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1 2012 RCS Libri S.p.A. Tutti i diritti sono riservati

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Dopo una breve illustrazione delle cause della crisi scoppiata negli Stati Uniti nel 2008, nellarticolo si prendono in esame i suoi effetti in alcuni Paesi europei (tra cui lItalia) e si ana-lizzano le politiche adottate nellEurozona per contrastarla.

LA GRANDE CRISI Se a uno studente di economia fosse chiesto di trattare largomento della grande crisi, certamente inizierebbe con lanalizzare la dinamica di quel fatidico ottobre del 1929, nel corso del quale, in seguito al massiccio crollo dei valori di borsa, finirono in fumo decine di milioni di dollari e inizi un decennio drammatico, caratterizzato dal fallimento di molte imprese, dalla depressione delle attivit produttive e da una disoccupazione diffusa e persistente, fenomeno che presto si sarebbe esteso a tutti i Paesi industriali.

Eppure, molti economisti ritengono che le profonde difficolt in cui attualmente versano gran parte dei Paesi a capitalismo maturo siano persino maggiori di quelle di oltre ottantanni fa, e le prospettive di ripresa delle attivit produttive e delloccupazione assai labili, nonostante le diverse e apparentemente pi solide condizioni e articolazioni degli assetti produttivi odierni, rispetto a quelle degli inizi del Novecento. Ma per analizzare i caratteri e la portata della grande crisi che sta investendo lEuropa in questo primo scorcio di millennio occorre risalire, anche soltanto per cenni, a ci che avvenuto al di l delloceano, negli Stati Uniti, ancora una volta brodo di coltura di quella perniciosa infezione delleconomia capitalistica che va sotto il nome di recessione (e, a seguire, di depressione).

LA CRISI FINANZIARIA STATUNITENSE: UN BREVE EXCURSUS Allorigine della crisi statunitense, manifestatasi a partire dal 2008, vi lespansione che ha registrato, negli anni precedenti, il mercato immobiliare, con un incremento conseguente degli investimenti nel settore. Si trattava, per, di una bolla speculativa, destinata per ci stesso a scoppiare nel giro di poco tempo. Molti americani furono indotti ad acquistare immobili, attratti dalle eccellenti prospettive del settore, e a indebitarsi per raggiungere tale obiettivo. Cos crebbero a dismisura i prestiti, concessi a tassi agevolati anche a coloro che non erano in grado di offrire sufficienti garanzie di poter onorare tale impegno, come nei casi di soggetti falliti, in difficolt economiche o comunque privi di adeguati redditi (per questo si parla di mutui subprime, ossia al di sotto dellordinaria affidabilit). Daltro canto le banche statunitensi, al fine di ridurre lesposizione rispetto a questi prestiti altamente

CRISI FINANZIARIA, RECESSIONE, INDEBITAMENTO:GLI INCUBI DELLEUROPAdi Fabio Tittarelli

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rischiosi, tendevano a cedere i mutui stessi a terzi attraverso un complesso e multiforme ventaglio di strumenti finanziari (cosiddetta cartolarizzazione dei mutui subprime), che altri intermediari finanziari a loro volta rivendevano inventando ulteriori strumenti (i derivati). Si cos andata estendendo a dismisura, nel volgere di pochi anni, una catena di titoli (che ora definiamo tossici, ma che allepoca venivano considerati il top dellalta finanza, e non a caso venne attribuito agli economisti F. Black e M.S. Scholes il premio Nobel per leconomia, nellanno 1997, per i loro studi nella determinazione del valore dei derivati). Tale proliferazione di strumenti finanziari, sostanzialmente senza controllo, ha costituito linnesco della crisi: dopo i primi anni di boom, il mercato immobiliare si saturato, i prezzi delle abitazioni sono diminuiti mentre i tassi dinteresse sui mutui simpennavano. Molte famiglie si sono dichiarate impossibilitate a restituire il denaro preso in prestito e sono cos aumentati i pignoramenti (1,7 milioni di case coinvolte nel fenomeno soltanto nellanno 2007), che hanno ulteriormente depresso il mercato immobiliare. Di conseguenza, le banche pi esposte si sono trovate in gravi difficolt. Nel

contempo anche i titoli derivati dai mutui subprime hanno iniziato a sviluppare tutta la loro tossicit, e la bolla speculativa scoppiata. Tra gli istituti creditizi pi compromessi vi il colosso Lehman Brothers, che il 15 settembre 2008 dichiara la bancarotta, denunciando perdite per centinaia di miliardi di dollari, sebbene le tre principali societ di rating (Standard & Poors, Moodys e Fitch) avessero mantenuto una valutazione soddisfacente dei suoi titoli sino al giorno precedente il default (fallimento). Si trattato, a detta degli esperti, del pi grande fallimento nella storia americana. Il risultato fu un gigantesco crac borsistico: nella sola giornata successiva al fallimento le borse mondiali videro cancellati 1200 miliardi di dollari di capitalizzazione.

La crisi finanziaria in pochi mesi si propagata al mercato reale, provocando caduta degli investimenti, aumento della disoccupazione e riduzione dei consumi. Sono gli ingredienti tipici della recessione economica. I vari Paesi coinvolti nella crisi sono stati allora indotti a sostenere il pi possibile il settore creditizio, concedendo ingenti capitali alle banche pi esposte, affinch queste potessero recuperare margini accettabili di liquidit per svolgere i loro compiti di finanziamento della produzione. Nel contempo, le autorit monetarie pilotavano i tassi dinteresse verso il basso, con il medesimo intento. Ma, come vedremo tra breve, queste manovre non hanno sinora ottenuto risultati apprezzabili.

Il peso dei derivati finanziari

Nel corso degli ultimi due decenni cresciuto notevolmente il valore dei titoli derivati (futures, options, swap ecc.), con la conseguenza di rendere il mercato finanziario assai pi esposto alle ondate speculative, rispetto al passato. Questo avvenuto anche per il fatto che i derivati vengono trattati prevalentemente fuori borsa (over the counter) e, quindi, al di fuori di ogni controllo delle autorit deputate. Nel grafico (tratto dal periodico tedesco Der Spiegel) si mettono a confronto i titoli trattati fuori borsa nel 2011 e lammontare del Pil globale (ossia mondiale) nello stesso anno.

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LA CRISI FINANZIARIA SBARCA IN EUROPA

Nel continente europeo, e segnatamente nellarea dellUnione europea, la crisi si diffusa con estrema rapidit e prevedibile virulenza. Negli anni precedenti, diversi Paesi dellEurozona avevano fatto registrare buoni (e talvolta eccezionali) ritmi di crescita economica. Ci si manifestato particolarmente in Irlanda e Spagna, con tassi molto elevati di occupazione e soddisfacenti incrementi annuali del Pil. Ma, come hanno argomentato numerosi studiosi in merito, si trattato in definitiva di una crescita viziata, disomogenea e soprattutto non supportata da unadeguata politica industriale (in Irlanda, per esempio, vi stato un boom delledilizia simile a quello statunitense, ma il settore poi entrato in crisi trascinando nella recessione lintero assetto economico-produttivo del Paese, rimasto piuttosto carente sul piano industriale). Nel contempo, in questi Paesi sono cresciuti i salari nominali (anche se assai meno quelli reali); questo ha contribuito a determinare una progressiva perdita di competitivit rispetto ad altri contesti ben pi solidi nellarchitettura industriale (come, per esempio, la Germania e, seppure in misura minore, la Francia).La crisi finanziaria originatasi negli Stati Uniti si cos estesa alle economie europee causando dapprima un forte rallentamento del reddito e una perdita di posti di lavoro, e successivamente una vera e propria recessione dellattivit produttiva. A farne le spese sono stati un po tutti i Paesi, ma con dinamiche diverse secondo il rispettivo grado di fragilit, sotto il profilo sia del mercato reale, sia di quello finanziario. In questultimo mercato, in particolare, il crac della banca daffari Lehman Brothers, i successivi crolli di borsa, lesasperazione dei rischi legati allemissione dei derivati e la difficolt del settore creditizio che ne conseguita hanno prodotto un mix fatale anche in molte istituzioni bancarie dellEuropa, fortemente esposte nella trattazione dei titoli tossici. Per questo, anche nel nostro continente si sono manifestate notevoli turbolenze in borsa, che hanno necessariamente coinvolto il mercato reale, il quale gi scontava, nel complesso, tassi assai modesti di crescita. Gi a partire dallautunno del 2008 la produzione industriale in Europa cala bruscamente, il rallentamento si aggrava ulteriormente lanno successivo, tanto che molti analisti hanno considerato il 2009 come il peggior periodo di recessione economica dopo la fase depressionaria del 1929.

Ad aggravare la situazione anche la continua ascesa del prezzo delle materie prime, in particolare del petrolio. Per comprendere ci basti pensare che alla fine del 1998 il petrolio era quotato a meno di 10 $ al barile, mentre nel luglio del 2008 la sua quotazione tocca il triste record (triste per le finanze dei Paesi importatori di petrolio, ovviamente, tra cui il nostro) di 147 $ al barile. Il prezzo del greggio poi sceso a livelli pi accettabili in sintonia con la recessione ma si comunque mantenuto su valori assai superiori a quelli del decennio precedente (attualmente il greggio a barile quotato nella borsa di Wall Street 107 $, e la quotazione media a un anno prevista a 123 $ al barile).

Lapprezzamento del petrolio ha poi determinato una tensione sul fronte dei prezzi di tutti gli altri prodotti (per leffetto domino che notoriamente ha questa risorsa energetica sulla produzione di ciascun bene). Ne derivata una situazione generale che, seppure non pu dirsi strettamente di tipo stagflazionistico (ossia caratterizzata da una crescita dei prezzi associata a recess

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