realismo politico e geopolitica in zbigniew brzezinski

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1. Contestualizzazione storica e note comparative Nel panorama degli studi strategici statunitensi post-Seconda guerra mondiale, pochi personaggi hanno avuto la rilevanza di Zbigniew Brzezinski nell’analizzare alcune dinamiche politiche e nell’elaborare determinate prescrizioni di politica estera poi adottate da diverse amministrazioni americane. Rispetto a Henry Kis- singer, altra figura riconosciuta come “realista” dalla politologia, Brzezinski ha probabilmente riscosso meno successo politico. Ambedue incarnano la figura dello studioso prestato alla politica. Dal punto di vista prasseologico, entrambi hanno ottenuto notevoli risultati, seppur opinabili relativamente agli effetti strategici nel lungo periodo. Kissinger ristabilì le relazioni con la Cina, in funzione anti-sovietica, propiziando la riammissione di Pechino nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e la successiva fase di crescita sostenuta che avrebbe condotto l’ex Impero di Mezzo a sfidare gli Stati Uniti per la leadership globale. Analogamente, Brzezinski fece leva sulla realpolitik quando postulò la necessità di sostenere e armare i mujaheddin afghani allo scopo di lasciar impantanare i sovietici nel “loro Vietnam”: decisione che contribuì senz’altro ad accelerare il crollo dell’URSS ma finì per ripercuotersi qualche decennio dopo sugli stessi Stati Uniti, dato che gli eventi dell’11 settembre 2001 hanno designato l’inizio del lento declino dell’unica superpotenza rimasta dalle ceneri della Guerra Fredda. Storicamente Brzezinski si ritrova ad agire – da Consigliere per la Sicurezza Nazionale durante il mandato presidenziale di Jimmy Carter – in un contesto nel quale la politica estera americana aveva subito un fase di “europeizzazione” gra- zie alla realpolitik adottata da Kissinger, che mirava a cristallizzare il bipolarismo esistente e porre fine al pluridecennale dominio dell’universalismo liberal 1 (Cold War Liberalism). Cavalcando l’onda del malcontento interno scatenato dall’ecces- siva esposizione internazionale degli Stati Uniti, Kissinger intendeva porre «fine 1. m. del pero, Henry Kissinger e l’ascesa dei neoconservatori: Alle origini della politica estera ame- ricana, Laterza, Roma-Bari 2006, pp. 37-105. Alessio Stilo Realismo politico e geopolitica in Zbigniew Brzezinski

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1. Contestualizzazione storica e note comparative

Nel panorama degli studi strategici statunitensi post-Seconda guerra mondiale,

pochi personaggi hanno avuto la rilevanza di Zbigniew Brzezinski nell’analizzare

alcune dinamiche politiche e nell’elaborare determinate prescrizioni di politica

estera poi adottate da diverse amministrazioni americane. Rispetto a Henry Kis-

singer, altra !gura riconosciuta come “realista” dalla politologia, Brzezinski ha

probabilmente riscosso meno successo politico. Ambedue incarnano la !gura dello

studioso prestato alla politica. Dal punto di vista prasseologico, entrambi hanno

ottenuto notevoli risultati, seppur opinabili relativamente agli e"etti strategici nel

lungo periodo. Kissinger ristabilì le relazioni con la Cina, in funzione anti-sovietica,

propiziando la riammissione di Pechino nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e la

successiva fase di crescita sostenuta che avrebbe condotto l’ex Impero di Mezzo a

s!dare gli Stati Uniti per la leadership globale. Analogamente, Brzezinski fece leva

sulla realpolitik quando postulò la necessità di sostenere e armare i mujaheddin

afghani allo scopo di lasciar impantanare i sovietici nel “loro Vietnam”: decisione

che contribuì senz’altro ad accelerare il crollo dell’URSS ma !nì per ripercuotersi

qualche decennio dopo sugli stessi Stati Uniti, dato che gli eventi dell’11 settembre

2001 hanno designato l’inizio del lento declino dell’unica superpotenza rimasta

dalle ceneri della Guerra Fredda.

Storicamente Brzezinski si ritrova ad agire – da Consigliere per la Sicurezza

Nazionale durante il mandato presidenziale di Jimmy Carter – in un contesto nel

quale la politica estera americana aveva subito un fase di “europeizzazione” gra-

zie alla realpolitik adottata da Kissinger, che mirava a cristallizzare il bipolarismo

esistente e porre !ne al pluridecennale dominio dell’universalismo liberal1 (Cold

War Liberalism). Cavalcando l’onda del malcontento interno scatenato dall’ecces-

siva esposizione internazionale degli Stati Uniti, Kissinger intendeva porre «!ne

1. m. del pero, Henry Kissinger e l’ascesa dei neoconservatori: Alle origini della politica estera ame-

ricana, Laterza, Roma-Bari 2006, pp. 37-105.

Alessio Stilo

Realismo politico e geopolitica in Zbigniew Brzezinski

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al contenimento e alla prima fase della Guerra fredda»2: la distensione doveva fungere da modalità di gestione del bipolarismo e non da processo �nalizzato al suo superamento3. La speculazione teorica di Brzezinski, viceversa, conteneva delle esortazioni di carattere empirico che miravano a contenere l’URSS, e possibilmente a di�ondere prassi «�loso�che, istituzionali e di gestione del potere» che generas-sero «linee politiche destinate non soltanto a condurre il comunismo a uno stato di crisi generale, ma anche a mettere sempre più in forse le sue prospettive per il futuro»4. Pertanto, se il proposito �nale di Kissinger era la coesistenza attraverso la legittimazione dell’URSS, nell’ottica di Brzezinski la meta del contenimento doveva essere la progressiva erosione del potere sovietico, sino alla sua dissoluzione. Risulta evidente, in questa impostazione dottrinale, l’in�uenza del paradigma geopoliti-co di Kennan e, soprattutto, di Spykman, sul controllo della periferia (Rimland) dell’Eurasia, che doveva tradursi nella tattica del contenimento nelle aree strategiche attorno al blocco continentale eurasiatico.

Il fatto che la contingenza storica abbia potuto in�uire sulla dottrina geopoli-tica può inoltre rilevare ai �ni della disanima sul personaggio Brzezinski, purché non in termini sostanziali5: come per qualsiasi altro pensatore e uomo politico, la contestualizzazione serve da utile ausilio interpretativo per capire la formazione e l’evoluzione del pensiero politico. Attribuire perciò un peso eccessivo all’origine polacca dell’autore può servire senz’altro a comprendere la genesi della sua ostilità al comunismo sovietico nonché l’enfasi universalista posta sulla dimensione va-loriale della democrazia. Non spiega però l’adozione dell’impianto argomentativo dei teorici della geopolitica classica (Mackinder e Spykman), che presuppone una base di determinismo geogra�co-ambientale esulante da considerazioni di carattere etico-prescrittivo. Senza tralasciare la conseguente elaborazione di una strategia volta a lacerare progressivamente l’impero sovietico. In questo, Brzezinski ha di-mostrato di aver acquisito alcuni precetti dell’auto-percezione americana sulla “missione storica” degli Stati Uniti. La celebre risposta all’intervistatore francese («Cos’è più importante per la storia mondiale, i Taliban o il crollo dell’impero so-vietico? Qualche scalmanato musulmano o la liberazione dell’Europa orientale e

2. Ivi, p. 90.3. Ivi, p. 89.4. z. brzezinski, Between two ages. America’s role in the technetronic era, /e Viking Press, New York 1969; trad. it. Dilemmi internazionali in un’epoca tecnetronica, Etas Kompass, Milano 1969, p. 287.5. È l’ipotesi sostenuta da J. B. White Jr., secondo la quale Brzezinski avrebbe deciso di appoggiare i mujaheddin, impantanando i sovietici in Afghanistan, poiché temeva che l’URSS stesse per invadere la Polonia. Cfr. j. b. whitte jr., !e strategic mind of Zbigniew Brzezinski: How a native pole used

Afghanistan to protect his home, MA /esis, Louisiana State University, May 2012.

295Realismo politico e geopolitica in zbigniew brzezinski

la �ne della Guerra Fredda?»6) è esplicativa del carattere imperativo che Brzezinski attribuisce all’indebolimento della Russia sovietica.

Nel tradurre la fase analitico-prescrittiva in prassi, Brzezinski pose l’enfasi tanto sul so� quanto sull’hard power. La prima gamma di azioni (so� power) sono esempli�cabili con la proposizione del peaceful engagement (1961), indicato per sottrarre gli Stati satelliti all’URSS in Europa orientale senza dare l’impressione di voler trasformare la regione in un avamposto anti-sovietico, magari dominato dalla Germania7. Anche le politiche di sostegno a tutti quei movimenti anti-sovietici (come Solidarność in Polonia) e alle successive rivoluzioni colorate8 avvenute in

taluni Paesi dello spazio post-sovietico (Ucraina, Georgia, Kirghizistan), insieme

alla prassi metodologica non-violenta formulata da Gene Sharp9 – applicata, ad

esempio, dal movimento serbo Otpor! contro Milošević – potrebbero essere ricon-

dotte al peaceful engagement proposto da Brzezinski negli anni ’60. Esse rientrano

nel ventaglio di opzioni impiegate per rapportarsi dialetticamente (confronto-

scontro-contenimento) con i rivali geopolitici lungo quelli che de�nisce archi di

crisi (aree di maggiore con%ittualità): uno situato tra il Marocco, il Golfo Persico e

il Pakistan e l’altro comprendente i Balcani eurasiatici racchiusi fra il Caucaso e il

Golfo e tra l’Asia centrale e il Pakistan10.

Nella seconda casistica (hard power) rientrano invece tutte quelle azioni che, pur

non comportando il ricorso diretto alla forza militare, hanno implicato l’impiego

indiretto di mezzi economici e bellici: il sostegno �nanziario, logistico e l’invio di

sistemi d’arma ai mujaheddin contro le truppe sovietiche e il ra*orzamento della

presenza militare americana nel Golfo Persico come deterrente contro qualsiasi

ulteriore espansione a sud della potenza politica o militare sovietica11.

2. Brzezinski realista politico?

La fase iniziale della produzione brzezinskiana non è particolarmente rile-

vante per quel che inerisce l’analisi della struttura interna di una società secondo

6. d. n. gibbs, Afghanistan: "e Soviet Invasion in Retrospect, in «International Politics», vol. 37, n.

2 (2000), pp. 241-242.

7. Cfr. z. brzezinski, Peaceful Engagement in Eastern Europe, in «Foreign A*airs», vol. 39, n. 4

(1961), pp. 642-654.

8. Si veda, in proposito, il recente studio: d. lane, ‘Coloured Revolution’as a Political Phenomenon,

in «Journal of Communist Studies and Transition Politics», vol. 25, n. 2-3 (2009), pp. 113-135.

9. Cfr. g. sharp, "e Politics of Nonviolent Action, Porter Sargent, Boston 1973, vol. I (“Power and

struggle”).

10. c. jean, Geopolitica del mondo contemporaneo, Laterza, Roma-Bari 2012, p. 49.

11. z. brzezinski, "e Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives, Basic

Books, New York 1998; trad. it. La Grande Scacchiera, Longanesi, Milano 1998, p. 16.

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i parametri dell’approccio realista. Pur evitando approfonditi richiami alle teorie classiche, Brzezinski riconosce il ruolo delle élite contemporanee («la comparsa

di una élite intellettuale universale, tale da condividere alcuni valori e aspirazioni

comuni, compenserà in qualche misura la crescente di�erenziazione tra uomini e

società»12) nei processi decisionali, anticipando di alcuni decenni la de�nizione di

«élite globale» fornita da Rothkopf13.

In piena fase bipolare, Brzezinski intendeva dimostrare come la società ameri-

cana stesse «divenendo più consapevole non soltanto del principio dell’eguaglianza

di opportunità per tutti ma anche della necessità di riconoscere ai pochi singolar-

mente dotati una particolare opportunità, […] non avendo (gli Stati Uniti, N.d.A.)

mai realmente subito una leadership ideologica o carismatica, avendo ugualmente

cessato di essere una società plutocratico-oligarchica e […] dando vita a qualcosa

che si potrebbe de�nire democrazia meritocratica»14. Oltre a ciò, egli evidenziava

l’importanza degli esperti – oggi sarebbero de�niti “tecnici” –, la cui centralità era

stata enfatizzata anche da Kissinger15, nell’implementazione di una politica este-

ra e#cace. Essendo un propugnatore della piani�cazione politica tesa a de�nire

obiettivi e concetti strategici storicamente adeguati, il suo obiettivo contingente

era la creazione di un ente interamente nuovo, collegato all’Executive O!ce del

Presidente, che de�nisce «Consiglio di Consulenti di A�ari Internazionali (Council

of International A"airs Advisers)», modellato sul Council of Economic Advisers del

presidente e composto «sia da funzionari governativi che da esperti non gover-

nativi di a�ari internazionali provenienti dalle università e dai vari istituti (think

tank, N.d.A.)»16: tale istituzione, nell’operare accanto al Dipartimento di Stato ma

in maniera totalmente autonoma, avrebbe dovuto promuovere il coordinamento

e la razionale integrazione di tutte le diverse operazioni di programmazione della

politica estera da parte del governo federale.

Fatta eccezione per questa estrapolazione sulla funzione attribuita alle classi

dirigenti statunitensi durante la fase del containment, il primo rilevante merito

dello studioso Brzezinski fu quello di aver apportato alcune novità agli studi sul

totalitarismo, avendo dedicato buona parte della propria carriera accademica all’e-

voluzione dell’Unione Sovietica. Ai criteri in presenza dei quali si può a�ermare

di essere dinnanzi a questo genere di regime (potere in mano a un’oligarchia con

presenza di un capo; presenza di un’ideologia u#ciale; presenza di un partito uni-

co di massa; monopolio dell’uso della forza e della polizia e utilizzo del terrore),

12. z. brzezinski, Dilemmi internazionali in un’epoca tecnetronica, cit., p. 67.

13. Cfr. d. rothkopf, Superclass: #e Global Power Elite and the World #ey Are Making, Farrar,

Straus and Giroux, 2008.

14. z. brzezinski, Dilemmi internazionali in un’epoca tecnetronica, cit., p. 57.

15. m. del pero, op. cit., pp. 46-47.

16. z. brzezinski, Dilemmi internazionali in un’epoca tecnetronica, cit., pp. 140-141.

297Realismo politico e geopolitica in zbigniew brzezinski

sui quali si registrava già un generale consenso nelle opere di Hannah Arendt17 e

Raymond Aron18, Brzezinski aggiunse altri due elementi che sottolineavano come

i sistemi totalitari non si proponessero di controllare soltanto il topos politico, ma

di trasformare anche le coscienze individuali: la penetrazione dello Stato-partito

nei gangli di ogni settore della società e il monopolio dei mezzi di comunicazione

di massa19.

Per scandagliare l’in!uenza dei concetti realisti occorre esaminare nel dettaglio

l’intera pubblicistica brzezinskiana. Si potrebbe arguire ex post, nella de"nizione

della politica come quel «processo elusivo di esercizio di in!uenza, acquisizione del

potere e condizionamento degli eventi»20, che Brzezinski adotti alcuni riferimenti

realisti alla stregua di studioso prestato alla politica. A suggellare questa ipotesi vi è

il fatto che egli, dopo l’esperienza di Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Carter,

fosse stato coinvolto in precedenza nella campagna elettorale di John F. Kennedy,

nella task force di politica estera di Hubert Humphrey – vice presidente di Lyndon

Johnson – e abbia sostenuto il repubblicano George H. W. Bush, adducendo come

motivazione che «la crisi dell’Unione Sovietica stava facendosi sempre più profonda

e gli Stati Uniti necessitavano di una risposta realistica ed e&ettiva»21.

A ben vedere, però, è la stessa architrave concettuale dell’autore polacco-ame-

ricano ad essere intrisa di dettami realisti. Purché si riconosca il fatto che – com’era

stato per Kissinger, secondo la ri!essione di Del Pero22 – il Brzezinski studioso si

muove in un ambiente storicamente e culturalmente determinato, dal quale assorbe

le in!uenze e i paradigmi. In primo luogo, «l’eccezionalità storica della supremazia

americana nel mondo» e la «necessità che gli Stati Uniti la conservino senza tradire

i valori di democrazia e di pluralismo che l’hanno creata»23. Ciò nondimeno, sul

fronte interno la società americana – già de"nita “tecnetronica”, cioè una società cul-

turalmente, psicologicamente, socialmente ed economicamente plasmata dal forte

in!usso della tecnologia e dell’elettronica24 – potrebbe forse permettersi, secondo

Brzezinski, «un idealismo pragmatico, addirittura intollerante, ma di*cilmente un

utopismo dottrinale»25. Anche perché, come messo in risalto da Valter Coralluzzo,

per Brzezinski il primato americano rischia di essere eroso dalla capacità della so-

17. h. arendt, !e Origins of Totalitarianism, Harcourt, Brace & Company, New York 1951; trad.

it. Le origini del totalitarismo, Edizioni di comunità, Milano 1967.

18. r. aron, Démocratie et Totalitarisme, Folio Essais, Gallimard, Paris 1965, pp. 284-285.

19. Cfr. c. j. friedrich, z. brzezinski, Totalitarian Dictatorship and Autocracy, Harvard University

Press, Cambridge 1956, pp. 88-89.

20. Q&A interview with Zbigniew Brzezinski about Second Chance, 08/04/2007 ((http://www.q-and-a.

org/Transcript/?ProgramID=1122).

21. Ibidem.

22. m. del pero, op. cit., p. 59.

23. c. jean, Manuale di Geopolitica, Laterza, Roma-Bari 2003, p. 222.

24. z. brzezinski, Dilemmi internazionali in un’epoca tecnetronica, cit., p. 36.

25. Ivi, cit., p. 49.

298 alessio stilo

cietà a stelle e strisce di mantenere saldi i principi morali sui quali ha improntato la sua storia, giacché il consenso per esercitare un potere globale – in assenza del

quale si rende necessaria la forza – «deriva dalla percezione di legittimità, basata a

sua volta su valori condivisi»26. A prima vista, l’accento sulla componente valoriale

potrebbe indurre a ricadere nella categorizzazione che più tardi Hulsman e Lieven

hanno de�nito «realismo etico»27, il quale ripropone in chiave post-unipolare alcuni

concetti di Reinhold Niebuhr28 allo scopo di formulare una sintesi terzaforzista tra

realismo e idealismo che permetta di mantenere uno sguardo disincantato sulla

politica senza rinunciare al perseguimento dei �ni morali.

Se è dunque palese l’enfasi sulla prescrizione ideal-valoriale di matrice liberal

e democratico-progressista, riproposta in chiave identitaria e culturalista da Hun-

tington29, che emerge in tutta la pubblicistica brzezinskiana, è altrettanto chiaro

come per Brzezinski «l’unica alternativa alla leadership americana è l’anarchia

mondiale»30. Anche dopo il tracollo sovietico, egli riconosce come l’a!ermazione

improvvisa della prima e unica potenza globale abbia generato una situazione in

cui una �ne altrettanto rapida della sua supremazia – dovuta o al ritiro dell’Ame-

rica dalla scena mondiale o all’improvvisa comparsa di un rivale con le carte in

regola – sarebbe destinata a produrre una forte instabilità internazionale, se non

una vera e propria anarchia globale, concordando pertanto con l’analisi di Hun-

tington («una lunga supremazia internazionale degli Stati Uniti è fondamentale

per il benessere degli americani e per il futuro della libertà, della democrazia, delle

economie aperte e dell’ordine internazionale»31).

D’altra parte una simile posizione non presenta elementi di particolare origina-

lità, visto che riecheggia quanto già sostenuto negli anni ’70 dai teorici neorealisti

26. v. coralluzzo, Oltre il bipolarismo: Scenari e interpretazioni della politica mondiale a confronto,

Morlacchi, Perugia 2007, pp. 59-60.

27. Cfr. j. c. hulsman, a. lieven, Ethical Realism: A Vision for America’s Role in the World, Pantheon

Press, New York 2006. Si veda anche: j. c. hulsman, Oltre i neocon: il realismo etico, in «Aspenia»,

n. 35 (dicembre 2006), pp. 151-159.

28. r. niebuhr, Man’s nature and his communities: Essays on the dynamics and enigmas of man’s

personal and social existence, Scribner’s, New York 1965. A tal proposito si veda la recente traduzione

di un saggio esplicativo, tratto dallo stesso volume, sulla «Rivista di Politica»: r. niebuhr, La natura

dell’uomo e le sue comunità: Uno studio critico delle teorie politiche realiste e idealiste, in «Rivista di

Politica», n. 4/2013, pp. 127-147.

29. Cfr. s. p. huntington, Who Are We? "e Challenges to America’s National Identity, Simon &

Schuster, New York 2004; trad. it. La Nuova America: Le s#de della Società Multiculturale, Garzanti,

Milano 2005.

30. z. brzezinski, Il mondo fuori controllo. Gli sconvolgimenti planetari all’alba del XXI secolo, Lon-

ganesi, Milano 1993, p. 151.

31. s. p. huntington, Why International Primacy Matters, in «International Security», vol. 17, n. 4

(1993), cit., p. 83.

299Realismo politico e geopolitica in zbigniew brzezinski

della stabilità egemonica, su tutti Robert Gilpin32, Stephen Krasner33 e Charles P.

Kindleberger34. La hegemonic stability theory condivide gli assunti realisti dell’e-

quilibrio di potenza, ma giunge a conclusioni diverse: la stabilità del sistema inter-

nazionale (equilibrio di potenza35) può essere garantita solo dalla presenza di uno

Stato egemone e non, come sostenuto dalla maggior parte dei realisti (e neorealisti),

dal continuo bilanciamento tra aspirante egemone e coalizione anti-egemonica.

Garantendo la stabilità politica del sistema internazionale, l’attore egemone placa

anche l’impulso degli Stati “secondari” a mantenere la propria autonomia strategica

e l’indipendenza economica, che sarebbe altrimenti dettata da considerazioni di

carattere militare. Da questo punto di vista, l’intera produzione brzezinskiana,

quantomeno sino alla "ne degli anni ’90, sembra conformarsi alla tesi della neces-

sità che gli Stati Uniti mantengano la loro posizione dominante a#nché l’ordine

mondiale occidentocentrico non si trasformi nel caos anarchico, conformemente

all’accezione del realismo classico36.

Fatte le dovute premesse sulla contestualizzazione del Brzezinski studioso e della

sua presa d’atto dell’eccezionalismo della «superpotenza solitaria»37, è altrettanto

opportuno appurare la sua equidistanza tanto dai realisti “difensivi” di scuola walt-

ziana38 quanto dal “realismo o&ensivo” di Mearsheimer39. O, più esattamente – da un

punto di vista epistemologico – la sua riconducibilità sia all’una che all’altra scuola

di pensiero, visti i punti in comune con ambedue. Di fatto egli presuppone, come

fanno i realisti classici, che gli Stati Uniti possano ottenere la massimizzazione della

loro sicurezza attraverso la difesa dello status quo, che nel caso in specie si traduce

nell’attuazione di una strategia volta a impedire l’emersione di un egemone (o un

blocco di Stati) nella massa eurasiatica. In sostanza, Brzezinski traspone l’assunto

32. r. gilpin, !e Political Economy of International Relations, Princeton University Press, Princeton

1987. Si veda anche r. gilpin, War and Change in World Politics, Cambridge University Press, New

York 1981.

33. s. krasner, State Power and the Structure of International Trade, in «World Politics», vol. 28, n.

3. (1976), pp. 317-347. Si veda anche m. webb, s. krasner, Hegemonic Stability !eory: An Empirical

Assessment, in «Review of International Studies», vol. 15, n. 2 (1989), pp. 183-198.

34. c. kindleberger, !e World in Depression: 1929-1939, University of California Press, Berkeley

1973.

35. k. waltz, !eory of International Politics, Addison-Wesley Pub. Co., Reading 1979, pp. 102-

128 e h. j. morgenthau, Politics Among Nations: !e Struggle for Power and Peace (Brief edition),

McGraw-Hill, New York 1948, pp. 181-216.

36. h. j. morgenthau, Politics Among Nations, cit., pp. 280 e ss.

37. Cfr. s. p. huntington, !e Lonely Superpower, in «Foreign A&airs», vol. 78, n. 2 (1999), pp.

35-49.

38. Cfr. j. m. grieco, Cooperation among Nations: Europe, America, and Non-Tari" Barriers to Trade,

Cornell University Press, New York 1990.

39. j. mearsheimer, !e Tragedy of Great Power Politics, W. W. Norton, New York 2001; trad. it.

La logica di potenza: L’America, le guerre, il controllo del mondo, Università Bocconi Editore, Milano

2003.

300 alessio stilo

classico dell’equilibrio di potenza dallo scacchiere globale al continente eurasiatico,

mostrando l’ascendenza della geopolitica mackinderiana sulla formazione del suo

pensiero strategico. Egli cade tuttavia nella stessa logica del realismo o�ensivo che

a�erma come le grandi potenze, per poter sopravvivere, puntino sempre ad au-

mentare la loro quota di potere relativo e/o assoluto – anche in maniera aggressiva,

allorché necessario – e a conquistare l’egemonia, limitando «ogni possibilità di s�da

da parte di un’altra grande potenza»40. Per l’autore, infatti, gli Stati Uniti dovrebbero

«salvaguardare il pluralismo geopolitico dell’Eurasia esistente sulla cartina geogra-

�ca. Di qui la necessità di manovre e contromanovre per sventare la formazione di

coalizioni ostili che potrebbero tentare di rimettere in discussione il primato ame-

ricano, per non parlare dell’eventualità che un qualche singolo Stato possa riuscire

in questo intento»41. In sostanza, nella visione brzezinskiana «l’obiettivo primario

della politica estera americana dev’essere inevitabilmente duplice: perpetuare la

posizione predominante degli USA per almeno una generazione, meglio ancora

se più a lungo», posizione che coniuga l’auto-coscienza dell’eccezionalismo con il

mantenimento dell’egemonia globale funzionale all’ordine internazionale e alla

salvaguardia degli stessi interessi americani, e «creare un assetto geopolitico capace

di assorbire i traumi e le tensioni inevitabili del cambiamento politico e sociale,

divenendo al tempo stesso il perno di un sistema di gestione paci�cata degli a�ari

internazionali basato su responsabilità condivise»42.

Ri�essione, quest’ultima, che lascia adito a due ulteriori punti di speculazione

teorica: in primis, l’in�uenza di una parte del pensiero istituzionalista, segnata-

mente nell’avallare un sistema ad interdipendenza complessa dove nondimeno si

trova ad agire l’attore egemone («cooperazione egemonica»43). A di�erenza degli

istituzionalisti neoliberali, peraltro, Brzezinski auspica il superamento dell’ONU

alla luce della mutata realtà degli equilibri di potenza nel mondo, cosicché si possa

«utilizzare la nuova rete di collegamenti internazionali che sta crescendo in misu-

ra esponenziale al di fuori del tradizionale sistema degli Stati-nazione: un’ampia

ragnatela, costituita da imprese multinazionali, organizzazioni non governative e

comunità scienti�che, ra�orzata da internet, da cui già sta emergendo un sistema

informale planetario congeniale a una più e!cace cooperazione internazionale

più istituzionalizzata»44. Malgrado avalli l’interdipendenza e riconosca l’avvenuta

erosione – dall’alto e dal basso – della sovranità statuale, per Brzezinski «gli Stati-

40. j. mearsheimer, La logica di potenza, pp. 31-32, cit. in v. coralluzzo, Guerra e democrazia:

uno sguardo d’insieme, in «Rivista di Politica», n. 4/2013, pp. 31-52.

41. z. brzezinski, La Grande Scacchiera, cit., p. 262.

42. Ivi, pp. 283-284.

43. r. o. keohane, A!er Hegemony: Cooperation and Discord in the World Political Economy, Prin-

ceton University Press, Princeton 1984, pp. 135-181.

44. z. brzezinski, La Grande Scacchiera, cit., pp. 283-284.

301Realismo politico e geopolitica in zbigniew brzezinski

nazione continuano a essere le unità fondamentali del sistema mondiale»45, ed essi

proseguono nel loro approccio agli a�ari internazionali in maniera competitiva e

con priorità esterne che sono primariamente de�nite dalla collocazione geogra�ca.

La seconda nota speculativa concerne la sostanziale presa d’atto, già ne La

Grande Scacchiera (1998), della di!coltà di mantenere il ruolo da «iperpotenza»46

senza stabilire un rapporto dialettico con gli altri centri di potere mondiale, in par-

ticolare nell’ambito di quelli che de�nisce i due «triangoli di potenza eurasiatici»47:

il primo tra USA, Unione Europea e Russia, e il secondo tra USA, Cina e Giappone.

Per penetrare a fondo negli schemi strategici presentati da Brzezinski si rende

opportuna una disamina della sua concezione geopolitica e dell’in"usso esercitato

dagli esponenti della scuola cosiddetta “classica”.

3. Brzezinski e la geopolitica

I riferimenti teorici di Brzezinski rimangono i paradigmi della geopolitica

classica. A prescindere dalla sua opera principale (La Grande Scacchiera), dove le

disposizioni della geopolitica classica sono indubitabili, un esame dell’intera let-

teratura brzezinskiana consente di appurare l’ascendenza dei postulati di Halford

Mackinder e Nicholas Spykman. Malgrado non mostri una spiccata propensione

verso il determinismo geogra�co-ambientale che caratterizzò i geogra� del primo

trentennio del Novecento, nella comprensione del sistema internazionale Brzezinski

assegna un ruolo centrale alla geogra�a politica, partendo dal presupposto che «la

competizione basata sul territorio continua a dominare gli a�ari internazionali.

In questa competizione, la collocazione geogra�ca continua a essere il punto di

partenza per de�nire le priorità esterne di uno Stato-nazione»48.

Per quanto attiene l’impianto teorico, Brzezinski non postula nulla di auten-

ticamente nuovo, partendo dalla concezione di Mackinder49 in merito all’antago-

nismo tra potenze talassiche (marittime) e telluriche (terrestri)50, ancorché ribal-

tarlo secondo l’analisi e�ettuata da Spykman. Da sovietologo, Brzezinski si limita

inizialmente a descrivere in maniera analitica le dinamiche del sistema di potere

45. Ivi, p. 54.

46. e. a. cohen, History and the Hyperpower, in «Foreign A�airs», vol. 83, n. 4 (2004), pp. 49-63.

47. Cfr. z. brzezinski, !e Geostrategic Triad. Living with China, Europe, and Russia, Center for

Strategic & International Studies, December 2000.

48. z. brzezinski, La Grande Scacchiera, cit., p. 53.

49. h. j. mackinder, !e Geographical Pivot of History, in «/e Geographical Journal», vol. 23, n.

4 (1904), pp. 421-444.

50. Per una disamina sulla sostenibilità teorica ed empirica del dualismo geopolitico terra/mare in

epoca contemporanea, si veda a. stilo, La dicotomia geopolitica terra-mare nell’epoca della globaliz-

zazione, in «Geopolitica», vol. I, n. 3 (2012), pp. 197-208.

302 alessio stilo

dell’URSS e il suo sviluppo51, per trarne alcuni elementi prescrittivi che sarebbero

serviti agli Stati Uniti per favorire la «di�erenziazione dell’impero sovietico ed il

suo declino»52.

Comprendere l’in�uenza del pensiero di Spykman – uno dei padri del realismo

politico americano53 – risulta vieppiù basilare giacché Brzezinski può essere ritenuto

l’allievo principale e il più fedele continuatore delle tesi spykmaniane. Spykman

aveva concepito l’importanza di sommare, all’orientamento analitico e conoscitivo

della geopolitica, l’aspetto prescrittivo utile alla formulazione di una politica estera

di ampio respiro54, contribuendo così al passaggio concettuale della politica estera

americana dall’isolazionismo all’internazionalismo (primo Novecento).

Brzezinski mantiene concettualmente il ribaltamento operato da Spykman

rispetto all’impianto mackinderiano (centralità del Rimland55 invece che dell’He-

artland): l’obiettivo di chi teme l’egemonia continentale (gli Stati Uniti) è evitare

l’uni"cazione della massa eurasiatica, visto che l’emisfero occidentale non potrebbe

resistere alle pressioni esercitate dal blocco orientale qualora quest’ultimo fosse

egemonizzato da una singola potenza56 (la Germania nazista nel caso di Spykman,

la Russia sovietica per Brzezinski). Il Rimland, fascia peninsulare e insulare che

circonda la massa continentale eurasiatica, si caratterizza per la presenza di Stati

ricchi, avanzati tecnologicamente, con grande disponibilità di risorse e facile ac-

cesso ai mari. La sua dimensione allo stesso tempo marittima e terrestre (potere

peninsulare57) la rende attaccabile da entrambi i fronti. D’altra parte questa sua

duplice natura fa sì che rappresenti una possibile zona di mediazione tra le due

potenze mondiali dell’epoca: USA e Russia. La maggiore minaccia dal punto di

vista geopolitico sta proprio nell’unione tra Heartland e Rimland sotto uno stesso

51. Si veda, in particolare, z. brzezinski, Ideology and Power in Soviet Politics, Praeger, New York

1962; z. brzezinski, s. huntington, Political Power: USA/USSR, Viking Press, New York 1964; z.

brzezinski, !e Soviet Bloc: Unity and Con"ict, Harvard University Press, Cambridge 1966; id.,

Re"ections on the Soviet System, in «Problems of Communism», vol. 17 (May-June 1968), p. 47; id.,

!e Grand Failure: the Birth and Death of Communism in the Twentieth Century, Collier Books, New

York 1989 (trad. it. Il grande fallimento. Ascesa e caduta del comunismo nel XX secolo, Longanesi,

Milano 1989); id., Post-Communist Nationalism, in «Foreign A�airs», vol. 68, n. 5 (1989), pp. 1-25;

id., !e Soviet Political System: Transformation or Degeneration, Irvington Publishers, 1993.

52. u. tulli, Tra diritti umani e distensione: L’amministrazione Carter e il dissenso in Urss, Franco-

Angeli, Milano 2013, cit., p. 95.

53. c. stefanachi, Nicholas J. Spykman e la nascita del realismo politico americano, in «Storia del

pensiero politico», vol. 2/2013, pp. 283-310.

54. m. cesa, Presentazione, in n. spykman, Geogra#a e politica estera, in «Limes, rivista italiana di

geopolitica», n. 3/1994, p. 284.

55. n. spykman, !e Geography of the Peace, Helen R. Nicholl & Yale University, New York 1944, p.

40.

56. n. spykman, America´s Strategy in World Politics. !e United States and the Balance of Power,

Transaction Publishers, New Brunswick 2007, p. 441. Si veda anche a. stilo, op. cit., p. 200.

57. c. jean, Geopolitica del mondo contemporaneo, cit., pp. 28-29.

303Realismo politico e geopolitica in zbigniew brzezinski

potere. L’uni�cazione di quest’area porterebbe a un blocco dei commerci, causato

dall’autosu�cienza dall’isola mondo, con il risultato che gli Stati Uniti sarebbero

circondati dall’Eurasia e limitati all’emisfero occidentale, cioè alle due Americhe.

Senza contare che, argomenta Brzezinski,

L’egemonia sull’Eurasia comporterebbe quasi automaticamente la subordinazione dell’A-

frica, relegando l’emisfero occidentale e l’Oceania a una posizione geopolitica periferica

rispetto al continente centrale. In Eurasia vive il 75% della popolazione mondiale ed è

concentrata gran parte della ricchezza del mondo, sia dal punto di vista industriale sia nel

sottosuolo. [...] L’Eurasia comprende anche la maggior parte degli Stati in grado di condurre

una politica aggressiva e dinamica. […] L’Eurasia è quindi la scacchiera su cui si continua

a giocare la partita per la supremazia globale58.

L’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale è consapevole della portata storica

della supremazia americana: «per la prima volta nella storia, 1) un unico Stato è

diventato una potenza veramente mondiale; 2) diversamente da quanto è sempre

accaduto, non si tratta di uno Stato euroasiatico; 3) la principale arena internazio-

nale, l’Eurasia, è dominata da una potenza esterna a essa»59. Alla luce di ciò, così

come per il padre putativo Spykman, anche per Brzezinski assumeva carattere pre-

scrittivo l’impegno statunitense nelle periferie (regioni-chiave) del sistema bipolare:

Per gli Stati Uniti, il premio geopolitico più importante è rappresentato dall’Eurasia. Durante

cinque secoli, la scena mondiale è stata dominata da potenze e nazioni euroasiatiche che

si combattevano reciprocamente per conquistare il dominio regionale e puntare al potere

globale. Oggi, la preminenza in Eurasia è appannaggio di una potenza non euroasiatica, e

il primato globale dell’America è direttamente legato alla durata e all’e�cacia del sostegno

accordato alla sua supremazia in quel continente»60.

L’attenzione nei confronti degli attori più importanti e la corretta valutazione del

terreno costituiscono il punto di partenza per formulare una geostrategia americana

che intenda garantire una gestione di lungo periodo dei propri interessi geopolitici

in Eurasia. Due sono i requisiti fondamentali a questo scopo:

– Identi�care gli Stati euroasiatici geostrategicamente dinamici in grado di mo-

di�care in modo potenzialmente signi�cativo l’equilibrio internazionale delle

forze e decifrarne i principali obiettivi esterni delle rispettive élite politiche,

nonché le probabili conseguenze insite nel tentativo di realizzarli; quindi, lo-

calizzare gli Stati euroasiatici geopoliticamente cruciali, la cui collocazione

58. z. brzezinski, La Grande Scacchiera, cit., pp. 45-49.

59. Ivi, p. 261.

60. Ivi, p. 45.

304 alessio stilo

e/o esistenza ha e�etti catalitici o sui giocatori geostrategici più attivi o sulle

condizioni regionali;

– Predisporre strategie speci�che tese a controbilanciare, cooptare e/o controllare

i suddetti fattori, così da tutelare e promuovere gli interessi vitali dell’America,

ed elaborare una geostrategia più articolata che individui su scala globale il

rapporto tra le singole politiche61.

Per Brzezinski, Francia, Germania, Russia, Cina e India sono i giocatori cru-

ciali: la loro centralità non discende né dalla potenza relativa né dalle motivazioni,

ma dalla posizione geogra�ca che consentirebbe loro, in alcuni casi, di delimitare

l’accesso ad aree strategiche e pertanto alle risorse dell’area. Una eventuale alleanza

tra due o più di essi rei�cherebbe lo spauracchio strategico della geopolitica classica,

avendo essi concrete possibilità di estendere il loro controllo sull’intera Eurasia e

minacciare l’egemonia della potenza esterna (Stati Uniti). Anche in questa parti-

zione concettuale, Brzezinski non si discosta molto da Kissinger e dalla sua rappre-

sentazione penta-polare del mondo62 (cinque poli di potenza: USA, Europa, URSS,

Giappone e Cina), laddove il Giappone sostituisce l’India e l’Europa è considerata

un soggetto unitario. Gran Bretagna, Giappone e Indonesia, pur essendo – soprat-

tutto i primi due – potenze considerevoli e di respiro globale, non soddisferebbero

i requisiti necessari per rientrare nella de�nizione di giocatore geostrategico. Altri

Stati d’importanza decisiva sono Ucraina, Azerbaigian, Corea del Sud, Turchia

e Iran: soprattutto gli ultimi due – nell’ambito di capacità più limitate – sono in

qualche misura attivi anche a livello geostrategico63.

Ma è la Russia post-sovietica di Putin64 a rimanere il rivale geopolitico prediletto

da Brzezinski, che immagina – e auspica – un sistema di crescente distaccamento

dall’orbita di Mosca da parte degli ex satelliti, tra i quali gli attori che ritiene es-

sere di importanza decisiva. Un Azerbaigian autonomo fungerebbe da corridoio

d’accesso dell’Occidente al bacino del mar Caspio, ricco di risorse energetiche, e

all’Asia centrale; per converso, un Azerbaigian assoggettato a Mosca �nirebbe per

«svuotare di signi�cato l’indipendenza degli Stati dell’Asia centrale»65. L’Uzbekistan

(il più popoloso dell’Asia centrale), altro Paese citato da Brzezinski, rappresenta

invece un grande ostacolo per qualsiasi rinnovato tentativo, da parte russa, di

ristabilire il suo controllo su quest’area. La sua indipendenza è essenziale per la

sopravvivenza degli altri Stati della regione, rispetto ai quali appare come il più

refrattario alla mire di Mosca. Il suo ritiro dalla membership dell’Organizzazione

61. z. brzezinski, La Grande Scacchiera, cit., pp. 58-59.

62. c. jean, Geopolitica del mondo contemporaneo, cit., pp. 33-34.

63. z. brzezinski, La Grande Scacchiera, cit., p. 59.

64. Cfr. z. brzezinski, Putin’s choice, in «+e Washington Quarterly», vol. 31, n.2 (2008), pp. 95-116.

65. z. brzezinski, La Grande Scacchiera, cit., p. 66.

305Realismo politico e geopolitica in zbigniew brzezinski

del Trattato di Sicurezza Collettiva (2012)66 a guida Russa, sintomo dell’anelito a

una maggiore autonomia strategica, costituisce una delle previsioni più precise

dello studioso polacco-americano. Tuttavia per Brzezinski il Paese più importante

resta l’Ucraina, che già Huntington aveva annoverato tra i Paesi in bilico67, quindi

a rischio spaccatura: essa è un cardine geopolitico nel senso che la sua stessa esi-

stenza come entità indipendente contribuirebbe alla trasformazione della Russia.

Qualora Kiev sfuggisse al controllo russo, Mosca perderebbe ogni aspirazione a

un rinnovato ruolo da potenza globale e imperiale68. Il suo recente appoggio ai

manifestanti ucraini "lo-occidentali69 ra#gura esemplarmente come Brzezinski

traduca sempre l’esegesi analitico-descrittiva con la prassi politica, elemento che

ha caratterizzato tutta l’esperienza dello studioso e del politico polacco-americano.

De"nite queste premesse, nella fattispecie occorre che gli Stati Uniti controllino

o in$uenzino indirettamente le periferie del sistema eurasiatico. Nella tassonomia

brzezinskiana:

– L’Europa, de"nita la «testa di ponte democratica in Eurasia»70;

– Il Medio Oriente, cioè i Balcani eurasiatici;

– L’Asia, àncora estremo-orientale.

L’Europa è la periferia centrale del sistema. Essa, nonostante la sua «modesta

importanza geogra"ca»71, assume un ruolo geopolitico primario in quanto testa di

ponte verso l’Eurasia. L’importanza di mantenere l’Europa saldamente nel campo

occidentale si traspone, in termini strategici, nella necessità che l’asse franco-tedesco

rimanga solido. Sotto questo aspetto, per l’America si tratta di appoggiare alternati-

vamente la posizione francese, ovvero quella tedesca, qualora una delle due potenze

possa avvicinarsi alla Russia e riaccendere le ambizioni geopolitiche di Mosca nel

Vecchio Continente. In estrema sintesi, «l’obiettivo geostrategico fondamentale

dell’America in Europa consiste, molto semplicemente, nel ra%orzare, attraverso

una più stretta collaborazione transatlantica, la testa di ponte americana sul con-

tinente euroasiatico, in modo che un’Europa allargata possa servire a estendere

all’Eurasia l’ordine democratico e il sistema di cooperazione internazionale»72. Se

66. f. tolipov, CSTO Minus One: Collective Security in Central Asia A!er Uzbekistan’s CSTO Withdra-

wal, in «E-International Relations», 16/07/2012.

67. s. p. huntington, Lo Scontro delle Civiltà e il Nuovo Ordine Mondiale, Garzanti, Milano 1997,

p. 197.

68. z. brzezinski, La Grande Scacchiera, cit., p. 66.

69. “Zbigniew Brzezinski o%ers support for Ukraine’s EuroMaidan”, KyivPost, 15/01/2014 (http://www.

kyivpost.com/opinion/op-ed/brzezinski-o%ers-support-for-ukraines-euromaidan-video-334984.

html).

70. z. brzezinski, La Grande Scacchiera, cit., p. 100-101.

71. Ivi, p. 101.

72. Ivi, p. 119.

306 alessio stilo

la preservazione dei legami transatlantici assume carattere imperativo, per Brze-

zinski la NATO non solo ha motivo di continuare ad esistere73 – dopo la caduta

dell’URSS e le schermaglie interne del periodo unipolare, soprattutto a causa della

guerra in Iraq del 200374 – ma dovrebbe espandere il suo raggio di azione, allargarsi

e divenire globale. Lo stessa fraseologia impiegata, «alleanza globale» o «allean-

za globale di democrazie»75, compendia tutta l’enfasi democratica e universalista

dell’opera brzezinskiana.

Brzezinski giusti�ca poi il sintagma “Balcani eurasiatici”, nel riferirsi alla ma-croregione mediorientale, in virtù della sua a�nità ai Balcani europei, presentando

popolazioni etnicamente e culturalmente di�ormi, sistemi politici precari e conse-

guente vuoto di potere. In tal modo, gli Stati rientranti in questa zona «attraggono

e sollecitano l’ingerenza dei vicini più potenti, ognuno dei quali è determinato a

opporsi alla supremazia regionale dell’altro»76. L’instabilità latente dei loro sistemi

politici è stata perciò mitigata dal ruolo di arbitro assunto dalla potenza americana

che nella regione ha esercitato la propria egemonia, perlomeno sino all’11 settem-

bre 2001. Anche per quest’ampia fascia di territorio l’obiettivo americano rimane

quello di favorire l’equilibrio regionale, evitando lo scoppio di con�itti etnici e

propiziandone la graduale apertura al mercato internazionale.

L’Asia funge da àncora estremo-orientale della proiezione statunitense in Eura-

sia. Già a �ne anni ’90 Brzezinski intravedeva nell’Asia sia il futuro baricentro del

mondo che «il suo potenziale vulcano politico»77, non esistendo quelle strutture di

cooperazione multilaterali, tipiche del Vecchio Continente, che contribuiscono a

stemperare, assorbire e contenere i tradizionali con�itti territoriali, etnici e nazio-

nali: «nessuna delle tre organizzazioni regionali – l’ASEAN (Association of Sou-

theast Asian Nations), l’ARF (Asian Regional Forum, un’articolazione dell’ASEAN

preposta al dialogo sulla politica di sicurezza) e l’APEC (Asia-Paci�c Economic

Cooperation Group) – regge sia pur lontanamente il confronto con la rete di istitu-

zioni multilaterali e regionali che tiene unita l’Europa»78. L’ascesa della Cina induce

gli Stati Uniti a mantenere salde le relazioni con una potenza marittima come il

Giappone, che funge da sentinella di controllo contro ogni eventuale velleità cinese

di egemonizzazione asiatica. Come per l’estremo occidentale opposto, anche in Asia

gli Stati Uniti dovranno creare i presupposti per il raggiungimento dell’equilibrio

73. z. brzezinski, Where Do We Go From Here?, in «Review of International A�airs», n. 1111 (2003),

p. 24.

74. A tal proposito si veda, tra gli altri: j. l. cimbalo, Saving NATO from Europe, in»Foreign A�airs»,

vol. 83, n. 6 (2004), pp. 111-120 e g. anderson, j. ikenberry, t. risse, !e End of the West?, Cornell

University Press, New York 2008.

75. z. brzezinski, An Agenda for NATO, in «Foreign A�airs», vol. 88, n. 5 (2009), p. 19.

76. z. brzezinski, La Grande Scacchiera, cit., p. 168.

77. Ivi, p. 206.

78. Ibidem.

307Realismo politico e geopolitica in zbigniew brzezinski

di potenza regionale giocato sul triangolo USA-Giappone-Cina, con il Giappone

in qualità di possibile “testa di ponte” democratica e strumento di contenimento

dell’espansionismo di Pechino, a patto che si riconosca all’ex Impero di Mezzo il

ruolo di potenza regionale. Coerentemente con questo assunto, Brzezinski esortava

profeticamente ne La Grande Scacchiera a consolidare l’alleanza strategica col Giap-

pone sino a propiziare un accordo di libero scambio79, le cui trattative potrebbero

realizzarsi con l’istituzione di una Trans-Paci!c Partnership (TPP)80.

Considerando le vaste dimensioni dell’Eurasia, la sua eterogeneità etnica e

culturale, la presenza di alcune potenze e di diversi «Stati storicamente ambiziosi e

politicamente attivi per mostrarsi condiscendenti verso il successo economico e la

supremazia politica di una potenza globale»81, l’egemonia americana prevederebbe

perciò, a di"erenza dei grandi imperi del passato, l’esercizio di un’in#uenza decisiva

e non un controllo diretto. A$nché si crei, nel lungo periodo, un sistema di alle-

anze internazionali basato su un’e"ettiva condivisione di responsabilità politiche

(un «Sistema di Sicurezza TransEuroasiatico, SSTE»82), l’America deve salvaguar-

dare il pluralismo geopolitico dell’Eurasia esistente sulla cartina geogra&ca. Da

qui la necessità di attuare manovre e contromanovre per sventare la composizione

di coalizioni ostili che potrebbero tentare di rimettere in discussione il primato

americano, per non parlare dell’eventualità che un qualche singolo Stato possa

riuscire in questo intento. In si"atta congettura è evidente l’in#uenza di Mackinder

e del pensiero realista: l’unica possibilità per la potenza marittima di perpetuare il

controllo sulla massa eurasiatica – quindi il dominio mondiale – è l’applicazione

dell’eterno principio del divide et impera nella sua coniugazione realista dell’equi-

librio di potenza nel continente eurasiatico.

Per questa ragione, Washington dovrebbe scegliere in maniera selettiva le aree

in cui dislocare le proprie risorse, adoperando la strategia più funzionale ai sin-

goli contesti internazionali. Rispetto a Kissinger, che contemplava l’uso limitato

dell’arma atomica in funzione tattica come strumento al servizio della diplomazia83,

Brzezinski è conscio di come le armi nucleari abbiano notevolmente ridotto l’utilità

della guerra come strumento politico o, persino, come minaccia. Se si somma an-

che il riconoscimento dell’interdipendenza economica, che riduce la possibilità di

impiegare il ricatto economico a &ni politici, lo studioso polacco-americano giunge

79. Ivi, pp. 274-275.

80. Cfr. j. f. lowell, s. urata, m. naoi, r. m. swanger, "e United States, Japan, and Free Trade:

Moving in the Same Direction?, RAND Occasional Paper, RAND Corporation, 2012.

81. z. brzezinski, La Grande Scacchiera, cit., p. 51.

82. Ivi, p. 276.

83. h. kissinger, Nuclear Weapons and Foreign Policy, Harper & Row, New York 1957. Sulla discus-

sione relativa all’utilizzabilità delle armi nucleari, si vedano anche: m. trachtenberg, History and

Strategy, Princeton University Press, Princeton 1991 e r. ayson, "omas Schelling and the Nuclear

Age: Strategy as a Social Science, Frank Cass, London 2004.

308 alessio stilo

alla conclusione secondo la quale «manovre, diplomazia, coalizioni, cooptazioni

e la deliberata esibizione dei rispettivi atout politici sono diventati gli ingredien-

ti chiave per un’ostentazione vincente di potenza geostrategica nello scacchiere

euroasiatico»84.

In sostanza, la complessità del sistema globalizzato può condurre al caos anar-

chico oppure, qualora gestito in maniera strategica, può consentire agli Stati Uniti

di perpetuare il loro ruolo di «catalizzatore della comunità mondiale»85, magari

trasformando gradualmente il loro potere dominante in «un’egemonia cooptativa,

all’interno della quale la leadership sia esercitata più attraverso convinzioni con-

divise con alleati duraturi che facendo ricorso a un dominio autoritario»86, e inco-

raggiando un sistema di sicurezza transcontinentale tra i maggiori attori geostra-

tegici87. Se si volesse riassumere il sistema internazionale immaginato dall’autore,

potremmo utilizzare il sintagma coniato dallo stesso Brzezinski, dalla valenza quasi

ossimorica, «democrazia egemonica»88. Ergo, una sorta di comunità mondiale di

interessi comuni dove l’America eserciterebbe un controllo indiretto, a condizione

che le amministrazioni a stelle e strisce riescano a far comprendere l’interrelazione

tra la sicurezza nazionale americana e quella mondiale89.

4. Conclusioni: Brzezinski e il sistema proto-multipolare attuale

Nella saggistica più recente, Brzezinski non muta il suo assetto teorico di base,

anzi lo trasla alla realtà fattuale contemporanea. L’Occidente euroamericano de-

ve continuare a perseguire un sistema internazionale stabile fatto di contrappesi

geopolitici: ecco perché occorre un aggiornamento della dottrina americana che

tenda a bilanciare l’impetuosa ascesa dell’Est90, alludendo all’Asia in generale e

alla Cina in particolare. Il riposizionamento americano, noto come pivot to Asia e

già preconizzato da colui che Hausofer aveva de%nito “il maestro della geopolitica

americana” – Owen Lattimore91 – dovrà tener conto della %ne dell’epoca unipolare:

Brzezinski critica, a diverso titolo, i tre presidenti che hanno guidato gli Stati Uniti

84. z. brzezinski, La Grande Scacchiera, cit., p. 53.

85. j. navone s.i., Z. Brzezinski e la politica estera degli Stati Uniti, in «La Civiltà Cattolica», vol. 156,

quaderno 3717 (2005), p. 260.

86. Ivi, p. 267.

87. Cfr. z. brzezinski, A Geostrategy for Eurasia, in «Foreign A?airs», vol. 76, n. 5 (1997), pp. 63-64.

88. z. brzezinski, !e Choice. Global Domination or Global Leadership?, Basic Books, New York

2004, p. 179.

89. Ivi, pp. 139-178.

90. Cfr. z. brzezinski, Balancing the East, Upgrading the West. U.S. Grand Strategy in an Age of

Upheaval, in «Foreign A?airs», vol. 91, n. 1 (2012), pp. 97-104.

91. Cfr. o. lattimore, Pivot of Asia: Sinkiang and the Inner Asian frontiers of China and Russia,

Little Brown, Boston 1950.

309Realismo politico e geopolitica in zbigniew brzezinski

in questo periodo (Bush Sr., Clinton, Bush Jr.) ed esorta a prendere atto della nuova

fase di «risveglio politico globale»92. Questa si caratterizza storicamente per essere

anti-imperiale, politicamente anti-occidentale ed emozionalmente anti-americana.

In Second Chance Brzezinski riconosce altresì che la leadership globale non può più

essere esercitata alla maniera dei vecchi imperi (potere militare e abilità economi-

ca, per opera di un’élite che perseguiva una so&sticata strategia93) senza prendere

in considerazione le speci&cità identitarie e culturali. Quindi un’America post-

imperiale, globalista ma rispettosa delle particolarità locali.

In Strategic Vision94, Brzezinski ribadisce come l’attuale ciclo di instabilità sia, al

tempo stesso, prodotto dell’arretramento americano e causa della crisi interna agli

Stati Uniti95. Nel dibattito internazionale sul futuro ruolo della Cina nella gestione

dell’ordine globale e sul suo rapporto con gli USA96, Brzezinski si colloca tra coloro

i quali non prevedono un futuro mondo cinese, ma semmai caotico97. De&nendola

una «potenza revisionista paziente e cauta»98, egli ritiene che la Cina sia tenden-

zialmente portata ad accettare l’ordine internazionale attuale, pur accogliendo con

riluttanza le gerarchie esistenti: l’obiettivo di Pechino sarebbe quello di aumentare

progressivamente la propria in*uenza senza far collassare il sistema internazionale,

in un contesto di complessiva redistribuzione del potere globale99. Contrariamente

ai propugnatori dell’equazione “incremento di potenza = incremento di bellicosità”,

Brzezinski non nota nella postura internazionale della Cina – a di/erenza della

altre potenze in ascesa del passato – a1ati rivoluzionari, né tantomeno pulsioni

messianiche o manichee. Alla luce di un paventato XXI secolo di interdipendenza

globale senza precedenti, Brzezinski sottolinea dunque come la leva economica

possa – e debba – scongiurare ogni ipotesi di scontro tra America e Cina100.

Alla luce dell’intera letteratura brzezinskiana e della prassi adoperata dall’au-

tore ne corso degli incarichi politici ricoperti, è possibile concludere con una breve

92. z. brzezinski, Second chance. !ree presidents and the crisis of American superpower, Basic

Books, New York 2007, p. 205.

93. Ivi, p. 215. Si veda anche e. luttwak, La grande strategia dell’impero bizantino, Rizzoli, Milano

2009 e il dibattito tra Brzezinski e Mearsheimer a riguardo: z. brzezinski, j. mearsheimer, Clash

of the Titans, in «Foreign Policy», 05/01/2013 (http://www.foreignpolicy.com/articles/2005/01/05/

clash_of_the_titans?page=full).

94. z. brzezinski, Strategic Vision. America and the Crisis of Global Power, Basic Books, New York

2012.

95. Ivi, Part II (“He Waning of the American Dream”).

96. A tal proposito si veda: a. stilo, Rappresentazione e ipotesi dello scontro Stati Uniti-Cina, in

«Geopolitica», vol. II, n. 2 (2013), pp. 51-68.

97. z. brzezinski, Strategic Vision. America and the Crisis of Global Power, Part III (“He World

aLer America: by 2025, not Chinese but Chaotic”).

98. z. brzezinski, Chatham House Speech, November 2008.

99. z. brzezinski, Strategic vision: America and the crisis of global power, cit., p. 142.

100. z. brzezinski, How to stay friends with China, in «He New York Times», 02/01/2011 (http://

www.nytimes.com/2011/01/03/opinion/03brzezinski.html?_r=0).

310 alessio stilo

ricapitolazione, utile a livello politologico, sull’inquadrabilità di Brzezinski. Da

neorealista anomalo, egli ha utilizzato un approccio realista allo studio della politica

internazionale, seppur con un costante richiamo ai criteri valoriali. Quest’ultima

peculiarità non in�cia l’ascrivibilità del personaggio al variegato �lone realista,

soprattutto se si considera che molti altri studiosi collocati in si�atta schiera teorica

hanno congiunto l’approccio genericamente de�nito “realista” con l’enfasi mora-

lizzante di sentimenti di tipo universalistico, che peraltro quali�cano la politica

estera americana perlomeno sin dalla Dottrina Monroe. La riproposizione in chiave

spykmaniana del paradigma geopolitico101 alla stregua di utile strumento di analisi

degli a�ari internazionali non fa altro che confermare questa tesi.

101. Cfr. e. diodato, Il paradigma geopolitico: le relazioni internazionali nell’età globale, Meltemi,

Roma 2010.