidato tra i progetti dell’architetto Un tour – gratuito e aperto a tutti - di otto edifici tra i quali la Torre Pirelli, i due palazzi Montecatini e la Torre Littoria o Branca di Parco Sempione. A maggio, per il Salone del mobile, Domus allestirà una mostra su Gio Ponti
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la lettura San Valentino
Un moderno Cupido cerca di vendere i suoi versi in un mondo in cui ormai tutto, anche il corteggiamento, è diventato veloce e anonimo. Ma i clienti non mancano perché i cuori che si spezzano e i guai sentimentali sono sempre quelli
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N on serve che vi dica il mio nome. Vi basti sapere che sono nel giro da un sacco di tempo e che, dopo tutti questi anni-decenni-se- coli di esperienza nel set-
tore, conosco il mio mestiere. Alcuni mi chiamano Anonimo, ma potrebbero na- scere equivoci perché ci sono un sacco di Anonimi in giro, e di varia qualità. Gli Anonimi scrivono parecchio sulle pareti dei bagni — «Chiamami, ti sorprenderò», seguito da un numero di telefono — e fanno affari d’oro negli annunci perso- nali per categorie: «Cupo ubs [uomo bianco sposato] cerca svago pomeridia- no con dns [donna nera single], 25-35, non fumatrice, amante sculacciate». Nessun talento, solo i particolari nudi e crudi. Detesto essere confuso con mar- maglia di questo genere.
Quindi, non chiamatemi Anonimo. Non chiamatemi per niente. Saltiamo le formalità, d’accordo? Quando ci incon- treremo, intendo. Perché noi ci incontre- remo.
Come farete a riconoscermi? Un tem- po ero famoso. Giravo di città in città, a cavallo se ero ben fornito di soldi, a piedi se i guadagni erano stati magri. Portavo un bastone intagliato e robusti calzari di cuoio. Il mio abbigliamento evocava una certa aria di magia e mistero: faceva pen- sare ai clienti che fossi versato nella sa- pienza antica, cosa che ero, e che avessi un filo diretto con forze invisibili, cosa che avevo. Non avrei dovuto sottolinea- re queste mie doti, ma se uno le ha e non le ostenta, come fanno gli altri a saperlo? Quindi ricorrevo all’abbigliamento ec- centrico come a una sorta di insegna. Mi mettevo al lavoro nella piazza principale, ritirandomi discretamente in un angolo, penna d’oca e papiro a portata di mano, oppure, in tempi più recenti, pergame- na, o, più recenti ancora, carta e penna. I
disperati sapevano dove trovarmi. Poi le cose sono cambiate. Lo fanno
sempre. La storia mi ha sospinto qua e là, da una prestigiosa riserva di caccia del- l’amore all’altra. Clientela con molto tempo a disposizione — il romanticismo lo richiede — una certa provvista di con- tante, che non guasta mai, e l’interesse a un approccio raffinato. In questi giorni sono a Toronto, che per la mia professio- ne prima era un deserto, adesso un’oasi. Dove ci sono tapas bar, ci sono lettere d’a- more.
Di solito potete trovarmi al Bar Mercu- rio, un locale che ho scelto in omaggio al mio nume tutelare, Mercurio, o Hermes. È il dio della comunicazione e del fascino (capirete perché siano attributi indi- spensabili, per me) e anche degli inganni e delle bugie (che comunque possono servire). Ho anche un altro nume tutela- re: Afrodite. Può essere complicato bar- camenarsi, perché i due non vanno mol- to d’accordo. Per Hermes una scopata è una scopata, dopodiché torna ai suoi af- fari senza versare una lacrima. Se deve prodursi nell’abile imitazione dell’inna- morato perso, lo fa, ma quello resta: un’a- bile imitazione.
La descrizione, per lui, è fine a se stes- sa: non per niente è stato chiamato il Re danzante dell’aggettivo. Al contrario, Afrodite è una purista. Per lei, l’amore è serio al punto da diventare noioso. Spin- gerà i suoi devoti fino alla pira funeraria, se occorre. Il vostro cuore deve battere davvero a velocità tripla, desiderio e di- sperazione devono essere autentici o vi darà lei un buon motivo per piangere, fa- cendovi innamorare di un asino alla pri- ma occasione. [...]
(Non commettete l’errore di credere che io disprezzi l’amore. Io ci scherzo, sì, ma dopo tutto l’amore è la forza più po- tente del mondo, e comunque non vorrei mai offendere la mia idea. Ho dedicato la vita al servizio dell’amore, per lo meno il
mercoledì e il venerdì. In sostanza lo ve- nero, come chiunque altro. È solo che og- gi le sue manifestazioni sono diventate così pacchiane, meschine, venali, rinsec- chite... ma adesso basta). [...]
Oggi come oggi indosso scarpe da gin- nastica comode e le tute azzurre e lilla che potrebbe mettersi una matrona in carne quando esce per la sua dimagrante corsa mattutina. Oppure, nel mio avatar ma- schile, jeans di buona qualità, un berret- to da baseball che è ridicolo, lo ammetto, ma sincero — I (cuore) the leafs — una maglietta nera e una catenina d’oro al collo. Solo una catenina d’oro, attenzio- ne. Non voglio farmi notare.
Mi siedo con il mio latte, leggo il gior- nale — gli oroscopi aggiungono un tocco di comica nostalgia alla mia giornata — e aspetto i clienti. Se avete bisogno dei miei servizi, accostatevi con discrezione e presentatevi come segue:
«Abbastanza caldo per lei?» (Sostitui- bile con Freddo, Umido, Nebbioso, Nu- voloso, Nevoso o Saturo di smog, a se- conda delle circostanze). Dopo che vi avrò dato la risposta standard — «Ne sof- friremo dopo» — voi dovrete pronuncia- re la password: «O lente, lente currite noc- tis equi!».
Se mi piacerà il vostro aspetto e sentirò che una collaborazione è possibile, e che non avete l’aria di chi non paga — cosa che comunque vi consiglierei di evitare — risponderò: «Le stelle si muovono an- cora, il tempo corre, l’orologio suonerà».
Se, invece, non risponderete ai miei re- quisiti dirò: «Mi dispiace, parlo solo in- glese». Se insisterete e comincerete a gri- dare che sapete chi sono e che dovete as- solutamente avvalervi del servizio irri- nunciabile che solo io posso offrire, se vi butterete in ginocchio e comincerete a baciare l’orlo di qualunque cosa io in- dossi, chiamerò il direttore del locale. Io non so trattare con i pazzi, ma lui sì. Ve-
dete, se è vero che voi dovete fidarvi di me, anch’io devo potermi fidare di voi. La no- stra impresa richiede lavoro di squadra. Voi dovete fornirmi la materia prima emotiva. Non potete limitarvi a star lì se- duti a far niente. Ecco perché sono così selettivo.
Tuttavia, rifiuto meno candidati di quanti vorrei, ultimamente. L’aggraziata ed efficace manipolazione della parola scritta, finalizzata al raggiungimento dello scopo voluto — copula di mezza- notte, estenuante amoreggiamento dol- ce-amaro, trionfo di campanelli nuziali di raso bianco — è sempre stata indi- spensabile nel mio mestiere, ma pare che la grazia ormai sia volata fuori dalla fine- stra. Adesso un ragazzo può mandare un messaggino sul cellulare del proprio og- getto del desiderio — voglio scoparti — e non è escluso che lei si presenti in sala giochi e l’accontenti. Il tramonto del pu- dore non è stato un vantaggio, dal mio punto di vista. Per gli affari è negativo.
Un tempo c’era grande richiesta di so- netti di pregiata fattura, come «Amore non è amore se muta quando scopre un mutamento», o anche di versi più legge- ri, come «Raccogliete le rose, finché po- tete», e così via. Dimostravano — per
quanto falsamente — che un uomo, o una donna, avevano in mente qualcosa in più del corpo dell’amata/amato. Ades- so ci fermiamo a 6unagnocca. Dov’è l’ar- te?
Pertanto, ho dovuto sgomitare un po’ per mantenermi in corsa. Sono arrivato a una presentazione che definirei sottile, ma convincente. Ecco il ventaglio del- le offerte: «Scriba dell’amore senza età! Il menù del desiderio! Vasta esperienza dei due generi princi- pali, più omosessualità, travesti- tismo, pedofilia, feticismo, zoo- filia e altro!
Falla/fallo sciogliere con un favoloso bouquet di frasi per- sonalizzate! I dolci sono ele- ganti, i fiori parlano, il liquo- re fa effetto prima, ma una lettera scritta da un esperto è molto, molto meglio! Quello che vogliono le don- ne moderne: addominali strepitosi, membro agile e resistente, adorazione totale ma, più di tutto, senso dell’umorismo! Corteggiala con adoran- ti facezie!
Tutte le ragazze sono curiose: lascia che io ti trasformi in un pacchet- to viola denso di mistero che lei smania dalla vo- glia di aprire!
Suscita la sua compas- sione! Permettimi di in- dicarti le tue ferite segre- te, quelle che solo l’im- piastro dell’Amore può guarire!
Scelta di cento incipit: Mio dolce tesoro, Mio ado- rato pasticcino, Mio ciocco- latino peccaminoso ma bio-
logico, Mia Venere scatenata, Mio frusti- no di cuoio, Mia surreale tazza foderata di pelliccia, Mia giugulare della passio- ne, Mia voluttuosa e odorosa cipolla, Ba- cio i tuoi tricipiti tatuati, Voglio il tuo tac- co 12 che affonda nel mio collo, Tu in- credibile stronza... e altri ancora! Optio- nal: inchiostro che scompare! Svanisce dopo una settimana /un mese /un anno, per evitare imbarazzi a un successivo ap- puntamento!
Dignitose lettere di rimprovero per si- gnorine scaricate. Riconquistatelo con due righe gelide e bollenti insieme! Odi et amo, versione aggiornata! Nessun inca- rico è troppo modesto, nessun cuore troppo a pezzi!
Braille senza costi aggiuntivi! Posso fare per te quello che il viagra
non può! Torturato dalle pene d’amore? Pensi di
non poterti permettere il mio aiuto? Non puoi non permetterti il mio aiuto!»
Ecco qui. Con ogni ordine riceverete in omaggio una fornitura mensile di carta profumata con elegante mono- gramma inscritto in una rosa, per le donne, e per gli uomini un portabi- glietti da visita in vera pelle di serpente, con diversi nomi falsi sui biglietti. Pra- tico se avete fretta.
Ci siete, finalmente! Guardatemi egli occhi. Avete la mia completa attenzione. Raccontatemi il vostro problema d’a- more. Proponete la soluzione che prefe- rite. Non siate timidi: ricordate, qualsia- si cosa abbiate immaginato, io l’ho già fatta. Più di una volta. Oh, ben più di una volta! Lasciatemi con il vostro problema per una notte. Pagamento anticipato, per favore: presto sarete rapiti da una ta- le estasi che vi dimenticherete di scrive- re l’assegno. Non preoccupatevi. È de- naro ben speso. Io ottengo sempre risul- tati. Grazie. Non ve ne pentirete.
Traduzione Alessandra Sora (© O. W. Toad Ltd, 2007)
Una volta c’era grande richiesta
di sonetti di pregiata fattura. Adesso
ci fermiamo a “6unagnocca”
Dov’è l’arte?
MARGARET ATWOOD
del Saturday
Evening Post
Valentines
(edizioni Taschen)
Repubblica Nazionale
Non si ascolta la stessa musica, non si leggono gli stessi libri, non si hanno le stesse idee E quando un uomo smette di fingersi ciò che non è, può finalmente violare la regola aurea (ma sbagliata) di “Love Story” E dire una volta per tutte: “Mi dispiace”
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33DOMENICA 3 FEBBRAIO 2008
IL LIBRO
I due brani pubblicati in queste pagine sono tratti dal libro In cinque lettere: amore (Oscar Mondadori, 300 pagine, 8 euro) Si tratta di un’antologia a cura di Joshua Knelman e Rosalind Porter (revisionata e tradotta da Martina Cocchini e Alessandra Sora) che raccoglie quaranta dei migliori talenti letterari contemporanei alle prese con la stesura di una lettera d’amore. Tra gli altri, Jonathan Lethem, Gautam Malkani, Michel Faber, Nail Gaiman In libreria il 5 febbraio
Rilke e anche Dylan... Be’, cara, che ti pos- so dire? È ciò che fanno tutti i giovani. Ci- tano Nietzsche e Dylan e Rilke. Idem per la musica: l’implacabile diluvio dell’ulti- mo Coltrane che ho inflitto alle tue orec- chie... mi dispiace anche di quello.
Più precisamente, mi dispiace che do- po aver ascoltato First Meditations (for Quartet) a tutto volume tu abbia detto: «Penso di essere semplicemente troppo in pace con me stessa per questa roba».
Sì, proprio così, mi dispiace che tu l’ab- bia detto perché di fronte a quello io non ho avuto altra scelta che dire: «Va
bene, abbiamo chiuso». Al che tu hai detto: «Che cosa intendi?» e io ho detto: «È finita. Ci lasciamo». Potrà sembrare una reazione piuttosto estrema alla tua reazione ma, anche adesso, ripensando- ci, mi dico: bene, meglio per te (cioè, me).
Francamente, chiunque non si senta morire nel momento di transizione tra il primo pezzo, Love, e il secondo, Com- passion, quando l’eco del sax tenore in- combe su tutto e c’è quasi silenzio, ap- pena una debolissima vibrazione resi- dua prima che Elvin e Trane riportino l’intera suite a gonfiarsi di vita... be’, fran- camente, anche se stiamo trattando, al- la lettera, del movimento tra Amore e Compassione, una persona del genere merita di essere sbattuta fuori a pedate nel culo! Dopotutto, non è che stessimo ascoltando Ascension. Quello sì che è baccano. Per inciso, io non ascolto mai free jazz, adesso — preferirei cacciare la testa in un bidone di metallo e chiedere a qualcuno di picchiarci sopra con un martello — ma a vent’anni devi, né più né meno, riempirti la testa con quella ro- ba. Ti placa, a qualche livello.
Altra cosa di cui mi dispiace è l’insi-
stenza con cui volevo sempre andare in quel pub, l’Effra. Dio, se mi piaceva quel pub! Amo tutti i pub, ma quello lo amavo più degli altri. Adesso che difficilmente metto piede nei pub, mi sembra quasi impossibile averli amati così tanto. Mi urtano per quanto sono orribili, fumosi, violenti, e probabilmente a quel tempo erano più violenti, più fumosi e persino più orribili. Solo che non mi sembrava plausibile che non ti piacessero i pub. Come potevano non piacere i pub? I pub non erano soltanto i posti dove ci si di- vertiva; i pub erano quello che uno face- va. Specialmente l’Effra. In un senso più generale e più collegato al discorso “bir- ra”, è per me fonte di profondo ramma- rico che tu abbia avuto la sfortuna di co- noscermi nel pieno della fase real ale, [la birra alla spina artigianale britannica, ndr] cosicché tutte le nostre vacanze (so cosa dirai: che ne abbiamo fatte solo due) sono state organizzate secondo le indi- cazioni del Camra [Campaign for Real Ale, organizzazione per la promozione della real ale, ndr]. Non fraintendermi. Non è che voglia buttare via il bambino con l’acqua sporca e denunciare la (o ri- nunciare alla) real ale. La amo ancora. La birra “piatta” servita a temperatura am-
biente è uno dei grandi contributi del- l’Inghilterra ai piaceri della vita. Però ti concedo questo: può sembrare strano che uno (io) abbia speso i suoi vent’anni a tracannare pinte di Dog Bolter e a cer- care taverne dove servissero l’Old Pecu- liar. L’ho capito con particolare chiarez- za tra i trenta e i quaranta — gli anni esta- tici — quando mi sono trovato a vivere una vita per certi versi più giovanile di quella da pub che conducevo a vent’an- ni, ma, come per Arsène Wenger, all’e- poca l’alternativa non c’era.
Mi dispiace davvero, anche, che tu fossi una femminista così sfegatata. Sin- ceramente. Che spreco. Eri lì, venticin- que anni, sinuosa come una gattina e non ti ho mai vista con un paio di calze autoreggenti o un perizoma (ricordo an- cora l’ira che ha scatenato in te, in me, in noi lo slogan pubblicitario «Sotto sotto sono tutte adorabili»), e per la verità nemmeno con un vestito. Solo salopette e (massima concessione all’eleganza) il foulard in testa alla Simone de Beauvoir. Povera te, povero me, poveri noi. Inten- diamoci, il sesso era comunque grandio- so, no? Nonostante tutti i divieti politici in materia di penetrazione e patriarcato e la temibile icona di Andrea Dworkin che incombeva su di noi come una ma- ledizione, venne fuori che a noi, a qual- che livello senza tempo, piaceva fare le stesse cose che piacciono a tutti da sem- pre. Quei momenti in cui tu mi dicevi «Fammi tutto». Be’, chiamami opportu- nista ma per me significava, in parole po- vere, «Mettimelo dietro». Che poi era proprio quello che intendevi, ovvio, però dirlo esplicitamente sarebbe stato come mostrarti bramosa della tua stessa oppressione, come scegliere di leggere
Norman Mailer (almeno io non ho mai citato quell’ubriacone) invece di Toni Cade Bambara. Il che, è ovvio, contribui- va a rendere le cose più eccitanti. Ah, bei tempi. O, per lo meno, grandi momenti.
In ogni caso, tutta questa premessa è per dire, in sostanza, che mi dispiace di essere stato tanto idiota. Mi dispiace di aver pensato che il modo per sedurre una donna — te compresa, è superfluo che io te lo ricordi — fosse scardinare le sue convinzioni politiche; di aver pensa- to che il modo per dimostrare che ero il maschio mentalmente dominante del gruppo fosse citare Nietzsche e in gene- rale far capire che avevo letto più Adorno e Lukács di qualunque altro maschio ri- vale che stesse cercando di fare la mede- sima cosa. Quindi, per provare il mio ge- nuino pentimento, farò una confessione — anzi una duplice confessione, che per la prima parte, a essere del tutto onesti, è una vera spacconata: sono davvero an- dato a letto con M. quella volta dopo la fe- sta a Bonnington Square, quando ti dis- si che all’ultimo momento avevo deciso di fermarmi a dormire da Pete Johnson a Oval Mansions. Colpevole per aver com- messo il fatto (sto cercando di cancellar- mi il sorriso dalla faccia, ma per la verità non è un sorriso, è un ghigno). Questa è la prima parte. E anche la seconda, me ne rendo conto adesso, è un po’ una spac- conata: non ho mai letto Storia e coscien- za di classe. La verità nuda e cruda è che era troppo complicato e noioso. I giorni in cui riuscivo quantomeno a contem- plare l’idea di leggere roba del genere so- no lontani — il cervello non è più quello di un tempo — ma allora ero, teorica- mente, capace di farlo. Il buffo è che, tra tutte le cose che all’epoca non sono ac- cadute, questa è una che davvero non rimpiango.
Con amore. Traduzione Alessandra Sora
(© Geoff Dyer, 2007)
O vviamente scrivo per dire che mi dispiace. So che questa dovrebbe es-
sere una lettera d’amore ma, come avrete capito, io sono uno di quegli uomini per cui amore — al contrario di quanto si sosteneva nel film con Ali MacGraw e Ryan O’ Neal — significa sempre do- ver dire «mi dispiace». A un certo punto le lettere d’amo- re diventano lettere di scuse. La cosa che le distingue è la stessa che fa sì che sfumino le une nelle altre: una rela- zione.
Per cominciare dall’ini- zio, ti vidi a quella festa, do- vunque fosse, ed eri bellis- sima. È superfluo dirlo? C’è un uomo al mondo che non giudica — o per lo meno giudicava — bellis- sima la propria donna? (Temo che questa sia una parafrasi di qualcosa che disse Arsène Wenger, e negli anni Ottanta, gli anni in cui questa lettera vor- rebbe essere stata scritta, nessuno aveva mai sentito parlare di Arsène Wenger.
La peculiarità di questa let- tera, però, è che la immagi-
no, sì, scritta da un me stesso ventenne, ma da una versio-
ne di quel me stesso che può contare su tutto il buonsenso e
l’intuito — non granché, in verità — che ho sviluppato da allora. Così, per amore di chiarezza: oltre a essere una lettera non per una ma per diverse ex, è anche una lettera da parte di diverse versioni del mio io precedente, ex anch’esse, in qualche caso. Come tale, essa risulta scritta allora e adesso e in vari momenti intermedi. Il suo tempo verbale, am- messo che ne abbia uno, è il presente re- trospettivo).
Tutto il resto nacque dall’averti vista a quella festa e dall’aver pensato che eri bellissima e che, in qualche maniera, do- vevo trovare il modo di parlarti.
Hai presente i contratti di licenza dei software? «Aprendo l’applicazione l’u- tente accetta i termini del presente ac- cordo ecc...». Io penso che effettivamen- te uno firmi un contratto nel momento in cui riceve il primo bacio e che l’accordo venga rinnovato e prorogato a ogni bacio successivo: partecipando a questo bacio accetto spontaneamente di farmi spez- zare il cuore in cambio di un unico mo- mento di beatitudine. È una versione del concetto faustiano «Attimo: sei così bel- lo, fermati». (Ritornerò anche su questo). A me stanno benissimo i termini di quel contratto. La vita sarebbe insulsa, altri- menti. La cosa importante è che abbia- mo trascorso giorni grandiosi insieme, attimi grandiosi, che per la maggior par- te, in tutta franchezza, non mi ricordo più. La vita è sempre e soltanto questione di attimi. (Pertanto, quando dico che questa è una lettera di scuse, intendo il contrario: è una lettera di non-scuse).
«Avete mai detto sì al piacere?.. Allora voi avete detto sì anche a ogni dolore»: il pacchetto completo. Come sai, io ero — in questo contesto sono troppo imbaraz- zato per dire «io sono» — piuttosto nietz- schiano. Di questo mi dispiace, del mio continuo citare Nietzsche. In effetti, visto che siamo in argomento, mi dispiace del mio continuo citare, punto. Tutto quel
Ti farò una confessione: non ho mai letto
“Storia e coscienza di classe”.La verità
è che era troppo complicato e noioso
Niente John Coltrane? Ok, è finita, ci lasciamo
GEOFF DYER
Lettera a diverse possibili destinatarie, dalla metà egli anni Ottanta. All’interessata...
Repubblica Nazionale
La più celebre canzone del dopoguerra italiano nacque cinquant’anni fa da una concatenazione di eventi che ha dell’incredibile e prima di tutto dall’amicizia
tra due aspiranti attori allievi del Centro sperimentale di cinematografia: Domenico Modugno, che era stato ammesso raccontando una barzelletta, e Franco Migliacci, che non aveva ancora scritto nessun testo.Poi, in una notte di temporale, i versi e le note presero la forma definitiva...
34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 3 FEBBRAIO 2008
La vera storia di un successo dipinto di blu
(segue dalla copertina)
«N on ho mai capito se fosse una poesia che già esisteva o se li stava inventando, poi arrivò la frase musicale: prima fu “volavo oh oh”, poi la spostò all’infinito, alla fine diventò
“volare oh oh”. Era felice, urlava a squarciagola. Chiamò subito Migliacci, gli disse vieni a sentire, la canzone è finita». Se ogni volta che nasce una can- zone si può parlare di un piccolo miracolo dell’inge- gno umano, allora il caso di Volare è un autentico prodigio, nasce da una concatenazione di eventi che ha dell’incredibile. La gestazione è stata lunga, non facilissima, a dispetto di quello che mostra, ovvero la sua irresistibile naturalezza, quella grazia che sembra arrivata di getto, come un’epifania. Lo fu certamente per il pubblico, per l’Italia che improvvisamente sco- prì la sua voglia di rinascere, di diventare moderna, di volare, ma per gli autori ci volle del tempo.
Franco Migliacci era amico di Modugno, si erano conosciuti al Centro sperimentale di cinematogra- fia, entrambi pensavano che avrebbero fatto gli at- tori. Modugno gli diceva: prova a scrivere un testo. Non lo aveva mai fatto (e anche questo ha dell’in- credibile), finché un sonno turbolento, agitato, lo portò al risveglio a guardare bene delle stampe di Chagall appese alle pareti e a conciliarle col sogno di
Volare GINO CASTALDO
DISEGNI Questi schizzi che ritraggono Domenico Modugno mentre canta accompagnandosi alla chitarra sono opera di Renato Guttuso e fanno parte dell’archivio custodito da Franca Gandolfi
SPETTACOLI
Repubblica Nazionale
APPUNTI Sulle pagine dei quaderni autografi di Modugno, che pubblichiamo in queste pagine per gentile concessione di Franca Gandolfi, il lavorio creativo sul testo di Volare Come racconta Gino Castaldo nel suo articolo, la canzone conobbe diverse versioni prima di quella definitiva che verrà presentata a Sanremo 1958 Il disegno in copertina è la locandina firmata Crepax per Nel blu dipinto di blu
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35DOMENICA 3 FEBBRAIO 2008
EDMONDO BERSELLI
volo che aveva fatto. Da lì la scintilla, le prime frasi: «Nel blu dipinto di blu, volavo nel cielo blu». Modu- gno intuì subito che era una grande idea, disse «Mi piace, mi piace assai», e ci lavorarono per giorni.
A casa Modugno, in un sottoscala, c’è l’archivio che sta curando di persona la signora Gandolfi. Un computer, dove sta entrando tutto il materiale della strepitosa carriera di Modugno, ci restituisce mano- scritto dopo manoscritto l’emozionante processo che ha portato all’idea finale: all’inizio si chiamava Sogno in blu, diceva: «Ieri ho sognato il più bello dei sogni perché mi dipingevo le mani e la faccia di blu, poi come un foglio di carta dal vento rapito, inco- minciavo a volare nel cielo infinito». Alcune parole sono rimaste nella versione definitiva, altre no, ma soprattutto cambia il ritornello: «Di blu m’ero dipin- to e me ne andavo in cielo», ma era proprio questo che non convinceva, ci voleva dell’altro. In un’altra leggiamo l’incipit che sarà definitivo: «Penso che un sogno così...», ma ancora col vecchio ritornello. Di fase in fase, di gradino in gradino, nasce il capolavo- ro, fino alla notte di tempesta con la finestra che si spalanca.
Ma non è finita, la concatenazione di eventi è an- cora più straordinaria. «Nessuno capì subito la por- tata della cosa che avevano in mano. Sapevano che era molto originale, ci credevano, ma da lì a imma- ginare il successo ch